Zest è una delle poche realtà italiane che uniscono investimento e consulenza nel mondo delle startup. Nata dall’integrazione di Digital Magics e Leventure, oggi gestisce circa 240 partecipazioni e accompagna le imprese dalla fase iniziale di sviluppo.
Con sedi a Milano, Roma e Torino, l’azienda punta a essere una piattaforma di livello europeo, ma la strada verso il riconoscimento da parte del mercato è ancora in salita.
Dopo un anno di ristrutturazione e svalutazioni, Zest ha migliorato i conti: ebitda operativo a -691mila euro ma in forte rialzo (+1,64 milioni) sul semestre precedente, debito in calo e ricavi stabili. Il mercato però resta freddo: «Siamo sottovalutati», afferma il presidente esecutivo Marco Gay, ricordando una capitalizzazione sotto i 23 milioni a fronte di un portafoglio da circa 50 milioni.
Il piano industriale 2025-2029 verrà finanziato da un aumento di capitale in opzione fino a 4,5 milioni di euro e punta a trasformare questi numeri in un percorso di crescita più visibile: +58% di ricavi nella consulenza, un portafoglio da 80 milioni e circa 20 milioni di euro di exit (la vendita o la quotazione in Borsa delle partecipate che consente di monetizzare gli investimenti). Il manager cita anche l’obiettivo di un irr (il tasso che misura la redditività annuale del capitale impiegato) medio del 17%.
La prudenza del mercato verso Zest riflette però anche un problema strutturale. Come ha sottolineato Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione italiana del private equity, l’Italia resta indietro rispetto a Paesi come la Francia, dove il capitale di rischio è più accettato e sostenuto da politiche pubbliche favorevoli. Marco Gay condivide l’analisi ma invita a cogliere i segnali di progresso: «Dieci anni fa il venture capital era per pochi, oggi abbiamo superato il miliardo di euro investito. Serve però una vera politica industriale per sostenere e diffondere l’innovazione».
In questo scenario pesa anche il contesto macroeconomico. Il business del venture capital prospera infatti nei periodi di ampia disponibilità di liquidità e di tassi di interesse bassi, che facilitano la raccolta di capitali e l’assunzione di rischio su orizzonti di lungo periodo. L’attuale fase di tassi più elevati, che ha raffreddato i flussi, rappresenta dunque un banco di prova per l’intero settore.
Di fronte alle difficoltà, Zest ha scelto di reagire investendo sull’innovazione con un fondo dedicato all’intelligenza artificiale e alla cybersecurity, e rafforzando le alleanze con Cdp Venture Capital, di cui è il primo partner, oltre che con realtà accademiche e istituzionali come l’università Luiss (che è tra gli azionisti di Zest con l’11,73%), e la Fondazione italiana per l’intelligenza artificiale.
Resta, però, un nodo: in Italia la pazienza dell’investitore è merce rara. «Il capitale di rischio richiede tempo e comprensione dei cicli di crescita», osserva Gay. Zest scommette su questa visione di lungo periodo, ma il vero test sarà convincere il mercato che dietro i numeri c’è un modello industriale capace di generare valore nel tempo. (riproduzione riservata)