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Una settimana di titoli sull’AI è come passeggiare in un labirinto
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Una settimana di titoli sull’AI è come passeggiare in un labirinto

22 novembre 2024, 19:30 Ultimo aggiornamento: 19:36

Basta scorrere i titoli dei giornali italiani e internazionali sulle prospettive attuali e future dell’intelligenza artificiale per comprendere che c’è tutto e il contrario di tutto. Come recita l’Economist, si apre una stagione di giganteschi mal di testa

Che cos’è che rende precaria la vita di oggi, guardando all’oggi e al domani?

La risposta è la più facile che possa esistere, se solo si leggono i titoli dei maggiori media internazionali e italiani dedicati all’AI. Eccone allora un campionario attraverso tutto quanto è stato titolato a livello nazionale e internazionale negli ultimi sette giorni.

«Non ci sarà alcun aumento immediato della produttività grazie all’Intelligenza artificiale. Calmatevi tutti un po’», scrive The Economist.

«La Bce teme forti correzioni in borsa legate all’AI»; sommario «Luis De Guindos, vicepresidente della Bce: possibile una bolla dovuta alla concentrazione dei mercati in poche società Usa. Christine Lagarde, presidente della Unione Europea: Modello Ue a rischio», ha scritto MF martedì 19. E ha aggiunto in un altro articolo: «Intelligenza artificiale: è bolla?», dice il titolo. E il sommario: «La speranza è che l’amministrazione Trump renda più facile le acquisizioni nel settore tech. Intanto ci sono unicorni (cioè, una startup privata valutata almeno un miliardo di dollari, ndr) vecchi di 15 anni che non si sono ancora quotati».

«I vincoli reali dell’intelligenza artificiale nel 2025», titola ancora The Economist. E aggiunge: « Preparatevi ai superchip, ai supercomputer e ai giganteschi mal di testa».

Ma subito sembra ci si possa consolare perché «L’intelligenza artificiale stimolerà lo sviluppo dei farmaci già nel 2025: i medicinali ispirati al software si avvicinano al momento clou»!!!

Nel labirinto dei titoli sull’AI

Ma non basta: con un titolo un po’ criptico «I casi giudiziari che potrebbero plasmare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale: preparatevi a una disputa mondiale su copyright, deepfake e altro ancora», il settimanale inglese aggiunge: «words, pictures, music e ora new video: l’intelligenza artificiale generativa sembra uno strumento quasi magico per creare contenuti nuovi e originali in quantità illimitata. Ma per i suoi detrattori è una truffa, che fa a pezzi opere protette da copyright, create dall’uomo e ne sputa fuori imitazioni pallide e derivate. Chi ha ragione? Nel 2025 una combinazione di contenziosi e di nuova legislazione inizieranno a fornire alcune risposte».

Però, subito dopo ci si risolleva: «Supercomputer e intelligenza artificiale aiutano a costruire modelli climatici migliori: il prossimo sarà un anno importante per il progresso della scienza del clima».

E ci si può un po’ risollevare anche se si legge Eric Schmidt, executive chairman di Alphabet (Google) fino al 2020 e poi consulente scientifico del presidente Joe Biden: «Nell’era dell’intelligenza artificiale le potenze medie potranno prosperare… Per esempio la Mauritius industry authority utilizza la AI in agricoltura di precisione e la gestione delle risorse idriche, mentre il governo del Ruanda sta lavorando con il World economic forum per utilizzare l’AI in agricoltura”

La «madrina dell’intelligenza artificiale» e professore a Stanford, Fei-Fei Li, è ancora più ottimista, naturalmente: «Comprendere come funziona il mondo è il prossimo passo dell’AI… Sembra che ogni settimana diventi disponibile un nuovo, sconcertante strumento. Inizialmente la rivoluzione dell AI generativa è stata guidata da grandi modelli linguistici come Chat GPT, che imitano l’intelligenza verbale degli uomini. Ma credo che l’intelligenza basata sulla vista, quella che chiamo intelligenza spaziale, sia assai più fondamentale. Il linguaggio è importante ma, come esseri umani, gran parte della nostra capacità di comprendere e interagire con il mondo si basa su ciò che vediamo. Un sottosettore dell’AI conosciuto come computer vision ha cercato a lungo di insegnare a un computer ad avere la stessa o migliore intelligenza spaziale degli uomini. Questo settore ha fatto rapidi progressi negli ultimi 15 anni. E, guidata dalla convinzione fondamentale che l’AI debba progredire con il beneficio umano al centro, ho dedicato la mia carriera a tutto ciò».

Tra ottimisti e pessimisti

Ecco una speranza che la AI possa essere umana, cioè, sottostare all’uomo. Ma c’è anche un’ipotesi meno ottimista. Per esempio, questa: «La bolla dell’intelligenza artificiale scoppierà nel 2025 o inizierà a dare i suoi frutti? È la scommessa più grande nella storia economica aziendale, ma l’adozione dell’AI si sta rivelando discontinua…».

Quindi, attenzione, governi e aziende, a capire bene come permettete di svilupparla, la AI, e come usarla.

Chi respinge i timori (ma chi può essere più interessato di lui) che l’intelligenza artificiale abbia raggiunto e abbia davanti un muro è Jensen Huang, capo di Nvidia, il campione dei processori grafici per il mercato video ludico e professionale e la società (128 miliardi di dollari di fatturato previsto nel 2025, 28 miliardi di utile nell’anno precedente, 3.500 miliardi di valore di borsa) è diventata la piattaforma più avanzata al mondo per la AI generativa, naturalmente per prima a favore di Chat GPT. E nell’ultimo trimestre i ricavi hanno appunto superato i 35 miliardi di dollari.

Tutto ciò si svolge negli Usa, ma nessuno dovrebbe ignorare cosa succede in Cina. Sarebbe fondamentale capire come la Cina intenda usare l’AI, generativa o meno, perché comunque si sa che gli scienziati e le industrie cinesi non sono assolutamente indietro e infatti mentre alcuni hanno cercato di enfatizzare la decisione di Apple di indirizzarsi per la produzione dei suoi device in India, ormai la Cina ha assorbito tutto quanto di avanzato Apple ha realizzato dai tempi del fondatore Steve Jobs appunto fino ad oggi, quando il capo Tim Cook, anticipando l’arrivo alla presidenza di Donald Trump, ha appunto deciso di fare rotta verso l’India, come del resto anche altre aziende del mondo occidentale. Ma tutte erano andate in Cina, a sfruttare la convenienza economica per produrre lì, per il tempo che è stato sufficiente al mondo cinese della tecnologia e quindi dell’AI per imparare tutto.

La posizione di Nvidia

Sarà quindi molto interessante vedere come l’uso crescente dell’AI si differenzierà fra mondo occidentale e Cina.

E proprio per questo, proprio il capo di Nvidia, Jensen Huang, dichiara a voce alta che non è vero che la AI abbia raggiunto un muro. In primo luogo, per i conti della sua società ma poi anche per l’inevitabile concorrenza e competizione con la Cina. La quale ha un’altra ambizione, oltre non voler essere seconda nell’AI: vuole dominare la prossima fase dell’innovazione verde. È così che i cinesi stanno realizzando pannelli solari, batterie e auto elettriche in maniera economica e competitiva sui costi e quindi i prezzi.

Il confronto sarà spettacolare, anche se la volontà del nuovo presidente Donald Trump è quello di agire per mettere in difficoltà la Cina.

C’è chi fa osservare che alcuni avevano previsto che l’AI sarebbe stata capace di modificare le economie di tutto il mondo. L’intelligenza artificiale generativa dopo due anni dalla messa a punto non ha per ora trasformato le strutture economiche. Per una semplice ragione: finora solo il 6% delle aziende utilizza AI per la produzione di beni e servizi. Anche la produttività non ha fatto il balzo che aveva fatto negli anni 90, gli anni del boom informatico.

Ma nonostante tutto ciò, sarebbe delittuoso se le autorità deputate al controllo e i governi rimanessero passivi, senza studiare regole completamente nuove per un’era completamente nuova.

La linea di Fabio Panetta

Ammazzalo che salto sta facendo la Banca d’Italia da quando è governatore Fabio Panetta. Alla Bce, dove è stato per molti anni una volta uscito dalla presidenza Mario Draghi, non gliene risparmia una. E nelle sue analisi dice pane al pane vino al vino come quando, pochi giorni fa, non ha esitato a dire la realtà di cui non tutti vogliono prendere coscienza e cioè che nella Ue non esiste più un paese trainante, la Germania; anzi la Germania, parole di Panetta, è il malato d’Europa. E mentre dieci anni fa, ha detto sempre Panetta alla Bocconi, era l’Italia a non crescere e quindi a essere considerata la palla al piede dell’Europa, ora la palla al piede è appunto il più grande paese della Ue, orfana sicuramente di Angela Merkel.

Chi, tuttavia, si è sorpreso per questa chiarezza di linguaggio di Panetta, evidentemente non aveva seguito la sua azione alla Bce, dove ha più che onorevolmente riempito il vuoto italiano lasciato da Draghi quando ha finito il mandato da presidente.

E appunto, al di là della fotografia sull’economia europea orfana della Germania, non ha mancato, con autorevolezza, di reclamare che la Bce non esiti oltre ad abbassare significativamente i tassi. Un’operazione già attuata da Draghi quando si trasferì a Francoforte e che ancora oggi è indispensabile per rilanciare l’economia europea proprio nel momento nel quale l’inflazione ha ceduto. Se i banchieri centrali sbagliano i tempi del governo dei tassi, sono guai per qualsiasi economia.

L’uomo che tentò di frenare Draghi

È ben noto che a tentare di frenare Draghi, quando da Londra disse «Tutto quello che serve», attuando subito dopo l’allargamento delle tasche a favore della liquidità da immettere nei mercati, fu il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ex-braccio destro della Merkel. Ma la Germania allora guidava l’economia europea e nonostante questo Draghi se ne fece un baffo del voto contrario del governatore tedesco. Oggi la Germania è sottorappresentata nella Bce, ma anche se ci fosse Weidmann non ci sarebbe l’autorevolezza per poter dettare la linea, vista la crisi che il paese, unificato con l’abbattimento del muro, sta vivendo. Per questo bene ha fatto Panetta a essere netto: è giunto il momento di ridimensionare i tassi e del resto la Germania dovrebbe essergli grata perché ad avere più bisogno dello slancio che può arrivare da un costo del denaro più basso è proprio Berlino.

Ma al di là dell’interazione in sede Bce, fa piacere ed è molto utile che in via Nazionale ci sia un uomo senza esitazioni e con voce ferma. Panetta è così nella scia e nella tradizione di Guido Carli e di Paolo Baffi. Le sue parole sono state nette: «Dieci anni fa nei guai c’eravamo noi. Ora giù i tassi della Bce». Il che comporterà inevitabilmente che scendano anche i tassi delle banche italiane, il cui stato di forma è il migliore d’Europa e non solo per il progetto del presidente di Unicredit, Andrea Orcel, di conquistare, per fonderla, la malaticcia ma importante banca tedesca Commerzbank, la seconda per dimensione del paese.

Il grande merito di Carlo Messina

È un segno di salute del sistema bancario italiano, il cui caposaldo è sempre Intesa Sanpaolo condotta con grande abilità, fermezza e senso della realtà da Carlo Messina, che l’ha fatta diventare la prima in Europa.

Oltre a tutti gli altri, il grande merito di Messina è di essere stato più che tempestivo nell’avviare la trasformazione tecnologica della banca, costituendo un gruppo di studi e consulenza capeggiata dal professor Mario Rasetti, il maggior esperto italiano di intelligenza artificiale. Il lato speciale di Messina è di procedere con naturalezza, senza cercare il palcoscenico. Così procedendo, viene riconosciuto da tutti il primato della banca nata dalla fusione fra la banca laica italiana per eccellenza, la Comit, e quella altrettanto per eccellenza cattolica, il Banco Ambrosiano, che non a caso nel 1989 si era fusa con la Cattolica del Veneto.

È ripartito il risiko?

C’è chi pensa che stia per iniziare un altro momento di fusioni di banche italiane destinate a formare il terzo gruppo nazionale. Secondo queste voci sarebbe Bpm, la ex-Banca popolare di Milano, a fondersi con Mps. In effetti Bpm ha rilevato una percentuale non particolarmente alta della banca senese, nell’ultimo collocamento da parte del governo della banca risanata dal duo Luigi Lovaglio, ad e direttore generale, e il senese Maurizio Bai, vicedirettore generale. Chi ha pensato che l’amministratore delegato di Bpm, Giuseppe Castagna, facendo rilevare anche alla sua banca una percentuale del capitale di Mps, abbia creato le premesse per la fusione e la creazione del terzo polo, non ha tenuto conto che Bpm ha come primo azionista, vicino al 10%, il braccio italiano del colosso francese Credit Agricole, che in qualsiasi momento potrebbe muovere verso la fusione o la presa di controllo di Bpm, anche se serve l’autorizzazione di Bankitalia. In realtà Castagna ha investito in Mps perché è la banca che insieme a Bpm eroga i servizi di Anima, la società di gestione del risparmio verso la quale Bpm ha lanciato l’opa, essendone già il principale azionista. L’investimento di Bpm in Mps ha quindi in primo luogo lo scopo di tenere buone relazioni per la erogazione dei servizi di gestione di Anima da parte della banca senese. Almeno questa è la situazione attuale e non è appunto insignificante che il maggior azionista di Bpm sia la banca italiana del grandissimo gruppo francese Credit Agricole. Insomma, chi auspica che in Italia dopo Intesa e Unicredit nasca un terzo, consistente gruppo, probabilmente dovrà aspettare ancora un po’. L’importante è che Mps sia risanato grazie ai capitali investiti dallo stato e alla alta professionalità del vertice composto da Lovaglio e Bai, che hanno saputo rivivificare tutta la struttura. Chi vivrà vedrà.

Post scriputm: il premio Bancor 2024

Il premio Bancor 2024, promosso in memoria del grande Guido Carli dal nipote Federico, professore di economia, è stato assegnato nei giorni scorsi a Raghuram Rajan, ex-governatore della Reserve Bank dell’India (la banca centrale), ora professore all’Università di Chicago. Nel suo discorso il professor Rajan ha affermato tre concetti fondamentali che equivalgono a una certamente acuta analisi dell’attuale momento dell’economia:

1) l’economia mondiale si sta frammentando lentamente ma inesorabilmente;

2) Ciò è provocato dalla rabbia ingiustificata verso il libero commercio;

3) Mentre il vero killer di posti di lavoro in Usa è stata la tecnologia, non le merci straniere. Un avviso preciso contro le barriere che un neopresidente come Donald Trump vorrebbe erigere con alti e altissimi dazi doganali. (riproduzione riservata)



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