Era da fine 2022 che non si osservava una simile accelerazione al rialzo nei rendimenti obbligazionari di mercato. In Italia, il decennale è schizzato, in sole 3 settimane, dal 3,28% di fine febbraio a oltre il 4% nella mattinata di lunedì 23 marzo, mentre il Gilt inglese è schizzato dal 4,2% al 5,10% di lunedì, i livelli dell’estate del 2008. D’altronde, il petrolio del mare del Nord è passato in meno di 3 settimane da circa 70 dollari a quasi 120 dollari, per poi stornare, innescando aspettative inflazionistiche enormi, che si sono parzialmente indebolite nella giornata di lunedì.
Il bello e cattivo tempo (sia per i bond che per le Borse) non lo fanno i dati macro e le banche centrali, ma le parole e i post di Trump sugli sviluppi delle dinamiche di guerra e di pace in Iran. E’ bastava una news lunedì ora di pranzo per far balzare i mercati azionari europei del 5% circa rispetto ai minimi della mattinata, e anche sui bond si è innescata una veloce sequenza di ricopertura o acquisti puri.
IL CROLLO DEL BTP FUTURE

Per i bond, si tratta di dinamiche probabilmente eccessive, destinate a rientrare salvo sviluppo ad oggi non stimabili in merito al conflitto in Iran.
Mentre per le azioni gli spike di volatilità sono più conconi all’asset class. E il movimento di lunedì lascia ben sperare in tal senso, con una inversione intraday al ribasso sui rendimenti impressionante: il decennale è passato dal 4,1% circa al 3,75% circa, una dinamica di magnitudo eccezionale in un arco di tempo molto compresso. Nella seduta di martedì la situazione si è ulteriormente stabilizzata, con lo yield italiano all’ora di pranzo prossimo al 3,85% annuo, e lo spread in ridimensionamento. Ma è in queste dinamiche estreme che, spesso, si annidano delle buone opportunità di entrata in ottica sia di trading sia di posizionamento di medio periodo.
Anche le emissioni societarie stanno evidenziando tensioni non da poco, anche sulla scia di un innalzamento degli spread creditizi legato al sell-off azionario. Guardando agli yield to maturity attuali, le emissioni ad alto rendimento in euro si sono portate ad un valore medio del 6,3% annuo, sufficientemente elevato per sopportare la volatilità dei prezzi e un eventuale ritorno dell’inflazione. L’ambiente in dollari è schizzato, invece, fino al 7,1% annuo, grazie al T-bond decennale verso il 4,4%.
A livello societario di livello investment grade, anche grazie alla duration più elevata, la correzione dei prezzi ha fatto si che lo yield è salito al 3,7% annuo per l’area euro, ma è sui singoli bond che si possono estrarre valori più interessanti. Ad esempio, l’emissione di Mediobanca scadenza settembre 2032 (Isin XS2896482598) rende oggi il 4% annuo, al pari del bond di Volkswagen scadenza settembre 2031 (XS2694874533). Si tratta, in ogni caso, di valori che non denotano eccessive tensioni per il segmento del credito.
Per i rating inferiori, ad esempio l’emissione di Piaggio scadenza ottobre 2030 (Isin XS2696224315, con rating BB-) rende oggi il 4,7% annuo, e il bond di New Princes scadenza febbraio 2031 (Isin XS2958536976, senza rating) ha un rendimento atteso analogo, in entrambi i casi callable ovvero richiamabili dall’emittente in anticipo. Il nervosismo per i rating di più basso livello si è trasmesso anche all’ambiente emergente, con i governativi in dollari (indici Jpm EMBI) saliti al 6,5% annuo come rendimenti a scadenza. Infine, tornando in ambito europeo e sviluppato, il Gilt inglese offre oggi poco meno del 5% annuo, livelli molto allettanti per chi non ha fretta e non teme un eccessivo deprezzamento della sterlina, ma anche i decennali polacchi in zloty rendono il 5,6% annuo lordo, con rating A- e un cambio sloty-euro piuttosto stabile. (riproduzione riservata)