Da qualche settimana è in corso una vera e propria luna di miele tra Italia e grandi investitori istituzionali. Poche volte nel recente passato il mercato aveva apprezzato così tanto le misure di finanza pubblica di Palazzo Chigi, come testimonia anche la recente promozione del debito tricolore da parte dell’agenzia Moody’s.
Se a ciò si aggiunge il persistente scetticismo verso gli Stati Uniti, dove le mosse di Donald Trump stanno sortendo l’effetto diametralmente opposto, il gioco è fatto: i grandi investitori si allontanano dagli Usa e rivolgono l’attenzione verso l’Europa, privilegiano il debito periferico che rende di più e in alcuni casi (Italia e Spagna in primis) pur a fronte di una solidità sostanziale mai in discussione.
A guardare con interesse all’Italia c’è anche Vanguard, seconda più grande società di gestione al mondo dopo BlackRock e leader globale nell’ambito degli investimenti passivi: un colosso che è in grado di spostare montagne di denaro verso un’asset class piuttosto che un’altra, influenzandone gioco forza l’andamento. Ora Vanguard ha messo nella sua watchlist proprio i titoli del debito italiano, ipotizzando che lo spread tra Btp decennale e Bund tedesco di pari durata - sceso da poco sotto i 100 punti base - possa ulteriormente restringersi fino a 80 punti.
Ma tutto parte in realtà da quanto sta succedendo negli Stati Uniti: qual è lo stato di salute del debito americano alla luce del recente downgrade operato da Moody’s? «I mercati erano già preparati alla possibilità che il debito Usa venisse declassato da Moody’s: altre agenzie avevano già un rating inferiore. Non è stato uno shock», spiega a MF-Milano Finanza Ales Koutny, head of international rates della società di gestione. «Abbiamo visto un po’ di volatilità, soprattutto sui Treasury trentennali, ma i rendimenti alla fine non sono cambiati molto, in alcuni casi sono persino scesi. Oggi l’attenzione è rivolta più che altro alla volatilità in sé, che genera incertezza per gli investitori».
Un’incertezza che di contro sta favorendo i mercati europei. «C’è stato un netto cambio di passo», conferma l’esperto. «Gli investitori globali stanno tornando verso l’Europa, non solo in ambito obbligazionario ma anche sul versante azionario. Vediamo un riequilibrio dei flussi che prima andavano quasi esclusivamente verso gli Usa: ora è più un 50 e 50 tra Stati Uniti, Europa e altre aree». Uno spostamento di questo tipo, secondo Koutny, «riflette maggiore fiducia nella stabilità dell’Unione Europea, con la Germania che ha abbandonato l’austerità per promuovere la crescita. Questo ha alimentato appetito per i titoli di Stato europei».
Ma come se la cava l’Italia in questo contesto? «È ben posizionata», assicura il responsabile dei tassi del colosso americano degli investimenti. «Lo spread era sceso fino a 90 punti base dopo il Covid, poi è risalito con la fine del quantitative easing della Bce. Ora vediamo spazi per un ulteriore restringimento: il nostro target è attorno a 80 punti base». È un livello, sottolinea Koutny, «che riflette una nuova fiducia nei confronti della coesione europea e dello stato di salute delle economie periferiche come Italia e Spagna».
Per un investitore individuale che volesse costruire il suo portafoglio obbligazionario sulla base di queste indicazioni le occasioni non mancano. «L’incertezza politica e macroeconomica impone alle banche centrali un approccio cauto», segnala il money manager di Vanguard. «La Bce, secondo noi, taglierà i tassi ma non oltre l’1,5-1,75%, a meno di una forte recessione. Non vediamo il ritorno ai tassi zero nel breve».
Questo contesto ha cambiato il modo in cui si costruiscono i portafogli. «Gli investitori stanno abbandonando la parte lunga della curva, storicamente più volatile, per concentrarsi su scadenze brevi e intermedie. Noi preferiamo decisamente il tratto 1-3 o 1-5 anni della curva europea, dove si trovano ancora rendimenti interessanti e minore rischio di tasso».
Un’ultima considerazione operativa riguarda le valute da scegliere in portafoglio. Meglio investire in euro, dollari o valute emergenti? «Gli Usa rappresentano una fetta importante dei mercati globali, con un peso del 50-70% nei principali indici azionari e obbligazionari mondiali. Per avere un’esposizione diversificata a livello globale, gli investitori devono detenere asset statunitensi», è il punto di partenza di Koutny. Tra questi però «l’unico che si può evitare è il dollaro, attraverso una copertura valutaria».
L’esperto vede oggi «una crescente propensione degli investitori a coprire il rischio cambio: fondi pensione e istituzioni stanno iniziando ora a muoversi in questa direzione». La stima di Vanguard è che «il dollaro continuerà a deprezzarsi del 10-15% nei prossimi cinque anni, tornando su livelli medi degli anni Duemila». Questo in realtà «non penalizzerà necessariamente le attività americane, anzi: metà dei ricavi delle aziende Usa è generata all’estero e un dollaro debole rende questi profitti più rilevanti», osserva il manager.
Quanto al rapporto di cambio tra euro e divisa americana, Koutny prevede «che la moneta unica possa salire verso quota 1,20 entro fine anno, ma sarà un percorso irregolare, perché una moneta troppo forte peserebbe sull’export europeo, generando un meccanismo di riequilibrio naturale». (riproduzione riservata)