Bruciano di più gli incendi, per lo più in Sicilia, o il riaccendersi di vicende dolorose come quelle di Raul Gardini, in occasione del trentennale della morte?
Gli incendi tecnicamente si possono spegnere, i risentimenti evidentemente no.
A riaccendere, forse inconsapevolmente, le vicende che stanno dietro la morte di Gardini è stato Sergio Cusani, un un’intervista ai quotidiani del gruppo Riffeser pochi giorni prima della messa in onda su Rai1 del docufilm sull’imprenditore suicida. Titolo dell’intervista «La garanzia di Gardini per la scalata Montedison fu l’impero di Serafino Ferruzzi». Sommario: «Il 23 luglio 1993 si uccise il capitano d’impresa di Ravenna. Aveva preso il posto del suocero alla guida del gruppo. Il racconto del consulente che finì in carcere quello stesso giorno e divenne un simbolo di Mani Pulite».
Un giorno dopo l’intervista a Cusani, sabato 22 luglio, ha risposto con una lettera lunga due pagine di giornale la figlia più giovane e più battagliera di Serafino, Alessandra, moglie di Carlo Sama: «Mio padre, la famiglia, Gardini. Dopo anni di silenzio è il momento della verità». E la verità, secondo Alessandra Ferruzzi Sama è che Gardini in sostanza ha usurpato il potere agli eredi figli di Serafino, morto a causa dell’atterraggio ardito del suo jet transoceanico all’aeroporto di Forlì. «… Senza tutto quello che ha creato mio padre, Gardini non avrebbe potuto nulla, e dimenticarsi di questo è un insulto…». Serafino Ferruzzi veniva valutato a Chicago, dove la borsa delle derrate azionava la sirena quando lui entrava, oltre 4 miliardi di dollari. «Mio padre», continua Alessandra, «temeva il giocatore d’azzardo che era Gardini, pur considerandolo un ragazzo capace e intelligente…».
E lo stesso Cusani dà indirettamente ragione ad Alessandra quando spiega che «Lunedì 6 ottobre 1986 Gardini venne da me verso le 11. Aveva appena dato incarico alla Banca Suez, con un ordine aperto non circoscritto, di comprare azioni Montedison. Gli chiesi: che ordine hai dato, a che prezzo? E lui mi rispose: ho detto di comprare tutto quello che viene. Poi alzò il telefono e si mise a dire, con un mezzo sorriso che era anche un mezzo ghigno: “Accidenti”. Gli chiesi: Accidenti cosa? E lui: “Abbiamo il 14%”. Era diventato il maggior azionista della Montedison. E non penso assolutamente che i soci Ferruzzi ne fossero informati. E andava pagata l’operazione di acquisto. Subito mi attivai con Carlo Sama per fissare un incontro, martedì mattina presto, con Nerio Nesi, presidente della Bnl, con lo stesso Sama e Gardini. Chiesero alla Banca 2 mila miliardi di lire. Ovviamente lasciando in garanzia le azioni Montedison…».
Ma Alessandra va oltre: «Era ed è sempre stata una leggenda che mio padre avesse Raul come suo erede. Mio padre lasciò a mio fratello Arturo il 31% e a noi tre sorelle, Idina, moglie di Raul, Franca ed io, il 23% di tutte le singole società industriali, agricole e commerciali in modo che Arturo e una sola di noi sorelle potessero avere la maggioranza per poter tutelare il patrimonio…».
Il fatto che Alessandra non dice è che il fratello maggiore Arturo non era molto votato alla leadership e che subiva, quasi ipnotizzato, quella di Gardini, come si è visto anche in spezzoni del docufilm. Per questo, sostiene Alessandra, Gardini non ha mai accettato quella ripartizione ereditaria e «nel 1985 in occasione dell’aumento di capitale di Agricola finanziaria, ci chiese di rinunciare alle nostre partecipazioni dirette nelle varie società industriali e varie attività apportandole in aumento di capitale per far sì che il mercato potesse partecipare all’aumento di capitale con denaro fresco nella società… A questo progetto di spoliazione mi ribellai e ottenni un patto che consentisse a noi fratelli di essere informati anticipatamente della sua strategia industriale. Purtroppo fui tradita dai miei stessi fratelli Arturo, Franca e Idina, i quali una volta firmato, annullarono il patto e conferirono tutti i poteri a Gardini…».
Insomma, sia pure a 30 anni dalla morte, Alessandra, che aveva il marito Sama a fianco come diretto aiuto di Gardini, sostiene la tesi del tradimento del fratello e delle sorelle. C’era un’evidenza ancora più chiara: che in termini di potenziale capacità e volontà gestionale il primogenito Arturo subiva totalmente l’intraprendenza di Gardini, che in effetti era inarrestabile nella sua voglia di fare, anche se in maniera fin troppo sbrigativa come dimostra l’ordine senza termini dati alla Banca Suez di comprare azioni Montedison. Per completare la sua strategia di potere totale nel gruppo, sostiene Alessandra, Gardini gli avrebbe chiesto di essere lui il rappresentante dei figli minori della stessa Alessandra nella Gardini srl, «la nuova holding, che secondo il suo disegno, doveva sostituire la Ferruzzi».
L’eredità di Serafino Ferruzzi, al momento dello schianto dell’aereo, era probabilmente la più consistenti o fra le primissime in Italia. Una mancata chiarezza sulla leadership dopo di lui da parte di Serafino, che del resto aveva solo 71 anni quando morì, ha provocato tragedia su tragedia. L’esaltazione illuminata ma senza limiti di Gardini (che per primo aveva pianificato un futuro basato sui prodotti della terra come la soia), la decisione di mettersi in società con l’Eni creando Enimont e quindi un mondo di regolari finanziamenti ai partiti combattuti dal pool di Mani Pulite e in particolare da Antonio Di Pietro, una volontà di Alessandra Ferruzzi di non cedere il passo al cognato, il drammatico suicidio di Gabriele Cagliari, capo di Eni, a San Vittore. Tutto questo ha portato al suicidio dello stesso Gardini, consapevole di quanto si sarebbe probabilmente successo. Era l’eredità più grande ed è stata anche la più drammatica. C’è chi critica il testamento di Silvio Berlusconi scritto su due fogli a mano, ma fino a ora gli eredi hanno dimostrato di rispettarsi, senza alcuna lite.
Diverso appare lo sviluppo della grande eredità di Leonardo Del Vecchio, di cui ha dato conto in tutti i dettagli MF-Milano Finanza di sabato 22 luglio: l’eredità è stata accettata con riserva, quindi con inevitabili code e discussioni, da quattro degli otto eredi, nonostante le parole concilianti di Leonardino Del Vecchio al Corriere della Sera. Una lezione per tutti coloro che hanno piccole o grandi eredità da lasciare.
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Mercoledì 26 luglio la Fed ha alzato i tassi di altri 25 punti base, raggiungendo il livello più alto dagli ultimi 22 anni. A ruota, come in una gara ciclistica di inseguimento in pista, la Bce ha fatto altrettanto il giorno dopo. Ma poi si scopre, lo scopre anche Wall Street, che l’inflazione Cpi (si chiama così l’indicatore Usa) in giugno è stata dello 0,2%, che su base annuale è +3%, cioè la più bassa da marzo 2021. Vuol dire che la cura da cavallo decisa dalla
banca centrale americana ha funzionato e secondo non pochi analisti, se dovesse continuare sarebbe non senza conseguenze per la crescita economica.
Giova ricordare che soltanto 15 anni fa l’Europa è entrata un una depressione spaventosa anche per la politica adottata dalle banche centrali alla ricerca dell’araba fenice dell’inflazione ideale indicata nel 2%. In Europa se non ci fosse stato il coraggio del nuovo presidente della Bce, Mario Draghi, chissà per quanti anni la depressione sarebbe durata.
Non vi è dubbio che la decisione di Draghi di annunciare proprio in questa stagione, il 26 di luglio 2012, che la Bce avrebbe messo a disposizione del sistema economico tutta la liquidità che serviva, fu convenuta con le autorità americane. Come ho già ricordato in passato, quella tarda mattinata, Draghi mi avvertì di non trarre con la nostra agenzia MF Newswires, conclusioni errate, visto come avevano reagito i mercati europei. Conveniva aspettare l’apertura dei mercati americani e le dichiarazioni degli analisti. Infatti, appena aprì Wall Street anche i mercati europei ribaltarono il trend verso la crescita. Ma conviene anche ricordare che nel consiglio della Bce ci fu solo un voto contrario alla proposta di Draghi, quello del presidente (politico, in quanto ex-membro della segreteria di partitica di Angela Merkel) della Bundesbank, Jens Weidmann. E probabilmente lo schema si sta ripetendo nell’esecutivo della Bce.
Ma non avendo la signora Lagarde lo stesso ascendente e i collegamenti americani di Draghi, a prevalere è sempre la linea tedesca, sostenuta dal membro permanente dell’esecutivo, Isabel Schnabel e dall’attuale presidente della Bundesbank, Joachim Nagel.
Infatti, il dato preliminare dei prezzi al consumo tedeschi in luglio, mese su mese, è pari allo 0,3%, portando la stessa inflazione su base annuale ancora alta al +6,2%. In particolare è il +11% dei prezzi alimentari nel mese di luglio a incidere, mentre i prezzi dell’energia, il tallone di Achille della Germania, sono saliti del +5,7%. La cosiddetta inflazione armonizzata ha registrato sul mese un +0,5% rispetto allo +0,4% del mese precedente. E anche uno studente del liceo sa che l’inflazione per la Germania è peggio della peste bubbonica, ragion per cui i due rappresentanti tedeschi nell’esecutivo della Bce non mollano.
I dolori della Germania nell’automotive
Ma i problemi della Germania sono anche, come è stato spiegato bene da ItaliaOggi di giovedì 27, ben altri e si riflettono inevitabilmente su tutta l’Europa. A scatenarli è il quasi diktat del governo semaforo a tre, il primo della storia tedesca (socialdemocratici, verdi e liberali) che anche in aderenza alla politica degli Usa ha intimato alla Volkswagen di annullare o tagliare drasticamente gli investimenti in Cina, dove il primo gruppo automobilistico europeo (e non solo) realizza il 40% del fatturato globale e ha programmato 180 miliardi di investimenti nei prossimi cinque anni, in maggior parte in Cina.
Per questo, a fronte degli inviti del ministro degli esteri, la verde Annalena Baerbock, che ha pubblicato un documento di 64 pagine per spiegare i pericoli della Cina, Oliver Blume, capo della VW, ha risposto: «Senza il mercato cinese potremmo fallire». Il forte nervosismo tedesco è dovuto al contrasto dei sentimenti e della realtà: da una parte per anni e anni la Merkel ha organizzato jumbo di imprenditori per portare l’interscambio con la Cina a ben 300 miliardi di euro, che è il più alto di qualsiasi altro Paese; dall’altro i verdi al governo, più che per ragioni economiche, sottolineano che occorre rallentare i rapporti con la Cina perché Pechino non rispetta i diritti umani, non rispetta i parametri della sostenibilità e minaccia Taiwan. Il risultato è che con questo governo la Germania non cresce.
Ha ben presente questa situazione il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che tratta con grande prudenza, anche nella conferenza stampa di giovedì 27, il tema Cina, con la quale l’interscambio è stellarmente lontano da quello Germania-Pechino.
Le risposte del presidente Meloni sono prudenti fin da quando il presidente Joe Biden ha invitato sottilmente l’Italia a non rinnovare il Memorandum sulla via della seta, firmato del presidente Giuseppe Conte. Molto più importante, nella pratica, è il Business Forum, istituito ben prima del Memorandum sulla Via della seta e che prevede l’interscambio di esperienze, con incontri costanti, fra aziende italiane e cinesi.
Il Business Forum ha raggiunto il massimo livello durante la visita del presidente Xi Jinping a Roma e Palermo, prima del Covid. Poi la presidenza per parte italiana è passata alla Cdp nella persona dell’ex-amministratore delegato Fabrizio Palermo, e c’è una sorta di ripiegamento, ovviamente aggravato dal Covid. La presidente Meloni sa che quel Business Forum è molto più concreto di tutto il resto e quindi è intuibile che per il suo viaggio prossimo a Pechino, confermato nella conferenza stampa a Washington, punterà sull’interscambio commerciale, industriale e finanziario, del cui Forum è stato presidente con successo anche il capo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera. Del resto, le parole del capo della VW sono lapidarie. (riproduzione riservata)