“Wall Street – Il denaro non dorme mai”: quello che nel 2010 era stato solo il titolo del film con cui Oliver Stone aveva ricostruito i meccanismi della gigantesca speculazione finanziaria che due anni prima aveva portato al collasso i mercati mondiali, stavolta è l’idea che sembra aver sedotto il New york stock exchange (Nyse), che ha lanciato una consultazione in ordine alla prospettiva di rendere legale l’insonne turbinio del capitale che da tutto il mondo investe a Wall Street, prevedendo contrattazioni senza interruzioni, 24 ore su 24 per tutti i 365 giorni dell’anno. Mentre è prematuro fare pronostici sulle probabilità di accoglimento di questa ipotesi, è invece possibile cercare di descrivere l’impatto che l’apertura ininterrotta della borsa di New York avrebbe sulla dinamica delle contrattazioni su questa stessa piazza e sul conseguente posizionamento competitivo nei confronti delle altre borse.
C’è un primo tema, in via generale: la contrattazione ininterrotta innescherebbe una sorta di evanescenza dei prezzi, degli indici e degli andamenti del mercato. Non solo infatti verrebbe meno la quotazione ufficiale di ogni titolo, il suo prezzo alla chiusura di ciascuna giornata di contrattazione che ne individua sia il valore assoluto che la variazione rispetto al giorno precedente, ma si scardinerebbe il sistema degli indici del listino che oggi integrano, in modo sintetico, l’andamento dei singoli prezzi del paniere indicando le tendenze. Per evitare questa controindicazione, non solo sarebbe arbitrario individuare un dato istante temporale nell’ambito delle 24 ore trascorse, ma ancor più sarebbe fuorviante elaborare la media dei prezzi dei contratti chiusi nel corso delle 24 ore: nel primo caso, infatti, il mercato concentrerebbe le contrattazioni su quel dato istante; nel secondo caso, si contraddirebbe l’idea stessa di una contrattazione continua, visto che non esiste più una cesura temporale ufficiale tra un giorno e l’altro. D’altra parte, già oggi, i dati di apertura e le analisi infraday mettono in luce una serie di fluttuazioni che, in definitiva, vengono comunque riassorbite dal dato di chiusura.
C’è un secondo aspetto: se è pur vero che la chiusura della borsa di New York corrisponde ad ore notturne, di «non lavoro» per gli operatori che vivono negli Usa, e ad ore diurne, «di lavoro» per gli operatori che vivono in aree geografiche con fusi orari differenti, si altera comunque quella che è l’abitudinaria concentrazione delle contrattazioni e delle valutazioni relative ai singoli mercati, che aprono ad Oriente, in Giappone ed Cina, per proseguire con le Borse europee e concludersi negli Usa. La contrattazione continua alla borsa di New York renderebbe questa piazza di per sè preferibile rispetto ai mercati che proseguissero a mantenere i ritmi consueti delle contrattazioni, alternando orari di apertura e di chiusura. Infatti, mentre a New York si potrebbe comprare e vendere in ogni istante, nelle altre Borse bisogna aspettare la riapertura.
Di converso, la Borsa di New York andrebbe incontro ad un inconveniente non trascurabile: con la contrattazione ininterrotta, inevitabilmente ci sarebbero alcune ore in cui il mercato vedrà un numero di contrattazioni più limitato, presumibilmente quelle notturne per gli Usa, un fenomeno che contraddistingue già ora alcuni periodi borsistici dell’anno, come i mesi estivi o i periodi prefestivi. Le imboscate speculative non potrebbero chiedere di meglio: operare di notte, al buio, quando il mercato è più soffice.
In teoria, a parità di mercato, un «negozio» qual’è Wall Street, che vanta un assortimento già più ampio della concorrenza e che decidesse anche di essere sempre aperto, accrescerebbe il proprio vantaggio competitivo rispetto a quelli che hanno listini più esigui ed orari di apertura più limitati. In questi termini, le Borse di piccole dimensioni e frammentate su base nazionale, come quelle europee, non solo dovrebbero aggregarsi tra di loro ma anche uniformarsi alla contrattazione ininterrotta. Quest’ultima decisione potrebbe rappresentare, però, un passo solo eventualmente conclusivo di un preliminare processo di uniformazione delle regole in materia di quotazioni e di emissioni al fine di aumentare l’appetibilità complessiva.
In definitiva, però, l’idea della Nyse potrebbe comportare più rischi che vantaggi: raschiando il fondo del barile, in quanto pensata al solo fine di rendere più appetibile un mercato ormai complessivamente esausto perché già ai massimi, la contrattazione continua darebbe vita ad una serie di prezzi istantanei, ad un assetto di mercato sempre più volatile ed esposto alla speculazione. L’ammonizione di Oliver Stone risuonerebbe ancora una volta, pericolosamente. (riproduzione riservata)
