A giugno i prestiti delle banche italiane sono calati dell’1,5%, confermando un trend negativo in atto già da diversi mesi non solo nel paese ma in gran parte dell’Eurozona. Anche la bank lending survey pubblicata a luglio dalla Bce segnala infatti per il secondo trimestre dell’anno un rallentamento della domanda di prestiti corporate, scesa così ai minimi storici.
Con la norma presentata lunedì sera il governo Meloni vorrebbe favorire l’accesso al credito, penalizzato dall’inasprimento dei tassi. Sarà questo l’effetto del provvedimento? Non vi è dubbio che nell’ultimo anno la stretta monetaria di Francoforte abbia favorito le banche.
Solo nel periodo 2021-2022 il rapporto medio tra interessi attivi e crediti è salito dal 2,44 al 2,99% e quello tra interessi passivi e raccolta diretta è passato da 0,48 a 0,65%: la forbice si è pertanto allargata passando dall’1,96% di fine 2021 al 2,34% del dicembre scorso. Appare insomma evidente che le banche italiane hanno trasferito sui depositi solo una piccola parte degli incrementi dei tassi.
Una dinamica che spiega il boom dei ricavi di questo ultimo anno. Basti pensare che i primi cinque istituti italiani (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper e Mps) hanno realizzato nel semestre un utile aggregato di 10,54 miliardi di euro, in aumento del 64,2% rispetto alla prima metà del 2022.
Cosa accadrà con la nuova tassa? Di certo l’impatto sui ricavi delle banche sarà molto significativo. Secondo gli analisti i riflessi maggiori si vedranno per gli istituti medio-piccoli, non solo per la loro forte dipendenza dal mercato italiano ma anche per la maggior incidenza del margine di interesse sui ricavi complessivi. Secondo Kbw, nell’attuale forma la misura potrebbe assorbire il 34% degli utili attesi 2024 di Bper e il 36% di quelli di Mps rispetto al 14-15% previsto per Intesa e Unicredit.
Per compensare l’impatto della tassa sul conto economico gli istituti avranno due alternative: o alzare ulteriormente il costo degli impieghi o ribilanciare i ricavi sulle commissioni. L’effetto? Il canale del credito si restringerà ulteriormente e, con l’economia già in fase di rallentamento, potrebbe spianare la strada a quella recessione che finora l’Italia è riuscita a evitare.
Questo non sarà il solo effetto della tassa Meloni-Salvini. Il calo dei ricavi si tradurrà in una contrazione dei profitti e quindi, con ogni probabilità, in un giro di vite per i dividendi. Sui conti del 2022 il payout ratio si è attestato al 70% per Intesa, al 35% per Unicredit, al 48% per il Banco e al 12% per Bper, per una distribuzione in contanti complessiva di 5,5 miliardi. Fino a lunedì 7 le aspettative per il 2023 erano ancora più rosee.
Alla luce dei brillanti risultati semestrali quasi tutti gli istituti hanno alzato le stime sui profitti di fine anno, ingolosendo gli azionisti. La nuova tassa però cambierà le tavola e il nuovo scenario ha iniziato a riflettersi sui corsi di borsa dei titoli. Un banale modello di flussi di cassa scontati suggerisce che la correzione potrebbe essere permanente, con effetti significativi anche sulle operazioni straordinarie. Le ipotesi di m&a su cui a lungo la borsa ha speculato, da Unicredit-Banco a Bper-Mps, andranno insomma rivisitate profondamente se non rimesse nel cassetto. Con buona pace delle sinergie di costo e di ricavo che, ancora una volta, avrebbero potuto favorire gli azionisti.
Da ultimo qualche analista osserva che la nuova tassa potrebbe far emergere disparità di trattamento all’interno del settore. A essere penalizzati saranno infatti gli istituti con un alto rapporto prestiti/depositi, dalle merchant bank come Mediobanca agli intermediari specializzati come Banca Ifis. (riproduzione riservata)