
Non c’è solo il problema dei dazi a dividere i Paesi, soprattutto in Europa. Sì, in Europa, nella Ue. Che Unione è una istituzione multinazionale in cui alcuni Paesi fanno la guerra agli altri con le profonde differenze nella tassazione delle imprese e dei cittadini? Il cinematografo del presidente degli Usa, Donald Trump, ha giustamente indignato il mondo intero, ma comunque, a parte istituzioni puramente o militari o simboliche come la Nato e il G7, che equità ci sono nei regimi fiscali per Paesi che si vantano di far parte della Ue, quando, attraverso la leva fiscale fanno guerra agli altri Paesi?
Esempio? La ridicola creazione di una Borsa teoricamente europea, come supporrebbe il nome Euronext, alla quale aderiscono solo alcuni Paesi europei (e purtroppo l’Italia), ma soprattutto, fra Paese e Paese aderente, sotto il cappello del prefisso euro, ci sono disparità fiscali enormi e discriminanti. Il regime giuridico-fiscale olandese in generale e in particolare quello della tassazione delle società è tale che un lungo elenco di aziende italiane ha trasferito la sede legale in Olanda e/o si è quotato alla Borsa di Amsterdam.
Hanno sede legale in Olanda Exor, la holding di casa Agnelli (pardon di Elkann, che è quotata solo su Euronext Amsterdam), la Ferrari, per passare alla Cementir del rampante Francesco Gaetano Caltagirone, a Campari, fino a poco tempo fa produttrice di utili spettacolari, alla marchigiana Ariston Holding e Mediaset, oltre a Brembo. Oltre a controllate importanti di Eni ed Enel. Oppure, come CNH Industrial o il Group Zegna, che si sono quotati a Wall Street, il più grande mercato del mondo, così come Ferrari (che è anche a Milano). E in questo caso nessuno può muovergli critiche, avendo scelto per la quotazione non un mercato limitato come Amsterdam, ma il mercato appunto più grande del mondo.
Con uno spaccato come quello descritto, si può parlare della Ue come di una vera unione?
Assolutamente no. La prima forma di Comunità europea è stata, nel 1952, quella del Carbone e dell’acciaio (Ceca). I quattro principali stati europei con struttura democratica (Italia, Francia, Germania e Belgio) purtroppo accettarono già allora che ne facessero parte due altri piccoli stati, come il Lussemburgo e, ahimè, i Paesi Bassi, che già allora si distinguevano per una tassazione a dir poco agevolata rispetto a quella dei quattro principali.
È facile quindi per Olanda e Lussemburgo rivendicare successivamente il diritto di essere parte della Ue, pur avendo un trattamento fiscale e normativo delle società assolutamente agevolato e quindi pregiudizievole per gli altri componenti dell’attuale Unione, che è formata oggi da 27 stati: oltre ai sei che si unirono nel 1952, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Irlanda (altro Paese con trattamenti fiscali sperequati) Grecia, Spagna, Croazia, Cipro (altro Paese con fisco agevolatissimo), Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta (altro paradiso fiscale), Austria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Svezia.
È bello dire che la Ue riunisce oggi 27 Paesi, ma se fosse una vera Unione lo dovrebbe essere anche per il trattamento fiscale analogo, se non identico, mentre come abbiamo visto i Paesi con fisco agevolato o agevolatissimo si sono moltiplicati, dopo i primi due della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.
Per questo, anche quando si mostra battagliera verso gli Stati Uniti, la Ue mostra di avere i piedi di terracotta, visto le sperequazioni fiscali che niente di più analogo sono rispetto ai dazi, ovvero un prelievo da parte dello stato che li impone sia per avere più entrate (analoghe al fisco nazionale), sia per proteggere le proprie attività produttive o finanziarie.
Il sistema fiscale statunitense ha una tassazione su tre livelli, sia per i redditi personali che per i redditi di impresa: federale, statale e in alcuni casi anche locale. Tassazione federale dei redditi: è applicata un’aliquota progressiva a seconda degli scaglioni con aliquote progressive per le persone fisiche, mentre per le società corporation proprio la riforma Trump del 2018 ha previsto la cosiddetta flat tax con una aliquota del 21%.
Tassazione da parte dei singoli Stati: prevede una aliquota fissa, ma ci sono anche Stati che prevedono aliquote progressive, che comunque sono molto più basse di quelle federali. Tassazione locale o delle città: è prevista per esempio a New York, e quanto si paga è deducibile per il calcolo del reddito tassabile a livello federale.
Ci sono poi anche negli Usa le imposte indirette: la tassa più comune è la Sales Tax, che sostituisce l’Iva. Essa viene applicata sia a livello del singolo stato che localmente. E tuttavia molto diversa dall’Iva perché non è una imposta a cascata ma viene applicata solo nell’ultimo passaggio di un bene o di un servizio.
La si applica quando a comprare è il consumatore finale. Ci sono solo due stati (Wyoming e South Dakota) che non applicano tasse sui redditi delle società. Mentre gli Stati che non tassano i redditi delle persone fisiche sono nove, inclusi Wyoming e South Dakota, mentre ci sono solo due Borse finanziarie, Nyse e Nasdaq, più la Borsa merci di Chicago.
Ecco un insegnamento, almeno che il presidente Trump non cambi, che dovrebbe essere seguito dall’Europa: avere una o due sole borse, con trattamento fiscale identico e non con trattamento fiscale differenziato che spinge, come sta avvenendo in Europa, ad andare dove la tassazione è più favorevole, per esempio in Olanda e anche in Lussemburgo.
Se poi si considera che la decantata Euronext non comprende due Paesi fondamentali della Ue come la Germania e Spagna e che la borsa spagnola è addirittura associata alla Borsa svizzera, sia chiaro il cammino che la Ue deve ancora fare per essere una vera Unione come sono gli Usa, dove del resto il governo statale ha tutti i poteri fondamentali.
Se i Paesi europei vogliono davvero competere con Stati Uniti e fronteggiare le quasi follie del Presidente Trump, devono prendere spunto da quanto sta accadendo in questi giorni per fare finalmente un salto verso una vera Unione Europea. Ma è la storia a testimoniare che sarà, almeno nell’immediato, un obiettivo irraggiungibile.
Gli Usa sono Stati Uniti d’America dal 4 luglio 1776, quando 13 originarie colonie britanniche effettuarono la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America appunto dal Regno Unito di Gran Bretagna, mentre la colonizzazione europea delle Americhe ebbe inizio con l’arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492.
Per la Ue non ci sarebbe bisogno di una scoperta come quella di Cristoforo Colombo, ma è la storia più che millenaria dei 27 stati che compongono la Ue che impedisce alla stessa Ue di avere gli stessi poteri che hanno gli Usa.
E se è difficile, per la varietà delle lingue, delle ideologie e delle tipologie dei governi che compongono la Ue, ipotizzare che la stessa Ue possa essere alternativa agli Usa, per quello che sta avvenendo proprio con le scelte estreme di Trump dovrebbe essere l’occasione per chi guida la Ue e per i Paesi che originariamente l’hanno fondata per poter quantomeno serrare le file.
Tutto ciò sarebbe stato probabilmente possibile se non si fosse mirato semplicemente ad aggregare nella Ue anche nazioni con storia e realtà politica molto diversa da quella degli stati fondatori della stessa Ue. Avendo aggregato nella Ue Paesi usciti dal dominio comunista come, per esempio, l’Ungheria, che sono finiti per essere governati per reazione da ideologie opposte, senza del resto che neppure gli stati fondatori trasferissero al governo di Bruxelles i poteri sovranazionali e militari, ora appare arduo confrontarsi con il governo Trump. Il Presidente degli Usa ha buon gioco a fare perno su Paesi e governanti come l’Ungheria e il suo capo Viktor Orban per mettere in difficoltà la Ue, non considerandola più il primo alleato come è stata fin da quando proprio i militari americani liberarono l’Europa da Adolf Hitler e dal fascismo di Benito Mussolini.
Il contesto attuale è precario e il passaggio dagli scontri sull’economia a quelli più temibili, purtroppo, non è impossibile quando poi si assiste al paradossale dialogo fra Trump e il dittatore russo Vladimir Putin. E quando un popolo come quello di religione ebraica, che ha subito quanto ha subito da dittatori come Hitler, accetta di essere governato da esseri come Benjamin Netanyahu che continua la guerra, certo, contro i terroristi di Hamas ma con il risultato di migliaia e migliaia di morti palestinesi, si ha la percezione fisica, drammatica, di un mondo occidentale in grave pericolo.
Il passaggio dalla guerra commerciale con dazi o altre forme di pressione economica verso una guerra vera, con morti e feriti, non è improbabile dopo 80 anni di pace in Europa. Per questo, è quantomai consigliabile che il mondo occidentale cerchi di non interrompere il dialogo con quella che è la seconda potenza (anche nucleare), del mondo e cioè la Cina.
Conviene lasciare che Trump faccia la guerra alla Cina sul piano commerciale, ma la Ue non deve farsi coinvolgere neppure sul piano commerciale, visto che storicamente gli Usa hanno preteso che la Cina entrasse nel Wto o Omc che dir si voglia, cioè l’organizzazione mondiale del commercio. Quella decisione degli Usa fu giustificata agli occhi dei cittadini americani per evitare che la Cina facesse dumping.
La Cina ha sostanzialmente rispettato le regole del Wto, ma agli Usa ciò non è piaciuto perché speravano che con l’ingresso nel Wto lo sviluppo della Cina fosse più contenuto. Per cui oggi a invocare il rispetto dei principi del Wto è la Cina e assai meno gli Usa.
Un problema che riguarda direttamente tutti i Paesi della Ue e quindi anche dell’Italia. A capirlo prima di tutti è stato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che proprio per testimoniare, grazie anche alla ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Marco Polo, ha compiuto nell’autunno scorso il suo ennesimo viaggio in Cina.
Sarà un passaggio chiave vedere come sarà possibile nel prossimo, immediato futuro mantenere un rapporto commercialmente aperto dell’Italia verso la Cina senza suscitare la reazione del Presidente Trump. Ma nel momento in cui abbiamo assistito alla follia di decidere dazi all’importazione di prodotti della Ue in Usa, anche se temporaneamente sospesi, è difficile pensare che l’America sia ancora quella che lanciò i paracadutisti nell’entroterra di Gela per preparare lo sbarco delle truppe di liberazione dall’occupazione dell’Italia dai poveri soldati tedeschi mandati a morire da quel folle di Hitler, e liberare così l’Italia dalle dittature.
Non posso per questo non citare ancora una volta, anche se oggi al potere in Cina c’è un uomo diverso, quanto meno nel modo di gestire, quanto Deng Xiao Ping rispose a Oriana Fallaci nell’intervista che le organizzai dopo che io, nel dicembre del 1978, avevo intervistato Deng per non più di 45 minuti grazie alla genialità del ministro del commercio italiano, Rinaldo Ossola, che organizzò un viaggio a Pechino per offrire alla Cina una linea di credito utile a comprare prodotti essenziali italiani, utili a ridurre le miserrime condizioni di vita dei cinesi in quel tempo.
A Oriana Fallaci che, scandalizzata da aver visto prima di entrare nella città proibita, sulla piazza Tienanmen le fotografie di Lenin e Stalin approcciò Deng con questa domanda: Non vi vergognate a tenere esposta la foto dei due capi russi: passi per Lenin, ma Stalin ha ammazzato almeno 20 milioni di concittadini in Siberia! La risposta di Deng, penetrante come poche: Può darsi che Stalin abbia fatto morire anche più di 20 milioni di concittadini, non lo so, ma ai nostri occhi (e dovrebbe essere anche a quelli del mondo intero), Stalin ha un merito enorme: ha fermato Hitler.
Si dirà: questa è storia passata. Si, assolutamente. Ma fu anche da quel prestito che l’Italia attraverso Ossola fece alla Cina, allora alla fame, che va fatta leva per avere con il secondo più importante Paese del mondo un rapporto positivo al di là delle posizioni politiche opposte fra la presidente Giorgia Meloni e il governo presieduto da Xi Jinping. Quando la presidente Meloni, nel luglio dell’anno scorso, è stata a Pechino per la celebrazione del ventennale del partenariato Italia-Cina, ha raccolto simpatia e consenso. L’ho visto con i miei occhi e siccome con le pazzie degli Usa è bene avere un’alternativa di peso, sarebbe bene che il governo, nonostante l’avversione naturale al comunismo, guardasse solo alla convenienza economica.
La Cina è la principale alternativa ma non la sola. Occorre avere vocazione a trattare con tutti i Paesi dell’Asia e in particolare con l’India, dove l’ex-ambasciatore italiano a Nuova Delhi, Vincenzo De Luca, nel suo mandato fino a giugno 2024 ha fatto un ottimo lavoro e ora c’è un altrettanto bravo ambasciatore, Antonio Enrico Bartoli. Va bene guardare a destra nel senso del posizionamento geografico e politico degli Stati Uniti, ma non va trascurata la sinistra, cioè alla Cina e all’India e ad altre decine di Paesi che hanno bisogno dei prodotti italiani.
Per questo Class Editori mette a disposizione delle aziende italiane le sue tre partnership con la i tre maggiori gruppi editoriali cinesi: Xinhua News, la ex Nuova Cina, con cui da anni produciamo il settimanale on line, Class-Xinhua; China Media Group, la televisione e radio e non solo cinese, con cui produciamo il programma Cargo, e ultimo, arrivato proprio in occasione della visita della Presidente Meloni, con il gruppo People’s Daily, il gruppo diretto del partito: ogni mese ci scambiamo alcune pagine dedicate ad aziende italiane, che vengono descritte nel quotidiano economico Global Times, e ad aziende cinesi descritte su questo giornale. Non è tempo di star fermi. (riproduzione riservata)