
Qual è la differenza fra Carlos Tavares e Luca de Meo?
In assoluto una: de Meo è un allievo di Sergio Marchionne, Tavares no.
de Meo ha imparato da Marchionne a gestire situazioni critiche gravissime, Tavares no.
de Meo, pur essendo legatissimo a Marchionne, seppe staccarsi da lui per mettere a frutto, in primo luogo in Audi, quanto aveva imparato dal salvatore della Fiat. Il distacco non fu indolore, anche perché essendo de Meo il miglior allievo di Marchionne, l’uomo che ha lavorato più ore al giorno nel mondo, decise di uscire dalla Fiat perché pensava che il suo capo esagerasse, dimostrando con questo di avere una spiccata personalità e una volontà autonoma.
Ma da Marchionne de Meo aveva imparato davvero tutto. Un giorno, quando era ancora alla Fiat, mi confessò che gli anni accanto a Marchionne erano stati durissimi ma a parte la quantità delle ore di lavoro era la tecnica, l’approccio manageriale che era straordinario. E lo stesso Marchionne quando scrivemmo il primo libro su di lui (L’uomo dal maglione nero) mi confessò che se mai avesse lasciato la Fiat (e l’ha lasciata solo perché colpito a morte dal tumore) il più degno di prendere il suo posto era sicuramente il pugliese de Meo, il quale avrebbe fatto carriera dovunque fosse andato. Infatti, non passò molto tempo che il gruppo VW lo mandò a capo della società in Spagna, la Seat, dove fece subito molto bene.
Nonostante tutto questo successo di de Meo il giovane erede di Giovanni Agnelli, il nipote John Elkann, lo ha ignorato, anche se è probabile che anche di fronte a un’offerta importante de Meo, con la sua intelligenza, non si sarebbe lasciato incantare dal giovane ingegnere laureato a Torino, ma che probabilmente non si è mai sentito veramente italiano ma piuttosto francese, considerato il peso che il nome Elkann ha in Francia, dove il nonno paterno è stato prima rabbino capo di Parigi e poi di tutta la Francia. La Francia delle sue (di John) relazioni con i Rothschild e non solo con loro.
E guarda il fato: mentre Elkann ha pensato di risolvere i problemi della Fiat sposandola con i marchi francesi Peugeot e Citroën, che oltre a essere partecipato dallo stato francese, il che gli permetteva di essere presidente e formalmente maggiore azionista (due aspetti che per un giovane ambizioso come il giovane John contavano e hanno contato moltissimo), lo stesso stato francese chi ha pescato come capo di Renault, la fabbrica a capitale pubblico che era in gravissima crisi? Naturalmente il guerriero de Meo. E quando de Meo è arrivato a Parigi la fabbrica delle auto più popolari di Francia era anche quella con maggiore difficoltà sul mercato nonostante il ponte creato con il Giappone dal ex ceo Ghosn, che inventando la Dacia pensava di aver scoperto il mondo.
Curioso no? Mentre l’erede di Agnelli di fatto si vende ai francesi sia pure rimanendo formalmente il primo azionista, e punta tutto sulla Ferrari, l’ammalato più grave del settore automobilistico francese sceglie l’erede di chi aveva fatto rinascere la Fiat e conquistato in America la Chrysler che ora Tavares ha atto crollare ma che con Marchionne e de Meo era diventata la carta vincente per salvare la Fiat.
Il palcoscenico dove si vedono con chiarezza gli errori commessi da Torino e da Stellantis, è proprio il salone di Parigi tenutosi in questi giorni: da una parte, in fortissima difficoltà, Tavares, che dopo aver raccolto solo critiche durante il suo ultimo viaggio in Italia, non essendo capace di disegnare una prospettiva per gli stabilimenti ex Fiat visto che crede assolutamente ai modelli elettrici se si fa eccezione per la 500, e dall’altra, in grande spolvero, de Meo che conquista tutti con idee brillanti nella direzione proprio dell’elettrico. Al salone di Parigi, infatti, de Meo ha sfoderato due idee straordinarie come quelle di ricreare, ma elettriche, due vetture leggendarie come la R4 e la R5 che hanno fatto la storia migliore della Renault contenendo grandi innovazioni come il cambio che invece di essere sul pianale, era all’altezza del volante e si azionava spingendolo in avanti per partire e via via per aumentare la velocità, con le marce che venivano scalate tirando verso di se il cambio.
E da ottimo uomo di marketing oltre che capo azienda, de Meo ha detto parole decisive come queste: «Ci siamo riconnessi con l’innovazione, la tecnologia e la creatività grazie a una squadra che ha fatto un lavoro straordinario: abbiamo la migliore programmazione, quella che la Renault non ha avuto negli ultimi 30 anni. Abbiamo saputo trasformare la crisi in opportunità e i frutti iniziano a vedersi. Dopo quattro anni, siamo diventati l’azienda più moderna d’Europa». Secondo i critici più accreditati, come Bianca Carretto che è stata vicinissima a Marchionne e quindi anche a de Meo ai tempi della Fiat, «con la nuova R5, de Meo ha ripercorso la stessa strada intrapresa nel 2007 quando rilanciò la Fiat 500. E si trova già in portafoglio 75 mila ordini, fra l’altro della versione per ora più costosa».
Chiunque fosse nei panni di Elkann non potrebbe che mordersi le mani per non aver saputo capire che l’uomo giusto per la rinascita della Fiat era De Meo. E infatti ora sta per essere dato il benservito (anzi il pessimo servito) a Tavares, che spera però di rimanere in carica sino al 2026. Se succederà, vedere un futuro per Stellantis e quindi per ciò che rimane della Fiat sarà veramente difficile. Chi sa come il grande Sergio si sta rigirando nella tomba.
Dunque, nelle dichiarazioni ufficiali di mercoledì 16 del viceministro Maurizio Leo non si fa neppure cenno, al di là delle tasse nuove più o meno discutibili, di ciò che anche il ministro Giancarlo Giorgetti aveva condiviso con MF-Milano Finanza essere una carta fondamentale per il taglio del debito e cioè la valorizzazione e la messa in vendita di quel patrimonio pubblico che lo stato, con ministro dell’economia Giulio Tremonti (quindi quasi un secolo fa), aveva distribuito agli enti locali. Lo stesso ministro Tremonti aveva fatto capire che il valore di quegli immobili poteva arrivare anche a 600 miliardi. In tutti questi anni la maggioranza di quegli immobili o sono rimasti inutilizzati o (solo pochissimi) sono stati valorizzati. E il bravo ministro Giorgetti aveva appunto convenuto con MF-Milano Finanza che la via per dare un taglio netto all’esorbitante debito pubblico italiano era proprio quello di valorizzare e vendere almeno 200 miliardi, se non di più, di immobili. I lettori di queste pagine sanno fino alla noia che l’ipotesi è stata condivisa pubblicamente da Intesa Sanpaolo, la prima banca del Paese, che in più dichiarazioni del suo ultraprofessionale ceo, Carlo Messina, si era dichiarata disponibile a creare fondi di investimento locali; locali per due ragioni: per coinvolgere risparmiatori del territorio e non far nascere polemica che questo o quel palazzo, questo o quel terreno, questo o quella caserma, di questo o quel terreno, venivano sottratti al godimento e all’investimento dei cittadini delle singole località.
Ho illustrato fino alla noia il modo, assurdo, in cui si era proceduto all’assegnazione degli immobili agli enti locali raccontando l’episodio che ho vissuto della Fortezza da Basso di Firenze. Allora, al momento della distribuzione da parte del ministro Tremonti, sindaco di Firenze era l’inarrestabile Matteo Renzi. Sapendo lui della mia antica amicizia con il grande Renzo Piano, una domenica alla partita della Fiorentina (sedevamo accanto), mi disse se potevo chiedere a Renzo di occuparsi della ristrutturazione. Chiamai Renzo a Parigi e dopo le prime resistenze si dichiarò disponibile a fare il progetto, anche perché conosceva alla perfezione la Fortezza da Basso, avendo fatto il biennio di architettura a Firenze e, essendo (sua definizione) ciuccio in disegno a mano libera, il professore gli diede come esame da riprodurre tutta la Fortezza. Proprio per questo motivo, dopo un pò di titubanza per i numerosi impegni, Renzo mi disse di comunicare al sindaco Renzi la sua disponibilità. Passarono poche settimane e mi chiamò a telefono Renzi per annullare l’incontro fissato con Piano: «Un se ne può fare di nulla», scandì con tono seccatissimo. Naturalmente gli chiesi la ragione. Risposta: «Perché quei geni di Roma hanno assegnato la proprietà della Fortezza con quote diverse al Comune, alla Regione e alla Città metropolitana. Quindi non se ne farà di nulla, visto che ognuno ha una idea diversa dall’altra». E così è stato.
Ma il caso della Fortezza da Basso è forse il più clamoroso per la dimensione dell’opera e la disponibilità a valorizzarla di uno dei più grandi architetti del mondo. Ci sono caserme, terreni, palazzi bellissimi che sono rimasti lì come quando Tremonti li distribuì.
Conoscendo l’intelligenza e la professionalità del ministro Giorgetti nei mesi scorsi mi ero permesso di rilanciare quella che non è una nostra fissazione ma il modo migliore per tagliare, con la valorizzazione e le vendite, i beni immobili passati dallo stato agli enti locali. E il ministro Giorgetti con la sua consueta cortesia aveva fatto sapere che avrebbe proceduto, anche perché aveva sperimentato la metodologia attraverso la valorizzazione per pochi miliardi di alcuni beni rimasti allo stato e non sfruttati a dovere. A compiere queste operazioni era stata la Sgr Invimit, diretta da Giovanna Della Posta.
Tutto ciò faceva immaginare che in occasione del lancio della legge finanziaria 2025 si ponessero obbiettivi precisi di taglio del debito con la liquidazione di una bella tranche di immobili e che il ministro usasse questo strumento per contenere le nuove tassazioni e e gli altri provvedimenti che di giorno in giorno vengono annunciati. Invece, in maniera non prevista per la consueta attenzione del ministro Giorgetti, sono avvenuti due fatti separati e comunicati in maniera staccata: il 14 ottobre è stato comunicato che a occuparsi della valorizzazione degli immobili sarà la sottosegretaria Lucia Albano, poi il 16 finalmente ha parlato il ministro annunciando che sarà costituita una cabina di regia sui beni statali e locali, con l’obbiettivo di realizzare l’housing sociale. Si è parlato di un valore di 60 miliardi che non sono pochi, ma senza indicare in che tempi saranno realizzati e come poi si possa raccogliere ben di più, almeno 150-200 miliardi, sì da evitare di dover mettere tasse e nuovi balzelli, riportando invece il debito pubblico a valori che non possano essere contestati dall’Unione europea.
Si potrà dire che quello annunciato è solo un inizio, pesando la prudenza del ministro Giorgetti, consapevole anche della complessità delle strutture burocratiche italiane. Va bene, ma qui è in ballo l’attesa della Ue di sapere quali tagli si possono fare, e la valorizzazione e vendita degli immobili pubblici è una medicina straordinaria, anche perché oltre a tagliare il debito crea valore.
C’è da augurarsi che sia stato solo un atto di prudenza e che il ministro abbia ben chiaro che gli importi in gioco sono ben diversi, specialmente se si creerà una procedura che coinvolga le migliori strutture finanziarie e bancarie italiane, a cominciare da banca Intesa Sanpaolo, viste le dichiarazioni fatte dal ceo Messina. In altre parole, condivisa l’idea che l’unico modo per tagliare il debito senza alimentare la pressione fiscale è proprio quello di valorizzare quanto è di proprietà pubblica e può essere valorizzato, creando al tempo stesso incassi e lavoro edilizio, dopo che giustamente è stato abolito definitivamente il Superbonus, che al di là dei costi fiscali per lo stato ha contribuito tuttavia al sostegno del pil. Quanto poi al fatto che la maggior parte degli immobili da valorizzare e vendere siano oggi di proprietà degli enti locali, non è un ostacolo al taglio del debito pubblico, poiché allo stesso concorrono con parecchie centinaia di miliardi proprio gli enti locali. Ma c’è di più: l’occasione, spinta dalla necessità di ricondurre il debito pubblico italiano a livelli che evitino sanzioni dalla Ue, è anche una grande occasione di modernizzazione delle città e delle periferie, restaurando e vendendo gli immobili di pregio delle città ma anche l’impiego, per esempio delle caserme di periferia per abitazioni sociali ma anche per ristrutturazione urbanistica.
Ecco, se tutto ciò è vero MF-Milano Finanza auspica che il ministro Giorgetti convochi una riunione o un convegno specifico perché l’importanza dell’operazione è fondamentale per il futuro del paese. Si pensi soltanto a quanti posti di lavori, oltre al taglio del debito, si possano creare con una operazione non da 60 miliardi ma da 150-200 com’è possibile. Suvvia Ministro Giorgetti, non si faccia prendere da eccessiva prudenza: se condivide, come ha avuto modo di riconoscere, questa idea finora sostenuta principalmente da questo giornale e da Intesa Sanpaolo, che si dia il via a una operazione capace di dare quella spinta decisiva alla crescita e al miglioramento della vita di cui il Paese ha bisogno.
Ma che cosa sono queste DTA divenute protagoniste della manovra economica annunciata dal ministro Giorgetti e quale reale impatto avranno sui conti pubblici e su quelli delle banche, cosa che i loro azionisti vorrebbero capire bene? La risposta la fornisce all’interno MF Gpt, il chatbot AI di MF- Milano Finanza alimentato esclusivamente dai contenuti del vostro giornale. (riproduzione riservata)