La barriere normative da una parte e lo scetticismo di società di gestione e banche reti dall’altra hanno creato in tutta Europa un paradosso: gli investitori sono sempre più interessati alle criptovalute, ma ci investono all’insaputa del loro consulente.
È proprio questo cosiddetto divario di gestione il principale elemento che emerge dallo European Wealth Management & Digital Asset Report di CoinShares, un sondaggio condotto su 261 professionisti europei della consulenza finanziaria.
Un professionista su quattro ha affermato di non avere informazioni sul cripto-patrimonio dei suoi clienti, e addirittura tra i consulenti che raccomandano la diversificazione tramite asset digitali una buona parte riscontra un divario superiore al 50%: oltre la metà di quanto investito dai clienti rimane completamente secretato.
A causare questo fenomeno, secondo il 61% dei professionisti, sono proprio i vincoli strutturali restrittivi che le stesse case di gestione e consulenza applicano agli asset digitali. Così però «gli investimenti continuano in maniera indipendente e non intermediata, con una quota sempre maggiore dei patrimoni che sfugge, letteralmente, alla gestione attiva di consulenti e wealth manager», lamenta Jean-Marie Mognetti, co-fondatore, presidente e ceo di CoinShares.
L’Italia, in questo contesto, rappresenta l’esempio virtuoso. Secondo lo studio solo il 12% dei consulenti italiani segnala un divario di gestione superiore al 50%, il dato più basso tra i cinque mercati analizzati.
Il 15% dei consulenti italiani raccomanda attivamente gli asset digitali, la quota più alta d’Europa «perché il modello relazionale diretto consente di agire negli spazi disponibili», evidenzia il report. Infine l’Italia si distingue come mercato orientato al prodotto: il 55% dei consulenti indica lo strumento degli Etp come leva principale per l’accesso della clientela alle cripto. (riproduzione riservata)