
È più importante il lancio dell’offerta pubblica di scambio (quindi senza soldi contanti) di Unicredit su Banco Bpm, la vecchia Popolare di Milano, oppure i cambiamenti di regole per la nomina degli amministratori delle società quotate? È più importante l’entità dei dazi che il presidente Donald Trump ha già varato per ora verso il Canada e il Messico o la sfida della cinese Huawei contro Apple e Google? E ancora: è più importante l’attacco di Elon Musk che attraverso xAI attacca OpenAI oppure la grande fuga dal listino di Piazza Affari di ben 22 società particolarmente significative, che pesano per una capitalizzazione di 28 miliardi di euro?
Per l’offerta di scambio (Ops) lanciata da Unicredit ho modo di dire che alla Bpm non se l’aspettavano proprio, visto che in un colloquio diretto con l’amministratore delegato, Giuseppe Castagna, due giorni prima del lancio, il numero uno della ex-banca popolare da lui risanata, mi parlava soltanto dell’Opa da lui lanciata per prendere il controllo pieno di Anima, la società di servizi finanziari di investimento. E comunque anche il tema della nascita del terzo polo con Mps, non appariva avere consistenza proprio perché «Bpm ha come primo azionista (circa 10%) la banca italiana del gigante francese Credit Agricole. Ritengo che qualunque mossa si faccia sia difficile che un gruppo delle dimensioni di quello francese rimanga inerte». E allora l’ipotesi era quella del terzo polo con Mps, che appunto Castagna non vedeva senza l’accordo con il Credit Agricole. Figuriamoci se era ipotizzabile un’operazione di ops senza contante.
Invece, è arrivata la sorpresa di Unicredit ed è arrivata proprio per la bravura (paradosso dei paradossi) di Castagna che, oltre a risanare la banca gli ha fatto conquistare una quota di mercato sulla piazza di Milano e Lombardia del 13-14% contro il 6% di Unicredit. E invece questi numeri denotano la debolezza a Milano e Lombardia di una grande banca internazionale come Unicredit, per di più guidata da un ceo che ha un passato di grandissimi successi come banchiere d’affari, cioè, abituato a comprare e anche vendere, come dimostra anche il tentativo di scalare una grande banca tedesca quale la Commerzbank, seconda del Paese ancorché malaticcia.
Fare qualsiasi previsione è oggi impossibile perché, se è vero che Orcel ha lanciato una ops, con la quale ridurrebbe la partecipazione degli attuali detentori di azioni Bpm a un livello non insignificante ma nemmeno di comando, pari a circa il 14% nella nuova banca che nascerebbe dall’ops, è anche vero che la sua abilità da banchiere d’affari potrebbe fargli tenere in serbo altre mosse. Dipenderà tutto da due protagonisti: il ministero dell’economia, Giancarlo Giorgetti, che ha già cominciato a parlare di possibile utilizzo del golden power, e il Credit Agricole, che certo non disdegnava e non disdegna di accrescere il suo peso in Italia. Su tutto pesa il calcolo fatto secondo cui, se ci fosse l’acquisizione e quindi la fusione di Bpm in Unicredit perderebbero il posto, secondo i calcoli del management, almeno 6 mila persone della ex-banca popolare. Un tema che nel contesto attuale può diventare decisivo per l’opposizione all’operazione da parte del governo e in particolare della Lega, che ha in Lombardia parte significativa del suo elettorato.
La vicenda Bpm non è tuttavia meno importante del cambiamento delle regole varate dal parlamento per il governo delle società quotate. Si sa bene che questa normativa ha un obbiettivo preciso da parte del governo: consentire cambiamenti radicali nei Consigli di amministrazione e quindi di potere all’interno, in primo luogo, di Mediobanca e Generali. Sotto la spinta di azionisti delle due società, come il gruppo Caltagirone, che ha sempre in campo il quotidiano della capitale, il Messaggero, oltre alla catena che copre tutto il lato adriatico fino a Venezia con giornali locali e quindi di peso elettorale, la maggioranza parlamentare guidata da FdI con alleati di ferro, in questo caso la Lega salviniana, ha cambiato le regole di nomina dei consigli di amministrazione, con un obiettivo preciso: fare in modo che le quote azionarie possedute in Mediobanca e in Generali da Caltagirone e il suo alleato Milleri (a capo del gruppo Del Vecchio) alla fine scalzino gli attuali amministratori che finora sono stati eletti dagli investitori istituzionali con regole particolari ma affini a quelle della finanza internazionale.
Se ciò avvenisse, si renderà sempre più necessario un intervento da parte di chi in Italia ha la forza per superare Caltagirone e Del Vecchio e nella governance risponde a regole di gestione internazionali. Sì da scongiurare che il comando della prima banca d’affari del paese, ben guidata da Alberto Nagel, il quale saggiamente ha abbandonato i vecchi criteri validi all’epoca di Enrico Cuccia, e di Generali, con migliaia di miliardi di asset in gestione, non diventino entità estranee ai mercati internazionali.
Nella misurazione dell’importanza di fatti in via di sviluppo in Usa e in Cina, non vi è dubbio che la cosa più importante sarebbe il rispetto dei principi del Wto. Invece è probabile che il presidente eletto Trump si dimentichi totalmente che esistono le regole del Wto, che in passato sono state pensate per la Cina, che ora, paradossalmente, è una sorta di sacerdote difensore di quelle regole. E infatti Trump ha già anticipato, come monito alla Cina, che aumenterà immediatamente i dazi addirittura ai confinanti di Messico e Canada. Figuriamoci che cosa farà contro la Cina. Queste mosse quasi certe del presidente Trump, di cui ho avuto modo di conoscere il temperamento focoso in più di una cena a Le Cirque del grande Sirio Maccioni a New York, cambieranno gli assetti del commercio internazionale e nessun paese oggi sa come si trasformeranno i flussi. Per contro, la Cina ha oggi armi tecnologiche importanti e proprio nella tecnologia potrà fare a meno di quella americana. Infatti, i cinesi sono pronti con Huawei a lanciare telefoni con un software completamente alternativo a IOS e Android. Non è che la conseguenza diretta, come ho potuto scrivere più volte, del fatto che gli Usa hanno usato, per i bassi costi, troppo a lungo la Cina come fabbrica dei device più avanzati: era quindi inevitabile, perché tutt’altro che stupidi e con un numero elevatissimo di laureati nelle maggiori università americane, che imparassero e sviluppassero tecnologie anche superiori a quelle americane. Per questa capacità raggiunta dalla Cina, non è escluso che il presidente Trump annulli la decisione dell’antitrust americano di imporre a Google di vendere Chrome, che è il browser più popolare usato dal 67% degli abitanti della terra.
In un contesto come questo, una vera e propria guerra commerciale produce un danno, come sempre quando c’è una guerra, non solo per chi la combatte ma per il commercio di tutto il mondo. Un’aggravante per lo stato pericolante in cui già appare l’economia di vari paesi.
Le crisi potranno essere di vario tipo specialmente nel campo finanziario. Una minaccia particolarmente grave per l’Italia, dove la Borsa ha visto ben 22 società uscire da Piazza Affari per una capitalizzazione di oltre 28 miliardi. Un trend che purtroppo è tipico del mercato borsistico italiano ma che si è accentuato da quando è stata creata la Borsa Euronext e in essa sono confluite borse straniere che offrono condizioni fiscali e normative enormemente sperequate rispetto a quelle italiane. Perché un imprenditore, visto l’appellativo di Euro, non dovrebbe trasferirsi, per esempio, all’Euronext di Amsterdam dove le azioni possono avere voti multipli e con un trattamento fiscale migliore di quello di paesi come l’Italia? Così molti dei grandi gruppi hanno preso la strada di Amsterdam a cominciare da Exor degli eredi Agnelli.
Si pensava che per l’Italia avrebbe funzionato Euronext growth: sono quotate diverse società, ma un numero ancora modesto per esempio rispetto a Parigi. Un fiasco clamoroso. Se il governo non diventerà consapevole che in Italia va creata la cultura dell’investimento in borsa, il volano finanziario del mercato borsistico sarò sempre ridicolo. Non ci stancheremo di ripeterlo, nonostante le dichiarazioni trionfanti di Euronext. C’è una sola via per far diventare l’Italia un paese dove il mercato borsistico raccoglie denaro per lo sviluppo delle imprese che si quotano: un piano di agevolazione fiscale per alcuni anni per chi si quota e un trattamento fiscale agevolato, sempre per un periodo definito, per chi investendo realizza profitti. Qualsiasi altra via è inutile, salvo quella di un programma quasi culturale per tutti gli italiani, anche per loro con una significativa agevolazione fiscale. L’Italia è percentualmente il paese europeo con il più alto risparmio: a giovarsene, sono solo le società gestione straniere, che investono la raccolta nelle società straniere. Se questa situazione mutasse, l’Italia, con il risparmio che ha, potrebbe diventare il paese europeo con il più alto sviluppo.
Ritornando sul panorama internazionale, si assiste ai prodromi di una guerra, che sarà senza quartiere per il primato tecnologico. OpenAI è stata la prima società a lanciare l’uso dell’intelligenza artificiale per quello che è stato definito ChatGtp, cioè un sistema che risponde praticamente a qualsiasi richiesta gli venga rivolta. La società era nata non profit e fra i soci c’era anche Elon Musk, che tuttavia ne è uscito ben prima di diventare il maggior finanziatore e sostenitore della campagna elettorale che ha riportato alla Casa Bianca Trump. Musk è uscito prima del decollo di OpenAI ma presto ne è diventato un nemico quando si è accorto dell’ottimo successo ottenuto dalla società che aveva contribuito a far nascere. E ora con xAI è partito all’attacco della ex società che aveva contribuito a fondare.
La concorrenza fa sempre bene. Ma pur senza nessuna simpatia particolare per OpenAI, c’è da sperare che Musk non riesca anche nell’impresa di superare la prima società (diventata ora profit) che ha aiutato ad avere risposte anche a chi non ha particolari conoscenze informatiche. Soprattutto per un motivo: perché in base all’amicizia con il presidente eletto Trump, se sfondasse anche in ChatGpt si creerebbe un altro strumento discriminante durante e a favore dell’amministrazione Trump; anche se c’è chi pensa che nel fidanzamento fra Trump e Musk prima o poi ci saranno scintille, considerate le due personalità spesso eccessive. Se ciò avvenisse, ci sarebbero maggiori opportunità per gli altri.
Sicuramente, occorre mettersi l’animo in pace, il mondo e i suoi abitanti hanno davanti anni in cui l’evoluzione tecnologica sarà debordante e quindi condizionante anche per la qualità della vita, con profonde variazioni se non alterazioni delle generazioni più giovani, che nel digitale sono immersi fino al collo.
Mentre si scalda in parlamento il confronto sul bilancio dello stato e le scarsità delle risorse, riemerge la via della vendita degli immobili pubblici e il capogruppo di Italia Viva, Davide Faraone, ha presentato l’emendamento che segue. Finalmente un gesto coerente con quanto questo giornale sostiene da tempo. Il valore degli immobili che il ministro dell’economia di allora, Giulio Tremonti, trasferì agli enti locali e che in larga parte sono rimasti non produttivi, arrivava a circa 600 miliardi. L’onorevole Faraone ipotizza 300 miliardi nel triennio. Ecco il testo dell’emendamento del quale comunque va dato merito al capogruppo di Iv per aver riproposto il problema in sede parlamentare:
Emendamento Faraone/Del Barba
117.02
Dopo l’articolo, aggiungere il seguente:
Art. 117-bis.
(Valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico)
1. Per ciascuno degli anni 2025, 2026 e 2027 la cabina di regia di cui all’articolo 28-quinquies del decreto-legge 22 giugno 2023, n. 75, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 agosto 2023, individua gli immobili appartenenti al patrimonio pubblico da alienare a titolo oneroso, per un valore complessivo pari a 300.000 milioni di euro nel triennio.
2. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottarsi entro il 30 giugno 2028, è individuato l’elenco degli immobili e dei valori di mercato individuati ai sensi del comma 1, nonché le modalità di cessione degli stessi. Lo schema di decreto di cui al periodo precedente è trasmesso alle Camere entro il 31 marzo 2028.
3. Le risorse derivanti dalle cessioni di cui ai commi 1 e 2 sono riversate al bilancio dello Stato per essere assegnati al programma «rimborso del debito statale», missione «debito pubblico». (riproduzione riservata)