AI, nasce il mercato dei compute futures: come funziona la nuova commodity dell’intelligenza artificiale
C’era una volta l’oro, poi è arrivato il petrolio, il gas naturale e infine i metalli rari. Ogni generazione ha avuto la sua commodity critica, ossia quella risorsa attorno alla quale si costruiva (o si distruggeva) la fortuna di nazioni, industrie e investitori. Nell’era dell’AI, quella commodity si chiama «compute» e si riferisce alla capacità di calcolo delle Gpu. Per rendersi conto del cambio epocale che stiamo vivendo con l’intelligenza artificiale basti pensare al fatto che il Chicago Mercantile Exchange (Cme), la più grande borsa derivati esistente, quella dove si forma il prezzo delle materie prime a cui il mondo reale fa poi riferimento (vedi petrolio), ha annunciato il lancio dei primi compute futures: contratti derivati sul costo orario per affittare un'unità Gpu nel cloud.
Un annuncio passato quasi in sordina nel rumore di fondo tra geopolitica e Fomo sul comparto AI, ma che potrebbe cambiare strutturalmente il modo in cui aziende tecnologiche, cloud provider, investitori istituzionali e trader, gestiscono il rischio legato all'infrastruttura AI. Il lancio ufficiale è previsto entro fine 2026, in attesa del via libera regolamentare da parte delle autorità sui mercati finanziari.
Nello specifico, i nuovi futures si baseranno sugli indici benchmark sviluppati da Silicon Data, start-up che presenta tra i suoi co-fondatori Drw, il colosso del trading algoritmico di Chicago guidato dal mitologico (per quelli del settore) Don Wilson, che ha recentemente sottolineato come «il compute diventerà la più grande materia prima del mondo». Per capire la necessità dello sviluppo di questo mercato, bisogna partire da un problema concreto.
Il costo per accedere a una Gpu Nvidia H100, il chip di riferimento per l'addestramento dei modelli AI, è oscillato selvaggiamente negli ultimi tre anni. Da meno di 2 dollari all'ora nel 2022 a picchi superiori a 8 dollari durante i periodi di maggiore domanda, per poi scendere di nuovo man mano che nuova capacità entrava sul mercato. Un'oscillazione del 300% in pochi trimestri. Per un'azienda che deve pianificare l'addestramento di un modello linguistico di grandi dimensioni, o per un cloud provider che deve fare offerte pluriennali ai propri clienti, questa volatilità è un rischio reale e costoso.
Fino ad oggi, però, non esisteva alcuno strumento finanziario per coprirsi. Nessun future, nessuna opzione, nessun contratto standardizzato. Solo accordi bilaterali opachi e prezzi trattati caso per caso. I compute futures cambieranno invece la struttura di questo mercato. Gli operatori che gestiscono il rischio operativo avranno finalmente a disposizione un contratto forward per coprirsi dal rischio di avviamento.
Per gli investitori istituzionali invece il compute diventerà una asset class autonoma e finanziariamente flessibile: con un indice standardizzato, una forward curve fino a 36 mesi, e un mercato centralizzato, sarà infatti possibile costruire strategie long/short, arbitraggi geografici (i prezzi Gpu in Asia Pacific variano anche del 50% rispetto al Nord America) o spread tra generazioni di chip. Infine, per i retail, ci sarà la possibilità di accedere a un mercato che definire ora di nicchia è riduttivo. Storicamente, una volta che si sviluppano dei futures liquidi, arrivano anche gli Etf a democratizzare poi l’investimento.
Sono tanti gli esempi passati che lo dimostrano: nel 1983 ad esempio, il Nymex quotò per la prima volta i futures sul greggio Wti. Prima di allora, il mercato del petrolio era opaco, frammentato, dominato da relazioni bilaterali e prezzi non trasparenti. Dopo l’arrivo dei contratti a termine sul petrolio, il mercato divenne trasparente in termini di prezzi, favorendo la strutturazione di prodotti finanziari di copertura per tutti e un flusso infinito di capitali speculativi che aumentò la liquidità e ridusse le asimmetrie.
Non tutte le innovazioni finanziarie però riescono. Sarebbe infatti disonesto non ricordare un precedente che mostra alcune affinità con i compute futures. Negli anni ‘90, la divisione broadband di Enron provò a fare esattamente la stessa cosa con la fibra ottica, cercando di creare un mercato futures sulla larghezza di banda. Finì malissimo perché il benchmark non era realmente standardizzabile, il mercato sottostante collassò con il crollo delle dot-com e i volumi erano gonfiati artificialmente dai trader di Enron che facevano trade con loro stessi per simulare liquidità. Speriamo non sia un remake. (riproduzione riservata)