Il mandato istituzionale della Banca d'Italia è incardinato su una missione fondamentale: incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme. Tuttavia, analizzando la dinamica dei mercato dei tassi dal 2022 a oggi, emerge un interrogativo stringente sulla postura dell'autorità, dato che il risparmio depositato sui conti dei cittadini sta subendo una lenta erosione inesorabile.
Dall'inizio della fase di rialzo dei tassi d'interesse da parte della Bce, gli istituti di credito italiani hanno consolidato utili miliardari, alimentati non solo dai margini sui finanziamenti, ma anche dalla gestione della liquidità: attualmente, la banca centrale remunera i depositi degli istituti di credito al 2%, ma tale beneficio non viene trasferito ai correntisti, traducendosi in un incremento della redditività per gli azionisti a discapito dei risparmiatori (di chi dovrebbe essere maggiormente tutelato). Questa distorsione che va avanti da anni riflette una sostanziale carenza di concorrenza all'interno del sistema bancario tradizionale italiano, il cui comportamento appare eccessivamente uniforme e rigido.
Mentre la clientela più giovane migra progressivamente verso banche digitali (straniere) capaci di riconoscere interessi sulla liquidità, le banche tradizionali da oltre 4 annni mantengono tassi sui conti correnti prossimi allo zero, operando in modo un clima di apparente disinteresse da parte delle autorità. Tale immobilismo rende il sistema finanziario nazionale vulnerabile a shock esterni e all'ingresso di nuovi attori più convenienti.
L’approccio conservativo di Via Nazionale non riguarda solo la scandalosa mancanza di concorrenza bancaria sulla remunerazione dei conti, ma si riflette drammaticamente anche nell'efficienza del sistema dei pagamenti: mentre infatti il governatore Fabio Panetta focalizza i propri moniti sui rischi sistemici delle cripto-attività, le stablecoin garantiscono già oggi pagamenti cross-border istantanei, operativi h24 e a costi marginali, rispondendo a necessità di efficienza che il circuito tradizionale continua a ignorare sia per i retailer (pensiamo alle rimesse internazionali) che nelle transazioni internazionali delle imprese operanti con stati al di fuori del circuito Sepa.
Frenare le soluzioni fintech nazionali attraverso una regolamentazione eccessivamente prudenziale e costi di compliance elevati rende l'Italia preda di iniziative estere. Il caso Tether ne è l’emblema: una realtà di successo globale guidata dai talenti italiani, che ha dovuto trovare sede all'estero per realizzare utili record e una base di centinaia di milioni di utenti nel mondo. Il paradosso è acuito dal fatto che le stablecoin garantite da Titoli di Stato a breve termine potrebbero potenzialmente riconoscere interessi ai detentori, una funzione che la liquidità sui conti correnti, come detto prima, non assolve minimamente, per non parlare della maggior parte degli strumenti di pagamento.
Il governatore propone l'euro digitale come risposta istituzionale per arginare lo strapotere dei circuiti di pagamento extra-europei. Tuttavia, i cittadini chiedono la libertà di gestire i propri asset senza il giogo di intermediari costosi e inefficienti. I vincoli normativi previsti per il digital euro, progettati per non interferire con la raccolta bancaria, rischiano di depotenziare un'innovazione che appare comunque già tardiva rispetto alle soluzioni decentralizzate.
L'authority non dovrebbe agire come un baluardo a difesa degli interessi delle banche, bensì come un promotore lungimirante di un’efficienza che ponga al centro il cittadino e la competitività del sistema. In assenza di una visione strategica, il prezzo di questa inerzia ricadrà, come di consueto, sull'economia reale e sui risparmiatori italiani. (riproduzione riservata)
*Deputato della XVIII legislatura