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Venture ma senza ipo
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Venture ma senza ipo

di Andrea Minuto Rizzo
Milano Finanza - Numero 011 pag. 25 del 16/01/2021

Le 5 big tech con 450 acquisizioni hanno ridotto il flusso di investimenti verso le nuove imprese e i collocamenti sui mercati L’avanzata della kill zone e la distorsione della concorrenza

Il venture capital rappresenta il motore dietro le più importanti innovazioni digitali degli ultimi anni. Non è un caso che le cinque principali imprese americane per capitalizzazione di borsa, le Gafam (ovvero Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft) si siano sviluppate attingendo a questa fonte di finanziamento. Tuttavia negli ultimi anni, negli Stati Uniti, ad una crescita sensibile del capitale investito in tale comparto, si è accompagnata una riduzione del volume delle transazioni. I maggiori capitali investiti sono sempre più concentrati nelle mani di un minor numero di imprese più grandi e in una fase di sviluppo avanzata.
Alcuni studi mettono l’accento su una contrazione drastica, rispetto a settori tecnologici comparabili, del volume dei finanziamenti nelle prime fase di vita di una nuova impresa proprio nelle aree delle principali piattaforme digitali.
Per cercare di dare una spiegazione a questo fenomeno, negli ultimi anni si è così sviluppato un dibattito circa l’esistenza nel settore digitale di una zona (la kill zone) in cui le imprese nascenti verrebbero uccise nella culla, subendo aggressive condotte escludenti da parte delle piattaforme dominanti o acquisizioni in alcuni casi determinate proprio da queste condotte aggressive, disincentivando così il finanziamento da parte dei fondi di venture capital.
Negli ultimi anni gli interventi antitrust contro gli abusi di posizione dominante nel settore digitale sono aumentati specialmente in Europa. Si pensi alle tre distinte condanne inflitte dalla Commissione europea a Google con sanzioni comminate per un totale di 8,25 miliardi di euro, nonché ai casi pendenti nei confronti di Amazon.
A ciò è solo di recente seguito un maggior interventismo anche da parte delle autorità antitrust statunitensi. Desta particolare interesse, per la novità nell’approccio seguito, l’intervento della Federal Trade Commission contro Facebook volto a perseguire la strategia di «acquisire o seppellire» imprese rivali nascenti. I documenti interni di Facebook, resi noti per la prima volta dal rapporto del Congresso statunitense sulle piattaforme digitali del 4 ottobre, indicano come Facebook abbia acquisito in maniera seriale imprese nascenti che considerava come minacce competitive prima che potessero diventare dei veri e propri rivali, Instagram su tutte.
Al sempre maggiore interesse per il tema dell’acquisizione di imprese nascenti da parte delle piattaforme digitali, non è per ora però seguito un maggior interventismo. Tra il 2010 e il 2019 le Gafam hanno realizzato ben 450 transazioni, per lo più seriali e di valore sotto il miliardo di dollari, accompagnate, tuttavia, da alcune note acquisizioni di rilievo, con più di 20 acquisizioni sopra il miliardo di dollari, tutte autorizzate dalle autorità antitrust sulle due sponde dell’atlantico. A ciò non ha fatto eccezione l’acquisizione di Fitbit da parte di Google, appena autorizzata con condizioni dalla Commissione europea.
Non deve, perciò, sorprendere il maggiore interesse verso approfondimenti, accademici e da parte delle autorità, rivolti proprio all’intersezione tra venture capital e settore digitale.
Dalle audizioni dei rappresentanti del settore del venture capital da parte delle autorità antitrust statunitensi è emerso come si tratti di un fenomeno complesso nel quale le posizioni opposte, più o meno interventiste, facciano, comunque, parte di uno stesso ecosistema digitale da preservare.
Gli autori Mark Lemley e Andrew Mc Creary, ritengono che la focalizzazione degli investitori di rischio sulla monetizzazione di una propria partecipazione in una impresa nascente, in particolare attraverso una vendita e non una quotazione in borsa, è ormai patologica e che rappresenti una delle principali ragioni della riduzione del ruolo della concorrenza distruttiva «schumpeteriana» nel settore del tech. Vengono così proposte delle misure volte ad allineare meglio gli investimenti nel capitale di imprese nascenti con il benessere sociale, facilitando, ad esempio, la quotazione in borsa.
Altri, come chi scrive, mettono l’accento sulla necessità di superare alcuni ostacoli di natura sostanziale prima di poter aumentare lo scrutinio antitrust delle concentrazioni digitali. Andrebbero, in particolare, approfonditi meglio gli effetti dinamici sui futuri fornitori di capitale di rischio dell’attuale regime, di fatto favorevole alle concentrazioni digitali. Se, da un lato, è vero che la vendita alle piattaforme digitali rappresenta un modo per gli investitori di monetizzare la propria attività, dall’altro, nel lungo periodo, l’attuale laissez faire potrebbe aumentare così tanto il potere di mercato delle grandi piattaforme da determinare una loro minore propensione ad investire.
Dall’industria del venture capital sembra venire la richiesta di non intervenire finché tali fenomeni non siano meglio conosciuti. Una kill zone potrebbe esistere in alcuni casi. Per i fondi di venture capital il costo/opportunità di uno specifico investimento rispetto a possibili scelte alternative assume particolare rilievo. Per questo motivo, in mercati dominati da monopolisti digitali, difficili da sfidare sul proprio terreno attraverso innovazioni dirompenti, le imprese nascenti potrebbero trovare difficoltà ad essere finanziate.
È anche vero però che le imprese di venture capital valutano ogni anno migliaia di imprese attive nel settore digitale e che, ad esempio, Facebook è nata sotto gli occhi di Google. Il tech guru Benedict Evans ci ricorda che le sfide concorrenziali alle grandi piattaforme digitali potrebbero non venire da qualcuno di nuovo che fa la stessa cosa degli operatori esistenti, ma da qualcosa di diverso. Per ritrovare gli stimoli alla concorrenza dinamica e all’innovazione dirompente, una particolare attenzione andrebbe così portata a preservare la possibilità di crescita in mercati adiacenti a quelli dominati dai grandi monopolisti digitali o di sviluppare modelli di business radicalmente diversi da quelli esistenti. (riproduzione riservata)



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