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Wall Street, dopo un taglio dei tassi che cosa succede alle azioni? Carson Wealth Management stima quanto salirà l'S&P 500

di Mario Olivari
25 agosto 2025, 13:20 Ultimo aggiornamento: 14:08

Con una probabilità dell'85%, la Fed potrebbe ridurre i tassi a settembre. Un'analisi storica di Carson Wealth Management suggerisce rendimenti positivi nei sei mesi successivi, nonostante la volatilità iniziale. Ma il mercato resta vicino ai massimi storici e richiede cautela

La settimana scorsa, il tema dominante è stato il possibile taglio dei tassi da parte della Fed, con Jerome Powell che ha lasciato intendere questa possibilità per settembre. Oggi, siamo praticamente certi che il taglio avverrà, con una probabilità dell’85% secondo i dati del Cme FedWatch Tool. Ma, con l’S&P 500 che ha guadagnato quasi il il 33% dal minimo del Liberation Day, ovvero il 2 aprile scorso, giorno in cui Donald Trump ha annunciato dazi contro ogni Paese del mondo, il mercato appare ormai molto tirato. A questo punto, ci si può chiedere: cosa accade in media in un mercato vicino ai massimi storici nei mesi successivi a un taglio di 25 punti base da parte della Federal Reserve?

Per rispondere a questa domanda, possiamo fare riferimento a una ricerca pubblicata il 22 agosto 2025 da Carson Wealth Management, una società di consulenza finanziaria che ha analizzato i dati storici relativi ai tagli dei tassi. Gli analisti di Carson hanno esaminato 23 eventi passati in cui la Fed ha ridotto i tassi mentre il mercato era ai massimi storici, studiando l'andamento medio e mediano dell'S&P 500 nei mesi successivi al taglio. I risultati non sono del tutto negativi: sebbene ci possa essere un po’ di volatilità nei primi 2-3 mesi, la ricerca suggerisce che, statisticamente, un taglio di 25 punti base, anche in un contesto di massimi storici, tende a portare a rendimenti positivi nei 6 mesi successivi. Esaminiamo i dettagli di questa ricerca per capire meglio le implicazioni per il mercato.

Carson: rendimenti medi dell'S&P 500 del +13,9% nell'anno successivo a un taglio dei tassi

Lo studio di Carson ha analizzato l’impatto dei tagli dei tassi da parte della Federal Reserve quando il mercato si trova vicino ai massimi storici. Più nello specifico, sono stati prese in considerazione tutte le volte dal 1980 ad oggi che la Fed ha tagliato il costo del denaro di 25 punti base in un intorno del 2% dai massimi storici. I risultati mostrano che, nel breve periodo, l’effetto del taglio sui mercati è incerto. Nel mese successivo, i rendimenti sono generalmente bassi e più volatili, con una performance media di appena +0,2% e 11 casi su 23 che hanno registrato performance negative, arrivando anche a minimi del -8,3%.

Tuttavia, l’orizzonte temporale più ampio offre una prospettiva più positiva. A sei mesi dal taglio, i rendimenti salgono al 3,4%, mentre a un anno si attesta mediamente al 13,9%, mostrando che il mercato tende a riprendersi e crescere nel lungo periodo. Un altro studio di Carson conferma che, quando tra un taglio e l'altro passano molti mesi, i primi mesi possono essere caratterizzati da volatilità e incertezze, ma nel lungo termine, i mercati tendono a stabilizzarsi.

Parallelamente, Bloomberg ha sviluppato un indicatore aggregato che unisce diverse metriche finanziarie, come il P/E ratio, il Cape ratio e il price-to-book. Questo strumento ha evidenziato che quando il mercato è in fase di euforia, i rialzi spesso portano a rendimenti inferiori e a un aumento dei rischi per il futuro. Attualmente, ci troviamo vicino ai livelli più alti di questo indicatore, suggerendo un possibile rallentamento delle performance nel lungo termine.

Rischi e concentrazione nei mercati: perché la correlazione tra i tagli della Fed e la crescita non è garantita

Nonostante la storica correlazione tra i tagli dei tassi della Fed e i successivi rialzi dei mercati, è importante ricordare che l’andamento passato non predice il futuro. La presenza di una correlazione tra il taglio dei tassi e una performance positiva a lungo termine non implica un nesso causale. Ogni ciclo economico è unico, e il mercato può rispondere diversamente a fattori macroeconomici. Oggi, i rischi sul mercato azionario sono elevati, soprattutto a causa dell'iperconcentrazione nelle big tech americane. Le prime 10 azioni, tra cui Meta e Apple, pesano ormai quasi il 40% dell'S&P 500, un dato senza precedenti. Se queste aziende dovessero affrontare una correzione, la volatilità aumenterebbe significativamente. Inoltre, la crescente rotazione settoriale, con gli investitori che diversificano il portafoglio, sta rafforzando l’index equal-weight, ma la struttura dell’indice tradizionale espone ancora a potenziali shock improvvisi.

Un altro indicatore da monitorare è il Buffet Indicator, che misura la capitalizzazione di mercato rispetto al pil di un paese, un parametro utilizzato da Warren Buffett per valutare il livello di sopravvalutazione delle azioni. Attualmente, questo indicatore ha superato il 213%, il che significa che l’S&P 500 capitalizza più di due volte il pil degli Usa, un livello molto alto. Il livello attuale della metrica è ben oltre la media storica, arrivando a più di due deviazioni standard al di sopra della norma. Un valore così elevato suggerisce che il mercato potrebbe essere sopravvalutato e vulnerabile a correzioni.

Inoltre, uno studio recente pubblicato sul sito currentmarketvaluation.com sul rapporto prezzo/fatturato delle azioni mostra un valore medio di 3, ben superiore alla media storica di 2,3 deviazioni standard. Questo incremento è significativo, in quanto indica che il mercato è più costoso rispetto al passato, aumentando il rischio di un aggiustamento se le aspettative di crescita non fossero confermate. In ultima analisi, quindi, è importante evidenziare che l’attuale configurazione del mercato richiede cautela, con potenziali insidie al di là delle sole dinamiche dei tassi d'interesse.(riproduzione riservata)



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