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Un decoupling tra Cina e Stati Uniti? Non avete ancora visto niente

di Greg Ip
07 febbraio 2024, 17:50 Ultimo aggiornamento: 17:54

Finora i dazi non hanno portato una significativa riduzione dei legami commerciali tra Stati Uniti e Cina. Una tariffa del 60% potrebbe riuscire nell’impresa?

Il deficit commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina sta per registrare il livello più basso degli ultimi dieci anni. A prima vista, ciò sembrerebbe indicare un decoupling delle due economie, derivante dalle pesanti tariffe imposte dal presidente Donald Trump sulle importazioni cinesi nel 2018.

Trump è determinato a portare a termine l’operazione, proponendo una tariffa del 60%, o anche superiore, su tutte le importazioni cinesi se dovesse essere rieletto quest’autunno. Tuttavia, i dati indicano che gli Stati Uniti non hanno completamente rinunciato alle importazioni cinesi. Produttori cinesi e occidentali hanno infatti trovato diversi modi per eludere le tariffe, ed è probabile che intensificheranno tali sforzi se le imposte dovessero aumentare ulteriormente.

Perché si riduce il deficit con la Cina

Secondo dati preliminari del Dipartimento del Commercio, lo scorso anno, il deficit commerciale complessivo degli Stati Uniti è sceso da 1.200 miliardi a 1.100 miliardi di dollari. In termini di percentuale del prodotto interno lordo, è sceso al 4%, il minimo degli ultimi dieci anni. La maggior parte di questa riduzione è attribuibile al divario con la Cina, che è diminuito di oltre 100 miliardi di dollari, raggiungendo i 281 miliardi nei 12 mesi fino a novembre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I dati relativi a dicembre saranno resi noti mercoledì 7.

La contrazione del deficit può essere attribuita in parte al fatto che gli importatori statunitensi potrebbero aver effettuato ordini in eccesso nel 2022, generando un accumulo di scorte e una diminuzione delle importazioni nel 2023, nonostante gli alti livelli di consumo. La riduzione del deficit commerciale sottolinea soprattutto quanto gli Stati Uniti abbiano effettivamente ridotto il consumo di prodotti cinesi. Con l’intensificarsi della guerra commerciale, numerosi produttori hanno spostato la loro produzione in altri Paesi per evitare le tariffe statunitensi. Di conseguenza, il deficit commerciale tra gli Stati Uniti e il Messico è balzato a 151 miliardi di dollari nei 12 mesi fino a novembre, più del doppio rispetto alle cifre del 2017. Il deficit commerciale con il Vietnam si è invece attestato a 104 miliardi di dollari, quasi il triplo rispetto ai livelli del 2017.

Una parte significativa del valore di queste importazioni da Vietnam e Messico è in realtà costituita da fattori produttivi originariamente provenienti dalla Cina, ma è difficile quantificare questa proporzione a causa di lacune nei dati disponibili. Tuttavia, il McKinsey Global Institute ha recentemente riportato che, nonostante la diminuzione della quota della Cina nelle importazioni manifatturiere statunitensi dal 2017 al 2020, la sua partecipazione al valore aggiunto dei beni consumati negli Stati Uniti è aumentata.

Il caso dei pacchi

Inoltre, le aziende cinesi stanno sfruttando una disposizione della legge commerciale degli Stati Uniti, esistente da decenni, che consente l’ingresso nel Paese senza dazi per pacchi di valore inferiore a 800 dollari. Secondo i dati federali raccolti da Amit Khandelwal, un economista dell’Università di Yale, il numero di pacchi che approfittano di questa eccezione de minimis è triplicato dal 2017, raggiungendo un miliardo lo scorso anno.

Tuttavia, ciò non significa che le tariffe non abbiano avuto alcun effetto. Khandelwal e altri hanno rilevato che le tariffe hanno ridotto le importazioni dei prodotti interessati del 30%; parte di questa diminuzione è stata compensata dagli acquisti di altri prodotti cinesi, stranieri o di produzione statunitense. Gli autori stimano il costo totale per l’economia statunitense allo 0,04% del pil, poiché le perdite per i consumatori compensano leggermente i guadagni per i produttori e il Tesoro degli Stati Uniti.

Un’analisi separata realizzata da David Autor del Massachusetts Institute of Technology e altri economisti ha rilevato che le contee le cui imprese avrebbero dovuto beneficiare delle tariffe hanno registrato aumenti solo marginali dell’occupazione. Tuttavia, in media, i guadagni ottenuti sono stati più che compensati dalle perdite subite quando la Cina ha risposto con contromisure. Lo studio ha rivelato che quelle contee hanno comunque premiato Trump dal punto di vista politico.

Difficile trovare alternative alla Cina

Il principale ostacolo al decoupling rimane la posizione dominante della Cina nella produzione mondiale, che rende difficile trovare alternative. L’economia cinese è strutturata per produrre più di quanto possa consumare, obbligando all’esportazione dell’eccedenza. Con il declino degli investimenti immobiliari che minaccia la crescita, il Partito Comunista al potere ha intensificato il suo sostegno al settore manufatturiero, nonostante molte aziende siano già non redditizie.

«Il 2024 sarà l’anno della sovracapacità, con una pressione crescente sugli esportatori», ha dichiarato Joerg Wuttke, Presidente Emerito della Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina. «Nel settore delle energie rinnovabili, come pale eoliche e pannelli solari, molte imprese stanno registrando perdite. Nel settore automobilistico, una società è redditizia e altre 100 sono in perdita».

Se le tariffe del 25% hanno ridotto solo marginalmente la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina, una tariffa del 60% potrebbe avere un impatto maggiore? Probabilmente sì. Khandelwal ha effettuato i calcoli con una tariffa del 35%. Secondo le sue stime, l’effetto sulle importazioni e i costi che ne derivano sarebbero molto più consistenti, pari allo 0,8% del pil.

Le contromisure di Pechino

Tuttavia, Brad Setser del Council on Foreign Relations prevede che la Cina raddoppierebbe gli sforzi per eludere o neutralizzare tariffe più elevate. «L’idea di smontare il prodotto, togliere alcune viti, trovare un fornitore alternativo di viti, spedirle a una terza parte in modo che il prodotto non sia al 100% cinese e presentarlo come un’esportazione proveniente da quel Paese terzo è semplicemente straordinaria», ha affermato. Ha inoltre aggiunto che le aziende cinesi farebbero un uso ancora più ampio dell’eccezione de minimis.

Ciò non significa che gli Stati Uniti e la Cina siano destinati a rimanere strettamente connessi. Tradizionalmente, gli spostamenti delle catene di approvvigionamento avvengono gradualmente. Spesso, si assiste all’esternalizzazione di un solo passo o componente, prima che si sviluppi un intero ecosistema di fornitori. Col passare del tempo, la componente cinese nelle importazioni degli Stati Uniti da Paesi terzi sembra essere destinata a diminuire.

«Gli investimenti greenfield diretti verso i Paesi in via di sviluppo sono rimasti costanti, ma la quota destinata a Paesi diversi dalla Cina e dalla Russia è aumentata in modo significativo», ha dichiarato Olivia White, una degli autori del rapporto McKinsey. «Ciò è in linea con l’idea che questi investimenti stiano contribuendo ad accresce la capacità di tali Paesi».

Un’occasione per l’India

Per trasformare l’India in una base per la produzione di cellulari, Apple sta spostando più fornitori nel Paese. Anche Samsung ha adottato la stessa strategia in Vietnam. Il problema sorge dal fatto che anche le aziende cinesi stanno giocando a questo gioco. Per eludere le tariffe statunitensi, le loro aziende nel settore dei veicoli elettrici e delle batterie stanno costruendo o valutando la possibilità di costruire nuove fabbriche in Paesi che hanno accordi commerciali con gli Stati Uniti, come il Messico, la Corea del Sud e il Marocco.

Secondo Setser, per compensare le esportazioni perse verso gli Stati Uniti, la Cina svaluterà lo yuan per stimolare le esportazioni verso Paesi che non hanno aumentato le tariffe, espandendo così la presenza delle aziende cinesi in quelle economie. Naturalmente, gli Stati Uniti potrebbero cercare di ostacolare queste importazioni colpendo con le tariffe anche altri partner commerciali. Trump ha proposto un dazio del 10% su tutte le importazioni, non solo quelle provenienti dalla Cina. Tuttavia, ciò rappresenterebbe un piano per il decoupling degli Stati Uniti non solo dalla Cina, ma dal mondo intero.


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

MF+MIFI + The Wall Street Journal


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