Dopo il Covid-19 per il pharma e il biotech quotati è iniziato un periodo di vacche magre. Le società farmaceutiche e biotecnologiche hanno perso la carica: tanto che negli ultimi tre anni l’indice Msci World Pharma, Biotech e Life Sciences (in dollari) è cresciuto solo del 6,97% annualizzato, meno di un terzo rispetto al 22,25% dell’Msci World generalista. Pharma e biotech potrebbero però presto vivere una seconda giovinezza in borsa, come evidenzia un report di Julius Baer firmato da Mathieu Racheter e Fabian Wenner: «Le valutazioni restano interessanti, con un multiplo prezzo/utili 2027 di 11,7, livello convenienti sia in termini assoluti sia relativi rispetto al mercato».
Per chi volesse investire in pharma e biotech le soluzioni di risparmio gestito non mancano. La tabella in basso elaborata da Fida raccoglie i primi dieci fondi per rendimento nel 2025: quello medio è del 14,3%, che passa al 6,8% a un anno e al 14,4% su una prospettiva triennale. Il tutto con costi annui dell’1,38% ma molto variabili, da un minimo dello 0,77% a un massimo del 2,3%.
Per Monica Zerbinati, analista finanziaria di Fida, nel macro-mondo del settore sanitario ci sono due tipi di investimenti: il biotech, «che da inizio anno ha rendimenti intorno al 15% grazie a un ritorno di entusiasmo per via di terapie geniche, nRna, AI che scrive i protocolli clinici. È un settore che vive di event-risk: un trial riuscito può valere una corsa, uno fallito un crollo». E poi c’è il pharma classico, in flessione da inizio anno (-4% medio) «ma con volatilità inferiore, che riflette la solidità di business maturi, regolati, capaci di generare utili anche quando il mercato si raffredda». La versione hedged, che accomuna i fondi della tabella, «beneficia della copertura valutaria, con +11% da inizio anno e rischio più contenuto», conclude l’esperta.
Con il fondo Biotech Pictet Am da inizio anno fa +31,6%, seppur con costi elevati del 2,3%. Tazio Storni, gestore del comparto, come strategia si concentra su asset meno rischiosi «con il potenziale di generare prodotti da un miliardo di dollari nella seconda metà di questo decennio». Per il money manager è importante il fattore delle acquisizioni: «Le attività di m&a hanno eguagliato il ritmo dell'anno scorso, con il solo mese di giugno a 14 miliardi di dollari». E lo è soprattutto considerando il rally nei titoli oggetto di investimento. Un esempio? «89bio ha registrato una forte progressione (+70% in sei mesi, ndr) dopo che Roche ne ha annunciato l'acquisizione», ricorda Storni.
89bio faceva parte del portafoglio di Riverfield Alpine – Elica Equity, un fondo azionario concentrato sulle biotech quotate che per ora si rivolge solo a investitori professionali (che quest’anno aveva anche Springworks e Verona comprate, ripettivamente da Merck KGaA e Merck, Akero da Novo Nordisk e Avidity da Novartis).
Ubs Am compare in graduatoria con due comparti: Digital Health Equity (+10,8% da gennaio, costi dell’1,92%) e Sustainable Health Transformation (+10,5%, commissioni di 0,77%). Oltre che sulle valutazioni ai minimi Alessio Rizzi, asset allocation strategist, invita a ragionare sul fatto che il settore sanitario «è tradizionalmente difensivo, e tipicamente sovraperforma nel rallentamento economico». Quanto alla tipologia di quotate, il money manager preferisce oggi «le grandi aziende farmaceutiche globali, che trattano a uno sconto del 17% rispetto alla loro media storica del rapporto prezzo-utili e a uno sconto del 30% rispetto all’azionario globale».
Janus Henderson si approccia all’asset class con il fondo Global Life Sciences, che da gennaio sale del 10,1% con commissioni dell’1,5%. «Il comparto biotecnologico si distingue come il sottosettore più interessante, dato il suo ruolo centrale nel promuovere l'innovazione», evidenzia Daniel Lyons, portfolio manager dell’Health Care and Biotech Team. «Siamo particolarmente concentrati su aree quali l'obesità, l'oncologia, le malattie cardiovascolari». All’interno di questo comparto, il gestore ha un occhio di riguardo per le piccole capitalizzazioni, che nel primo semestre «hanno risentito in modo sproporzionato dell'incertezza politica e normativa, ma ora scambiate a livelli vicini ai minimi storici, raggiunti solo due volte negli ultimi 30 anni».
Attenzione infine alla nicchia del medtech, ossia le tecnologie medicali, comparto che «combina una crescita più sostenuta» (propria della tecnologia) «con la stabilità garantita da un processo di ricerca» tipico del settore medico, riassume Angelo Meda, responsabile azionario di Banor. «In borsa il settore ha vissuto una fase di stanca negli ultimi anni, tanto che l’indice Ecpi Global Medical Technology dal 2014 al 2021 è cresciuto in modo costante di circa il 20% all’anno, ma dal picco del 2021 è sceso sotto il 16% e con un andamento piatto». Ma adesso, conclude il money manager, il medtech tratta «a valutazioni sacrificate per motivi non strutturali, visto che i trend secolari a favore come l’invecchiamento della popolazione non hanno vissuto cambiamenti». (riproduzione riservata)