La crisi dell’auto tedesca non tocca soltanto Volkswagen, che potrebbe dare il via alla più grande ristrutturazione di sempre con un piano shock da 100 mila tagli con la chiusura di diversi stabilimenti. Anche Mercedes si ritrova al centro di un duro scontro con i sindacati, mentre Bmw, che ha lanciato un pesante profit warning a metà giugno, si prepara anche lei a discutere un piano di riduzione della forza lavoro. L’intera industria automobilistica tedesca è alle prese con un mix potenzzialmente devastante: il rallentamento della domanda cinese, gli effetti delle tensioni geopolitiche, i dazi statunitensi, gli elevati costi di produzione e la complessa transizione verso l’elettrico.
In questo scenario, venerdì 3 luglio migliaia di lavoratori sono scesi in piazza davanti agli stabilimenti Mercedes, dando il via a una mobilitazione che, secondo il sindacato Ig Metall, è destinata a proseguire nelle prossime settimane e potrebbe trasformarsi in una lunga estate di proteste per tutto il settore automobilistico tedesco.
La manifestazione più imponente si è svolta davanti allo stabilimento Mercedes di Sindelfingen, dove l’Ig Metall ha radunato circa 20 mila lavoratori. Altri presidi e cortei si sono tenuti contemporaneamente anche negli impianti di Rastatt e Stoccarda. Tra bandiere rosse, fischietti e slogan, il bersaglio della protesta è stato il ceo Ola Källenius, contestato con il coro «Ola raus» («Ola vattene»), dopo l’annuncio del nuovo piano di produttività presentato ai dipendenti.
Il management ha proposto un aumento dell’orario di lavoro a parità di salario, il rinvio di un bonus contrattuale e un deciso ridimensionamento dello smart working, con il ritorno alla presenza obbligatoria in ufficio per cinque giorni alla settimana.
Le tensioni interne riflettono le difficoltà che stanno colpendo il gruppo di Stoccarda. Mercedes deve fare i conti con il forte rallentamento del mercato cinese, dove la concorrenza dei costruttori locali continua a comprimere vendite e margini. A questo si aggiungono i dazi statunitensi sulle auto importate dalla Germania e il crollo della domanda in Medio Oriente causato dal conflitto con l’Iran. Ma lo stesso Källenius ha recentemente sottolineato come la Germania abbia perso competitività rispetto ad altri Paesi e come Mercedes impieghi più personale per ogni vettura prodotta rispetto ai principali concorrenti internazionali.
Anche negli stabilimenti emergono segnali di difficoltà: alcune attività logistiche vengono trasferite in Ungheria, parte dello sviluppo software è stata spostata in India e diversi impianti risultano sottoutilizzati. Secondo il consiglio di fabbrica, anche il ritorno della Classe S su due turni di produzione, previsto dopo l’estate, è stato rinviato per insufficienza degli ordini.
Le difficoltà non risparmiano neppure Bmw. A metà giugno il costruttore di Monaco ha lanciato un profit warning, riducendo drasticamente le previsioni sul margine operativo della divisione Automotive per il 2026 a un range compreso tra l’1% e il 3%, rispetto al precedente obiettivo del 4-6%. La revisione riflette il doppio impatto del conflitto in Iran, che ha pesato sulla domanda in alcuni mercati chiave, e della persistente debolezza del mercato cinese, diventato sempre più competitivo per i marchi premium tedeschi.
Nel frattempo anche Bmw ha avviato un nuovo programma di contenimento dei costi e si prepara ad aprire un confronto con i rappresentanti dei lavoratori per ridurre di circa il 5% la forza lavoro globale, segnale di un rapido deterioramento dello scenario operativo anche per uno dei gruppi finora considerati più solidi del settore.
Il presidente del consiglio di fabbrica Mercedes, Ergun Lümali, ha riconosciuto la complessità della situazione economica del gruppo, ribadendo però che i lavoratori sono disponibili a contribuire al rilancio solo attraverso un confronto vero con l’azienda. Secondo il rappresentante dei dipendenti, la competitività non si recupera semplicemente aumentando le ore lavorate o comprimendo il costo del lavoro, ma soprattutto con prodotti competitivi e una strategia industriale efficace. E, secondo il sindacato, anche il management dovrebbe partecipare ai sacrifici richiesti ai dipendenti.
Per l’Ig Metall le manifestazioni di venerdì 3 sono soltanto il primo passo di una mobilitazione che si prevede possa crescere. Il sindacato ha annunciato che nelle prossime settimane inizieranno i negoziati con Mercedes, ma ha già avvertito che le proteste continueranno e potrebbero estendersi anche oltre. Mercedes. L’attenzione si sposterà di nuovo soprattutto su Volkswagen: giovedì 9 il ceo Oliver Blume presenterà il nuovo e massiccio piano di ristrutturazione al Consiglio di Sorveglianza. E l’attesa è a livelli altissimi. (riproduzione riservata)