Negli Stati Uniti ci sono più Etf che società quotate. Un prodotto di risparmio gestito nato all’inizio degli anni Novanta come alternativa a basso costo rispetto ai classici fondi comuni è riuscito in poco più di trent’anni a superare nei numeri un mercato attivo dal lontanissimo 1792. Le cifre pubblicate da Bloomberg (che cita dati Morningstar) parlano di un sorpasso ormai ben consolidato: 4.300 Etf contro 4.200 azioni, grazie anche ai 640 debutti di quest’anno.
Una simile proliferazione di Etf, cioè fondi di investimento quotati, liquidi e a basso costo, dovrebbe dare grande valore aggiunto al mercato e soprattutto ai piccoli investitori, alle prese da anni con le alte commissioni – e l’opacità nella selezione dei titoli, dicono i più scettici – dei fondi attivi. Ma è davvero così?
Nella sua analisi Bloomberg storce un po’ il naso, e il motivo è semplice: se lo scopo degli Etf è replicare indici di mercato composti in buona parte da azioni, come è possibile che ci siano in circolazione più contenitori che oggetti contenuti? Le combinazioni sono infinite, certo, e qualche doppione è più che lecito (esempio: gli Etf che replicano l’indici Msci World o S&P 500). Ma il portale di intelligence finanziaria è scettico per un altro motivo: tanti (troppi) Etf, spiega l’articolo, si stanno trasformando in fantasiosi Frankenstein che poco o nulla hanno a che fare con la replica passiva di indici ampi e diversificativi.
Quando vennero teorizzati, gli Etf dovevano avere un obiettivo preciso: permettere all’investitore comune di esporsi passivamente al mercato, considerato come tendenzialmente efficiente, pagando meno commissioni. La teoria venne esposta dall’economista Burton Malkiel nel suo bestseller A spasso per Wall Street, pubblicato nel 1973. Un anno dopo un investitore visionario, John Bogle, decise di trasformare la teoria in pratica, e fondò The Vanguard Group con l’obiettivo di offrire a tutti gli investitori la possibilità di investire in indici di mercato ampi, diversificati ed economici.
L’innovazione tecnologica ha fatto il resto, permettendo ai primi fondi indicizzati di Bogle di diventare strumenti di investimento quotati e facilmente negoziabili da chiunque: gli Etf, per l’appunto. Ma adesso l’iper-proliferazione di questi strumenti suscita un certo fastidio nei puristi delle idee di Malkiel e Bogle: quanti dei 4.300 Etf oggi disponibili sul mercato sono davvero repliche genuine di indici diversificati?
Nel corso del tempo, secondo i critici, a fianco ai tradizionali fondi-indice è nata una marea di varianti di ogni genere: gli Etf attivi (ibridi tra normali Etf e fondi comuni costruiti da un gestore), popolarissimi anche in Europa; i prodotti focalizzati su strategie complesse – e poco adatte al retail puro – come gli Etf a leva, inversi o legati a singoli titoli. E ancora, e qui si raggiunge l’apoteosi della creatività, gli Etf tematici.
Di per sé investire in temi (e megatrend) può dare un gran valore aggiunto alla performance del portafoglio di lungo periodo: ad esempio, se il tema scelto è l’intelligenza artificiale, la robotica o l’energia pulita. Ma negli Stati Uniti il concetto di megatrend è stato spesso travisato - con la complicità di divisioni marketing creative - dando vita a contorti esperimenti finanziari: sono nati un Etf sulle materie prime legate alla prima colazione, uno sulla cura degli animali domestici, uno sulle cattive abitudini come il tabacco, il gioco d’azzardo e l’alcol.
Non mancano gli Etf a tema politico: come il Nanc, che segue le operazioni azionarie dei membri Democratici del Congresso, e il suo omologo Repubblicano, il Gop. Esiste anche l’Etf che investe nei titoli più vicini all’ideologia Maga di Donald Trump: il Point Bridge America First Etf, che dal suo lancio nel 2017 ha messo a segno una performance del 108%. C’è poi l’Etf “anti-woke”, un prodotto che include al suo interno solo azioni legate ai valori conservatori dell’America.
Esiste perfino un curioso Etf, chiamato Intelligent Livermore, che si propone di utilizzare algoritmi di intelligenza artificiale per replicare le strategie di investimento dei grandi stock picker del passato, Warren Buffett incluso. Lanciato sul finire dello scorso anno, negli ultimi sei mesi ha guadagnato il 12,4%, battendo di circa quattro punti l’S&P 500.
Ma al di là delle performance di breve periodo, denunciano gli scettici, ci sono dei rischi di fondo che non possono essere sottovalutati: come quelli di Etf che replicano indici di mercato costruiti ad arte (quindi, di fatto, dei fondi attivi mascherati), o che promettono agli investitori di cavalcare presunte tendenze non suffragate da elementi di mercato effettivi. Con costi più alti, naturalmente. Perché, ad esempio, le materie prime della colazione dovrebbero fare meglio del mercato delle commodity nel suo complesso?
A ciò si aggiunge un altro pericolo: spuntano come funghi prodotti dai ticker (codici identificativi) praticamente identici, con il rischio che gli investitori poco accorti possano fare confusione e confondere un Etf per un altro. L’articolo di Bloomberg cita ad esempio il caso di uno youtuber finanziario che stava cercando un Etf basato su strategie di opzioni sul titolo Coinbase: una casistica piuttosto di nicchia, all’apparenza. Eppure, con sua sorpresa, l’influencer si è trovato davanti ben otto ticker, alcuni dei quali facilmente confondibili tra loro, identificati da stringhe come Cony, Coiw, Coii e Coyy.
C’è un pericolo che questo Far West degli Etf arrivi anche in Italia? Per ora gli investitori europei hanno a disposizione, secondo quanto censito dal portale specializzato JustEtf, circa 2.650 Etp, la macro-categoria che secondo le regole europee include anche gli Etf Ucits, cioè i fondi-indice che rispondono a regole stringenti di diversificazione e trasparenza.
Per ora le case di gestione che si affacciano al mercato degli investitori europei, tradizionalmente meno inclini alla sperimentazione di quelli americani quando si tratta del proprio denaro, stanno scegliendo la via della sobrietà. Anche nel Vecchio Continente, però, si possono trovare Etf curiosi: tra le proposte più insolite ci sono due comparti sui titoli azionari legati al legno, tre prodotti legati ai principi cattolici, un Etf che prova a cavalcare le preferenze dei Millennials.
Nonostante il grado di esuberanza più contenuto, i consulenti invitano comunque alla cautela: gli Etf di nicchia possono avere senso come piccola scommessa direzionale, ma non dovrebbero mai costituire la parte centrale di un portafoglio. In altre parole: per chi vuole davvero stare sul mercato, meglio restare fedeli allo spirito originario di Bogle e Malkiel, e lasciare i Frankenstein agli amanti delle curiosità finanziarie. (riproduzione riservata)