Le banche europee sono esposte per 132,1 miliardi nei confronti dei Paesi del Medio Oriente. Le italiane hanno posizioni dirette per 13,7 miliardi, mentre quelle francesi per 60,8 miliardi. È quanto emerge dai dati pubblicati dall'autorità bancaria europea Eba riferiti a fine 2025, che risultano in aumento rispetto a quelli di giugno 2025, quando il valore complessivo in Europa ammontava a 123,3 miliardi (di cui 12,9 miliardi relativi all’Italia).
Dopo le banche francesi, le più esposte alla fine dell’anno scorso erano le tedesche (19 miliardi) e le spagnole (18,6 miliardi), seguite da italiane e olandesi (12,6 miliardi). Le posizioni totali sono concentrate soprattutto negli Emirati Arabi (per 54,6 miliardi), Qatar (29,4) e Arabia Saudita (23,2) e sono legate per 47 miliardi a prestiti a banche e altre società finanziarie e per 33 miliardi a credito alle imprese.
Sebbene l’esposizione rimanga limitata (meno dello 0,5% del totale delle attività bancarie dell'Ue), «l’acuirsi delle tensioni potrebbe generare effetti di secondo livello, in particolare attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, le pressioni inflazionistiche, il rallentamento della crescita globale e le interruzioni delle catene di approvvigionamento», ha osservato l’Eba. «Tali effetti si farebbero sentire in particolare nei settori ad alto consumo energetico, quali i trasporti, l'edilizia e alcuni segmenti dell'industria manifatturiera».
Nei giorni scorsi la presidente Bce Christine Lagarde ha evidenziato che le banche europee sono «resilienti» ma «le sfide legate alle crescenti tensioni sul commercio, all’accresciuta incertezza e alle vulnerabilità specifiche di certi settori non si riflettono pienamente nei bilanci delle banche».
Anche Claudia Buch, presidente della Vigilanza Bce, ha evidenziato che l’elevata incertezza «non è adeguatamente riflessa dagli indicatori di mercato» e che«gli shock potrebbero manifestarsi inaspettatamente e diffondersi con rapidità a causa delle elevate tensioni geopolitiche, delle valutazioni eccessive in diverse aree, delle crescenti interconnessioni tra banche e istituzioni non bancarie e del rischio di mutamenti della fiducia dei mercati».
Secondo l’Eba «le riserve patrimoniali e la redditività rimangono le prime linee di difesa delle banche». Il capitale primario Cet1 (in regime transitorio Crr) è rimasto stabile al 16,3%. Il rendimento del capitale si è mantenuto a doppia cifra al 10,4% (10,5% nel dicembre 2024).
Il margine di interesse netto, dopo essere sceso all’1,58% a settembre, è risalito all’1,6%, suggerendo che «la tendenza al ribasso osservata nei trimestri precedenti potrebbe aver raggiunto il suo punto più basso» per l’Eba. Il rapporto costi/ricavi è salito al livello più alto dal marzo 2023, riflettendo l’aumento dei costi.
I crediti deteriorati sono scesi leggermente a 370 miliardi, mantenendo stabile l’Npl ratio all’1,8%. I crediti in stadio 2 hanno continuato a diminuire, raggiungendo il 9,1% (dal 9,3% del terzo trimestre 2025) con «un miglioramento della qualità degli attivi in vista di un potenziale deterioramento legato alle tensioni geopolitiche». Il coefficiente di copertura della liquidità (Lcr) è salito al 163,1% (dal 160,7% del terzo trimestre 2025).
Intanto Chiara Scotti, vicedirettrice generale della Banca d’Italia ha sottolineato che «la trasformazione digitale ha apportato benefici ai servizi bancari migliorando l'efficienza, la concorrenza e l’inclusione finanziaria» ma anche che il digital banking potrebbe modificare il comportamento dei depositanti nei periodi di crisi».
Scotti ha inoltre osservato che l’espansione degli intermediari non bancari «ha diversificato le fonti di finanziamento» ma ha introdotto nuovi rischi potenzialmente «destabilizzanti» per la stabilità finanziaria. (riproduzione riservata)