
Il nuovo anno si apre, per quanto riguarda il sistema bancario nazionale e quindi il sistema di finanziamento del sistema produttivo, con tre incognite di altissimo rilievo:
1) L’Ops di Unicredito su Commerzbank;
2) l’Ops sempre dello scatenato Unicredito nei confronti di Banco Bpm, che è meglio declinare nel nome completo di Banca popolare di Milano, per non dimenticarne già dal nome la tipologia funzionale al sistema produttivo;
3) Il destino da dare a un Mps straordinariamente risanato dal duo Luigi Lovaglio (ad e direttore generale) e Maurizio Bai (vice direttore generale vicario).
Nella pagina dei commenti di MF-Milano Finanza di giovedì 2 gennaio, Angelo De Mattia con la sua consueta lucidità e il grande sapere sulle banche per la posizione chiave che in passato ricopriva in Banca d’Italia, ha mandato un messaggio chiarissimo e importante: si vuole per caso, in questo particolare frangente della vita del Paese, dopo anni di fusioni e soprattutto di cancellazione delle diverse categorie delle banche, superare anche il principio di utilità delle banche dei territori?
Mentre è comprensibile l’operazione annunciata su Commerzbank dall’ad di Unicredit, l’intrepido Andrea Orcel, con un passato di grande successo nell’attività di banchiere d’affari, non altrettanto lo è il lancio dell’Ops da parte dello stesso su Bpm per poter far salire la quota di mercato di Unicredit in Lombardia da un minuscolo 5-6% al 19%, visto che Bpm ha il 13%, mentre in Piemonte, se riuscisse l’operazione, Unicredit salirebbe addirittura al 23%, in Veneto ed Emilia Romagna al 21%. È comprensibile che Unicredit voglia quantomeno avvicinarsi alla prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, che però è anche la prima banca europea, garantendo contemporaneamente uno straordinario equilibrio nella distribuzione del credito in tutto il territorio del Paese e affiancando, in maniera sinergica al credito per poter pesare ancora di più ma in maniera propulsiva, l’attività assicurativa, ora sancita anche nel nome.
Senza ricordare Bartali e Coppi si capisce la fregola da grande banchiere d’affari Orcel e nessuno può criticarlo, visto che tenta sui due fronti, Europa e Italia, di portare in alto lo stendardo di Unicredit. Quindi, sia chiaro, Orcel fa il suo mestiere al meglio delle sue possibilità. Quindi niente da dire sul suo attivismo. Ma come ricorda De Mattia c’è l’autorità di controllo, che non a caso porta questo nome, che dovrebbe valutare quanto questa concentrazione di quote di mercato in Italia faccia bene all’economia del Paese, per la difficoltà delle imprese italiane di avere più alternative di credito.
E qui vale la considerazione di come si sia lasciato crescere il gigantismo di alcuni istituti, senza tenere conto di un principio efficace che valeva nel passato, cioè la diversa categoria delle banche verso la attuale attività indifferenziata della stragrande maggioranza delle banche. Non vi è dubbio che la categoria delle banche popolari, di fatto cooperative del credito, dovesse essere messa sotto controllo per gli abusi e la degenerazione a cui in alcuni casi si stava assistendo; ma abolendo la categoria delle popolari, si è buttato via il bambino con l’acqua sporca. Per fortuna alcune popolari hanno deciso di conservare il nome popolare, nella ragione sociale, e pur essendo diventate spa ordinarie conservano lo spirito che si sintetizzava nella parola popolare e appunto nella struttura cooperativa. Credo giusto citarne almeno due come esemplari: La Banca popolare di Sondrio e la Banca agricola popolare di Ragusa: due esempi di efficienza assoluta e anche di capacità di intervenire per salvare varie banche della stessa categoria, come hanno fatto le due citate, con la performance della Ragusa che le ha permesso di diventare la maggiore e ormai anche l’unica banca realmente siciliana.
Un po’ diversa è la storia di Banco Bpm che preferisce la sigla al vecchio nome Banca popolare di Milano. Ma Milano è anche la capitale economica e finanziaria del Paese; a Milano c’è la Borsa e alla guida della Bpm è arrivato da qualche anno un banchiere con i la caratteristica di essere nato nella Banca commerciale italiana, qual è Giuseppe Castagna. E proprio Castagna ha operato perché sotto la sigla di Bpm, finissero varie banche popolari, dal Veneto al Piemonte. E per la sua formazione in Comit non ha esitato a lanciare l’Opa (ora in corso) su Anima sgr, il più grande gruppo indipendente del risparmio gestito in Italia, proprio comprendendo il forte legame che esiste fra il concetto e le radici di popolare, cioè la necessità degli individui, in primo luogo imprenditori, di avere assistenza nella gestione del proprio risparmio.
E guarda caso proprio anche su Anima si è scatenata la guerra.
La vigilanza bancaria non ha niente da dire su quanto sta avvenendo? In un libero mercato la libertà di azione è sacra, ma non si può ignorare il fatto che il libero mercato delle banche necessita di grande capacità di controllo e di indirizzo, proprio perché sono in gioco non solo i depositi dei cittadini e delle aziende, per la possibilità di errori che, rispetto a qualsiasi settore, hanno conseguenze sia per i depositanti che per i prenditori di credito e quindi per lo sviluppo dell’economia e del Paese.
E in questa chiave ha una importanza enorme quale sarà l’approdo di Mps. Il bravissimo ministro Giancarlo Giorgetti ha diritto a essere soddisfatto che la banca senese, la più antica del mondo, non pesi più sui conti dello stato, ma dovrebbe anche sapere che la frammistione fra banche e imprenditori con molto potere non ha mai portato risultati positivi, perché è come con l’informazione: è sempre dannoso che la controllino coloro che sono oggetto dei contenuti dell’informazione. Se ne accorse anche l’ingegner Carlo Pesenti che possedeva i quotidiani La Notte e Il Tempo di Roma e prese il controllo e il comando di alcune banche, essendo contemporaneamente un imprenditore leader nel settore strategico del cemento; e poi con la diversificazione anche nel settore dell’automobile fino a quando non dovette vendere per qualche centinaio di lire la Lancia ad Agnelli e a prezzi giusti le varie banche e la compagnia di assicurazione Ras di cui si era impossessato. Se non avesse avuto l’aiuto del Vaticano, rappresentato nei vari consigli (incluso l’Italcementi) da Massimo Spada avrebbe perso anche quel gioiello industriale. Suo figlio Giampiero l’ha pensata in maniera diversa e così ha potuto passare al figlio Carlo un importantissimo patrimonio che ora Carlo gestisce da finanziere e non da investitore che cerca il potere nelle banche.
Il caso Pesenti dovrebbe essere un mantra per chi ha il dovere di controllare le banche, cioè la vigilanza di Bankitalia, ma anche per lo stesso governo. Le banche in mano a imprenditori dei diversi settori industriali hanno l’effetto di far sentire gli stessi onnipotenti perché, con i finanziamenti o la negazione degli stessi, hanno la possibilità di favorire chi gli è amico o di danneggiare chi è nemico. Il potere di dare ossigeno con i prestiti o di toglierlo negandoli, è troppo esaltante per chi fa l’imprenditore in settori industriali. E chi governa non dovrebbe dimenticarsi di questa realtà per la pura opportunità di avere da loro appoggi di varia natura.
Dopo le dichiarazioni finali degli avvocati del 3 di gennaio, ci potrebbero essere non molti giorni di vita in Usa per TikTok, il social cinese che ha 170 milioni di utilizzatori americani. Infatti, il senatore Mitch McConnell ha presentato una memoria a favore della legge che rimuoverebbe TikTok se non venisse ceduta la proprietà a una società non cinese.
In realtà, il futuro americano del più grande social del mondo, controllato dalla società familiare di Hong Kong ByteDance, è assai più importante del fatto se verrà o meno cancellato dal mercato americano. Con esso è infatti in gioco tutta la normativa americana in termini di libertà di espressione. E lo dimostra il dibattito che si è aperto davanti alla Corte Suprema americana. Per questo la Corte suprema degli Usa tenderebbe a rimettersi al ramo esecutivo del Congresso, che è competente per quanto riguarda la sicurezza nazionale. Ma ci sono molti giudici che anche con decisione vigilano sulla libertà di parola che è garantita dal Primo emendamento. E la proposta di legge del Senatore Mitch McConnell, proprio per questo, sostiene che il Primo emendamento, che garantisce la libertà di espressione sul territorio americano, non si applica a un agente aziendale del Partito comunista cinese. E come precedente viene ricordato che se «Il primo emendamento si applicasse anche a cittadini o società straniere il russo Nikita Krusciov avrebbe avuto il diritto costituzionale di acquistare la CBS e sostituire il programma Show The Bing Crosby con Alexander Nevskji, un film sovietico del 1938 che ricostruisce la propaganda antinazista russa in chiave epica».
Ma il punto fondamentale è che l’amministrazione Biden, in carica fino al 20 gennaio, sostiene che un avversario straniero come la Cina attraverso TikTok ha la possibilità di raccogliere dati sensibili su decine di milioni di americani, oltre a conquistare un potente mezzo di propaganda segreta. E con queste motivazioni Joe Biden sostiene che la proibizione di trasmettere da parte di TikTok, di proprietà della società ByteDance a sua volta di proprietà di una famiglia cinese che vive a Hong Kong, non viola il Primo emendamento.
Oltre ai sacri principi della Costituzione americana vi sono tuttavia argomentazioni assolutamente contrarie a quelle dell’amministrazione Biden. Con la complicazione che sta per entrare in carica, il 20 di gennaio, il nuovo presidente Donald Trump, che per vincere le elezioni ha fatto ampio uso di TikTok sul quale ha conquistato 14,7 milioni di follower. E così Trump fa sapere ai giudici che è «nella posizione di garantire la libertà di parola di tutti gli americani». Ma dall’altra parte Trump si è dimostrato finora il più acerrimo nemico della Cina. Insomma, la situazione è davvero complicata e c’è chi auspica che il presidente designato Trump possa diventare il mediatore per una soluzione di compromesso.
Come si vede una situazione assai chiave, essendo gli Usa, proprio per il primo emendamento, il Paese dove la libertà di espressione è o è stata più protetta.
Ovviamente sulla vicenda è aperto in Usa il dibattito fra i giuristi. C’è chi come un importante avvocato presso la Corte suprema ritiene che la legge sulla rivalità estera dovrebbe essere abrogata, anche se pensa che i giudici della Corte suprema non lo faranno mai. La visione più realistica viene espressa da alcuni giuristi specialisti della Corte Suprema, il cui parere è riportato dai giornali americani. Per esempio, Genevieve Lanier, specialista del Primo emendamento nella facoltà di giurisprudenza dell’Università di Chicago, non ha dubbi sul fatto che i giudici della Suprema corte tendano a limitare o condizionare la libertà di parola quando il governo federale americano fa appello a ragioni di sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo si augura che la Corte non limiti o addirittura chiuda una piattaforma così importante per i cittadini americani.
Questo caso statunitense in realtà riguarda tutto il mondo occidentale, dove la libertà di parola, se il Paese è realmente democratico, viene sempre sostanzialmente garantita. Ma nessuno può ignorare che il potere dei social o di chi gestisce le piattaforme digitali rischia di essere superiore a quello degli stessi governi. Anche per il dominio della tecnologia, che è controllata da poche società con fatturati superiori al pil di parecchi Paesi. E in questa direzione non si può dimenticare, per esempio, l’accordo, rimasto segreto fino a quando la presidente dell’antitrust americano, la giovanissima Lina Kahan, non lo ha scoperto e rivelato: e cioè l’accordo fra Google e Apple, che per la astronomica cifra di 30 miliardi di dollari all’anno faceva caricare sugli iPhone in automatico il sistema Google, limitando la libertà di scelta dell’utente.
Il caso americano, ma che riguarda tutto il mondo, per il destino di TikTok è quindi al momento solo la punta dell’iceberg di che cosa c’è di non visibile di tecnologie che limitano la libertà dei cittadini, riempiendo di fatturati superiori al pil anche di grandi Paesi i big della tecnologia. E della tecnologia applicata all’informazione, all’intrattenimento e al potere si arriva alla supremazia di pochi individui superiore a quello di molti stati.
Nel caso specifico di TikTok c’è poi questa apparente contraddizione fra la posizione politica finora sostenuta contro la Cina e invece l’uso e l’accettazione di tecnologie cinesi con la capacità di conquistare il consenso. Quindi la contraddizione fra politica avversa alla Cina contemporaneamente all’utilizzo degli strumenti tecnologici della Cina per il proprio consenso.
Se le democrazie autentiche non riescono a garantire la neutralità delle tecnologie digitali e dei loro derivati quali appunto i social, il mondo (non parliamo dell’Italia!) e i suoi cittadini rischiano una vita futura veramente pericolosa. Per la semplice ragione che regolamentare le più moderne tecnologie, come è sempre avvenuto nella storia del mondo democratico, può essere (è) in contrapposizione con la conquista del potere dei politici. Il mondo è davvero a una svolta cruciale non solo per le guerre cruente, ma anche per le guerre della tecnologia. Guai se sono in pochi o pochissimi a impossessarsene e in pochi o pochissimi a usarla per controllare i popoli. (riproduzione riservata)