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Rasetti: finché l'uomo interroga l'AI e non viceversa non c'è nulla da temere

Orsi & Tori Leggi dopo

Un superscienziato spiega perché non dobbiamo temere l'Intelligenza Artificiale. A patto che...

02 giugno 2023, 20:13

Mario Rasetti, guru mondiale del machine learning, ha parlato con Andrea Cabrini di Class Cnbc di ChatGPT e di come cambierà in meglio la nostra vita. A condizione di trovare un'etica e applicarla. Un compito che la politica deve affrontare subito | VIDEO | ChatGpt e AI, l'allarme di Elon Musk: mette a rischio l'umanità, serve una pausa

Il nuovo passo lunghissimo dell’AI si chiama intelligenza artificiale generativa, come ormai è arcinoto. Ma se la nuova AI fosse de-generativa, visti tutti gli allarmi sulla necessità di regolamentarla lanciati in primo luogo dagli inventori e finanziatori, con in testa Sam Altman ed Elon Musk?

È per questo che a distanza di tre mesi dagli Stati generali dell’intelligenza artificiale, organizzata con grande successo di partecipazione e analisi da Class Editori, che abbiamo deciso di dedicare, martedì 30 maggio, una giornata intera a questo interrogativo. Con la partecipazione di scienziati da tutto il mondo, come Thomas Malone dell’Mit o Niall Ferguson di Stanford, ma anche dei migliori cervelli italiani ed europei, le conclusioni sono state rassicuranti, ma a certe condizioni.

La sintesi efficacissima dello stato dell’arte e delle prospettive è emersa dalla limpida intervista di Andrea Cabrini, direttore di Class Cnbc, al professor Mario Rasetti, spessissimo citato su queste pagine. Un’intervista unica e per renderne partecipi tutti i nostri lettori, per questo sabato cedo lo spazio di Orsi& Tori, trascrivendo le domande di Cabrini e le più che penetranti risposte del professor Rasetti, sicuro che sarà i miglior arricchimento, sull’avamposto della ineliminabile tecnologia, per tutti i nostri lettori: Buona lettura. Paolo Panerai

Cabrini. Professore, ChatGPT è stata lanciata da appena sei mesi, ma sembra già di vivere in una nuova era…

Rasetti. È vero: è sorprendente la velocità, ed è sorprendente il cambiamento di scala, perché con ChatGPT stiamo parlando di reti neurali che hanno migliaia di miliardi di parametri.

Cabrini. Numeri che continuano a crescere...

Rasetti. Continuano a crescere in maniera assolutamente impressionante. È in azione una sorta di forza bruta da un lato, mentre vedo pochi tentativi in corso di razionalizzare.

Cabrini. In realtà non si parla d’altro.

Rasetti. Invece, secondo me ci sono due punti dei quali non si parla mai. Il primo: parlare di intelligenza per ChatGPT fa un po’ sorridere, perché, in realtà, quella è una macchina molto brava ad apprendere e molto brava a ricostruire, a riassemblare le cose che ha catturato in una infinita combinazione di possibili cose nuove, mentre l’intelligenza umana non si limita ad apprendere. La nostra intelligenza è molto di più. È così complessa che non sappiamo neanche ancora definirla, è un campo su cui lavorano le neuroscienze. L’altra cosa che tendiamo a dimenticare è che l’intelligenza artificiale non è ancora una scienza. Ci sono alcuni matti in giro per il mondo, e io sono uno di loro, che cercano di lavorare per trasformarla in una scienza ma non lo è ancora.

Cabrini: Il mondo la considera già tale. Invece cosa è oggi, secondo lei?

Rasetti: L’intelligenza artificiale è una pratica. Una pratica raffinata e super efficiente, che ci ha dato e ci dà, come vediamo, risultati straordinari. Ma se lei va a guardare come funziona il machine learning, il primo passo concettuale che deve fare è costruire l’ontologia, cioè definire il processo che si vuole elaborare. Significa definire a quali domande voglio che risponda l’IA, e con quali strumenti. Queste domande le fa sempre un uomo. Fino a che siamo noi a fare le domande, la macchina ci dà solo le risposte e, in realtà, non ci sono rischi. Io non credo ci siano rischi. Anzi, credo che sia tutto molto eccitante.

Cabrini: Tanti suoi colleghi che hanno lavorato a questa rivoluzione ora sono spaventati, chiedono di frenare e la paragonano alla bomba atomica. Hanno scritto una lettera in cui parlano di rischi di estinzione del genere umano e chiedono una moratoria. Lei l’ha firmata?

Rasetti: No, non ho firmata.

Cabrini: Perché?

Rasetti: Non ho firmato perché credo che qualunque tentativo di bloccare il pensiero creativo, l’evoluzione tecnologica, l’evoluzione scientifica, sia un errore: non si deve mai negare l’accesso al progresso tecnologico. Forse oggi nessuno ricorda i tempi in cui si impediva di andare a fare il compito in classe di matematica con una calcolatrice in tasca. Non facciamo gli stessi errori.

Cabrini: È vero professore, a quei tempi ero a scuola... Ma adesso non stiamo parlando di una calcolatrice. La capacità computazionale di oggi, combinata al machine learning più sofisticato e basi dati immense stanno trasformando l’intelligenza artificiale in una macchina che secondo alcuni somiglia sempre di più al nostro cervello. E la paura è che lo superi, fino a mettersi a ragionare in proprio.

Rasetti: Questo è un approccio sbagliato e diffonde timori ingiustificati. Perché l’IA è potente, sì, ma è pur sempre una forza bruta. Le faccio un esempio. Se le chiedessi ora se sa fare le moltiplicazioni, lei certo si offenderebbe. Potrebbe rispondermi: ma come si permette? Ma se io le do due numeri di 10 milioni di cifre ciascuno, e le chiedo di moltiplicarli, come mi risponde?

Cabrini: Mi dia un secolo...

Rasetti: Anche meno. Ho fatto i conti. Un uomo riesce a fare un’operazione al secondo, in realtà il più bravo è anche un po’ più veloce. Quindi lei ci metterebbe nove mesi, ma con probabilità uno di fare almeno 10 mila errori. Allora, lei sa fare le moltiplicazioni? Se sono numeri piccoli sì, ma se sono numeri grandi ho bisogno dell’aiuto di una macchina. Questa è la sintesi di quello che stiamo facendo con l’IA. La macchina ci consente di gestire quantità di dati, di operazioni e di elaborazioni che possono essere sterminate.

Cabrini: Professore, insisto, non tutti sono così ottimisti. Da Sam Altman, fondatore di Open.AI a Yoshua Benjo, premio Turing, tra i padri dell’IA, ospite del nostro incontro, hanno scritto nell’appello di questa settimana che la priorità globale deve essere quella di «mitigare il rischio reale di estinzione». Salvare il mondo dall’IA, paragonata ad una pandemia. Nella lettera aperta di marzo altri scienziati, e anche Elon Musk, chiedevano sei mesi di stop all’addestramento dei nuovi Large Language Model per fissare standard di sicurezza che non ci sono, ed evitare la catastrofe.

Rasetti: Devo dire che mi viene da sorridere. Non ho mai capito il motivo per cui una macchina, anche super-intelligente, quindi oltre dove siamo adesso, debba diventare un maniaco sociopatico, il cui obiettivo è di prendere il potere sulla persona che l’ha creata. Mi sembra uno scenario da fantascienza, e non razionale. Al contrario, credo che oggi stiamo vivendo un momento simile a quando Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili. Lei sa sicuramente che un cinese, ben 400 anni prima di Gutenberg, aveva fatto la stessa invenzione. Un intero carattere era una frase intera, sostanzialmente un concetto. Bene, Gutenberg, scomponendo quel carattere nelle singole lettere dell’alfabeto, ci ha dato la possibilità di scrivere non solo tutte le parole esistenti, ma anche quelle che non esistevano e non esistono ancora. Pensi all’impatto di quella invenzione sulla nostra cultura. Prima c’erano gli scrivani che copiavano i manoscritti, e anche loro facevano errori, non c’erano due copie che non fossero entrambe sbagliate, ma con errori diversi. Oggi abbiamo libri in numeri di copie inimmaginabili. Ecco, in questo momento stiamo vivendo una vera rivoluzione di quel genere. E il passaggio che stiamo attraversando viene vissuto con uno stupore e uno sgomento che a me suona non del tutto comprensibile. Anche considerando che ne abbiamo visto solo le premesse.

Cabrini: Quindi, tornando a ChatGPT, quello che stiamo iniziando a conoscere è solo la prima scintilla. Sarà come la scoperta del fuoco o della elettricità, come dice Sundar Pichai di Google?

Rasetti: Un giorno dissi, proprio qui da voi, che il parametro fondamentale da osservare per capirlo è il tempo di raddoppio. Cioè, in quanto tempo generiamo una quantità di dati pari a quelli generati in tutta la nostra storia fino ad oggi. Quando feci quell’osservazione, meno di dieci anni fa, il tempo di raddoppio era di un anno. Nel 2022 il tempo di raddoppio è stato dell’ordine di sette mesi. Ma ora, con l’Internet delle cose, stiamo cospargendo il pianeta di sensori che leggono dati e li scambiano con chi è in rete. Quindi noi parliamo con le macchine ma anche le macchine parlano tra loro. E con 150 miliardi di dispositivi già connessi, si stima che il raddoppio arriverà ogni 12 ore.

Cabrini: Messa su un grafico questa curva, che rappresenta la velocità con cui si moltiplicano i dati, ha già la forma di una mazza da hockey. Ed è questo che fa paura, perché la nostra capacità di gestirli non corre così veloce.

Rasetti: La velocità è tale che la derivata diventa praticamente infinita, perché la curva sale in verticale. Però quello che intendevo dire è che noi ci aspettavamo che entrassero in gioco le macchine; le abbiamo messe in rete proprio per colloquiare con noi. Se li guardiamo in questa prospettiva, questi linguaggi LLM, questi modelli di linguaggio allargato esteso, sono un passaggio inevitabile per gestire e usare i dati, ma anche divertente e veramente bello, che ci farà capire molte cose.

Cabrini: Mi faccia qualche esempio.

Rasetti: Se lei usa ChatGtp4, che è molto più raffinato dei precedenti, e lo usa nel modo in cui deve essere usato, e cioè chiacchierando come stiamo chiacchierando lei ed io in questo momento, si sente come se fosse con un amico a prendere un caffè e a chiacchierare di tutto e di più. Solo che l’amico conosce tutto lo scibile umano e si esprime con molta correttezza e proprietà. Una «persona» che sa tutto, ma è incapace di emozioni e di sentimenti. Usando ChatGPT, se uno fa le domande giuste, ci si accorge che l’interlocutore è una macchina.

Cabrini: Il celebre test di Turing.

Rasetti: Io racconto il funzionamento dell’IA generativa con una metafora che usa le immagini, e rende tutto più chiaro. E la storia è questa: l’IA ha visto 10 miliardi di fotografie di volti umani. Li prende, li fa a pezzettini piccolissimi e poi mette tutti i frammenti di guancia in una scatoletta e tutti gli occhi in un’altra. E tutte le fronti, i nasi, i menti, le bocche. Immagini la capacità ricostruttiva in termini combinatori. L’IA ricostruisce un viso, come un Transformer molto potente che adatta questi frammenti in modo che non si veda il punto nel quale combaciano, mantenendo proporzioni corrette e con illuminazione giusta. Crea una foto nuova, mai esistita.

Cabrini: Questa forza è nelle mani di pochi. Non teme che la rivoluzione generativa aumenti a dismisura il potere di chi la controlla, come è accaduto nel digitale, dove la concentrazione del big tech con miliardi di utenti e trilioni di capitalizzazione in Borsa non ha precedenti nella storia?

Rasetti: Infatti, vorrei spendere una parola di incoraggiamento alla politica perché si immagini di arrivare a progetti di questo tipo con una connotazione europea. C’è un tentativo francese, tant’è che il presidente Macron pare voglia cambiare la Costituzione introducendo il diritto di proprietà dei dati personali.

Cabrini: L’Italia ha la forza per giocare questa partita?

Rasetti: Abbiamo grandi scienziati, e poi abbiamo il Cineca, che dispone di una tra le più potenti macchine al mondo, un super computer che opera a livello di Exa Flops, che vuol dire migliaia di miliardi di miliardi di operazioni al secondo. Quindi, tornando alle moltiplicazioni, ce la possiamo cavare... Ma mi lasci dire che il vero problema non è affrontare la tecnologia. Su quel fronte arriveremo a fare molto di più, e molto meglio. Quello che non c’è, è un’etica comune. Eppure i problemi etici della IA sono diffusi e fondamentali. Ne parleremo questa estate ad Osaka nel nuovo incontro promosso dal Papa su questo tema, dopo la «Rome Call for AI Ethics» firmata a gennaio a Roma dai più alti rappresentanti delle tre religioni abramitiche.

Cabrini: Professore, lei ha dedicato la sua vita alla ricerca, ma anche all’insegnamento, uno dei settori già stravolti dall’impatto di questi nuovi sistemi. Una delle priorità emerse nel nostro AI Day è il fatto che per vivere in questa economia serviranno competenze, capacità di sviluppare e usare intelligenza artificiale. Il nostro sistema formativo, la nostra Università, ce la può fare?

Rasetti: Il problema è complicato, e riguarda tutta la società. Ma viene posto in un modo non del tutto corretto. Certamente l’intelligenza artificiale avrà un impatto tremendo sul lavoro. Quindi dovremo costruire modelli sociali di distribuzione del lavoro e della ricchezza diversi da quelli che abbiamo usato finora. Non dimentichi che John Maynard Keynes nel 1930, quindi un anno dopo la grande crisi economica, scrisse un articolo nel quale diceva: fra 100 anni gli uomini saranno molto fortunati perché lavoreranno 3 ore al giorno, tre giorni alla settimana. Siamo a sette anni dal compimento del secolo di quel pronostico… Ma l’economia non ha fatto nulla per andare in quella direzione. L’intelligenza artificiale, come tutte le tecnologie, non toglie lavoro, ma alza l’asticella, cioè richiede nuove skills, competenze più elevate. Ma attenzione: evitiamo quello che succede sempre nei dibattiti universitari, ovvero rispondere a questa sfida con nuovi corsi di laurea in intelligenza artificiale. Certo, facciamoli pure. Ma Gutenberg non ha prodotto una società solo di scrivani, o di tipografi. Ha prodotto, invece, una società in cui leggendo i libri si è creato ciò che si è creato, quello che è la bellezza e la nostra storia, la nostra società. Voglio dire che ci sarà sempre una piccola minoranza di persone che penseranno all’AI e cercheranno di produrla in forme sempre più raffinate. Saranno strumento straordinario che cambierà le nostre esistenze in tutto quello che facciamo. Nei programmi di lingue, oltre a quelle parlate dagli umani si potrebbe anche insegnare uno dei nostri linguaggi digitali, perché sono un modo di pensare che traduce concetti in una struttura diversa. I nostri codici sono quello. Ma non diciamo, «non insegno più ai ragazzi la filosofia o la storia, insegno solo computer science». La cosa più importante sarà sempre insegnare a pensare.

Cabrini e il sottoscritto Panerai: Professore grazie mille di questa conversazione, e a presto, perché il viaggio in cui ci sta accompagnando per capire l’intelligenza artificiale è appena iniziato. (riproduzione riservata)



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