
Ci sono diversi modi perché una nazione e i suoi abitanti perdano piano piano la loro identità: possono essere conquistati e coartati da un altro popolo, possono cadere in una grave crisi economica o politica, possano assistere quasi inermi alla dominazione da parte di entità straniere del sistema dell’informazione, essenziale per ogni vera democrazia. È quanto sta succedendo agli italiani e all’Italia. E non solo perché nella classificazione dei sistemi di informazione in Italia compare al secondo posto assoluto per fatturato Alphabet/Google, con l’11,3% del mercato come è stato segnalato da più parti. La verità è che alla quota di Google va aggiunto il 9,9% del mercato del terzo in classifica, Comcast/Sky, anche se ha un telegiornale completamente italiano; e poi il 7,6% di Meta/Facebook, il 3,7% di Amazon, il 3,2% di Netflix, l’1,9% di Dazn l’1,2% di WB Discovery. E in più il 31% rimanente è totalmente polverizzato tra vari operatori per di più non solo italiani e comunque poco influenti singolarmente per limitare la colonizzazione culturale del Paese.
Si salva solo Urbano Cairo con il gruppo Corriere della Sera, che avendo perso prima del suo avvento ampie quote di mercato ha comunque oggi un più che rispettabile 3,5%.
Il mio non è assolutamente un ragionamento nazionalista; anzi, la pluralità delle voci è essenziale così come le jv e collaborazioni fra gruppi di vari Paesi e la stessa Class Editori, che possiede il giornale che state leggendo, ha molte collaborazioni internazionali, dagli Usa alla Cina. Lo scambio di informazioni e di punti di vista è più che positivo. Ciò che è negativo è l’imposizione diretta di modi di pensare, di cultura, di stili di vita che quantomeno annacquano la realtà della nazione e suggeriscono modi di vivere e operare che non sono parte dell’identità italiana.
È chiaro che l’occupazione dell’Italia da gruppi di comunicazione diretta o indiretta internazionale è frutto, in primo luogo, dalla supremazia tecnologica: ne sono la conferma Google, Facebook, Amazon, Netflix, Dazn e anche Discovery. E meno male che X di Elon Musk non è per ora in classifica.
Di fronte a questa occupazione della sfera informativa il governo cosa fa? Continua a elargire oltre un miliardo alla produzione di film, alcuni dei quali, per di più, non entrano in nessun circuito cinematografico né nazionale né tantomeno internazionale.
Quali sono le cause di questa sostanziale debolezza del sistema di informazione italiano? In primo luogo, qualcuno potrebbe dire, perché la lingua italiana serve solo in Italia. Ma le cause vere sono altre e attengono alla proprietà dei mezzi di comunicazione. I paesi democraticamente più evoluti per secoli hanno avuto sistemi di informazione realmente indipendenti, perché posseduti da operatori professionisti, senza la proprietà di industriali, finanzieri, palazzinari e supporter di partiti. In Italia sono sempre stati in minoranza i mezzi di informazione indipendenti, cioè con una proprietà professionale che faceva quel mestiere con l’unico scopo di servire i cittadini facendo profitti con la loro attività editoriale. Il risultato è che i cosiddetti editori puri (termine espressivo ma improprio, visto che la purezza è solo della Madonna) sono sempre stati pochissimi e oggi a parte pochi media locali, il gruppo Cairo, e senza infingimenti Class Editori, è quasi impossibile trovarne altri. Per molti anni ha resistito a esserlo Carlo Caracciolo con l’Espresso e Repubblica, finiti prima a un imprenditore intraprendente come Carlo De Benedetti, che li aveva acquistati per cercare di pareggiare il potere con gli Agnelli (che a La Stampa di Torino avevano aggiunto il controllo di fatto di Rizzoli-Corriere della Sera) e poi a John Elkann, che perso il Corriere, ha conquistato appunto La Repubblica e la sua catena di giornali locali, oltre addirittura al genovese Il Secolo XIX, portandoli tutti in perdita e quindi con redazioni più facilmente condizionabili.
In questo contesto è esploso il fenomeno digitale e sono arrivati in campo mischiando informazione, pubblicità, servizi di utilità, giganti come Google, che non contento del suo potere tecnologico lo ha aumentato (come ha scoperto l’antitrust americano quando ne è diventata presidente Lina Khan) versando 30 miliardi all’anno alla fabbrica di cellulari Apple perché caricassero all’origine il suo motore di ricerca.
C’è una possibilità che leggi speciali, che i governi stentano a varare, possano limitare il potere di operatori simili a Google per il sistema business basato sulla pubblicità, che così viene sottratta ai mezzi classici di informazione? Teoricamente la possibilità ci sarebbe ancora, se non fosse che sta arrivando prorompente l’Artificial Intelligence che appunto ha già prodotto sistemi come quello adottato da Open AI, padre di ChatGPT, per il quale ha acquistato larghissima parte dei data base dei mezzi di informazione per permettere ai cittadini di informarsi ponendo domande a ChatGPT che risponde appunto grazie all’intelligenza artificiale.
Come è noto, Open AI ha cercato di acquistare i database dei maggiori editori del mondo e purtroppo solo il New York Times ha resistito. Come sanno già i lettori di Orsi&Tori, Class Editori e quindi MF-Milano Finanza hanno scelto di non vendere i suoi, avviando piuttosto un sistema di intelligenza artificiale che ci consente ogni settimana di far uscire articoli formati da domande e risposte che arrivano da MFGPT. E i lettori sanno anche che da marzo potranno interrogare il sistema direttamente per ottenere qualsiasi risposta economico finanziaria.
Una sfida temeraria? Onestamente sì, ma come fummo i primi a introdurre internet in una casa editrice 28 anni fa, siamo più confidenti di poter offrire ai nostri lettori un servizio di alta qualità, al pari dei pionieri di questo sistema di informare.
Tuttavia, serve che i governi sappiano difendere il settore dell’informazione con leggi che limitino il potere di Google e degli altri monopolisti della rete. Non è impossibile, come ha dimostrato la scoperta della giovanissima Khan in Usa. Grande responsabilità spetta all’Unione europea, mentre i singoli paesi, a cominciare dall’Italia, dovrebbero prendere provvedimenti legislativi perché gli strumenti di informazione non siano di proprietà di chi li usa come un’arma a seconda dei casi rivolta verso vari soggetti, incluso il governo. Sarebbe, è, l’unico sistema per difendere la democrazia e la dignità dei cittadini. Il governo non sembra averlo compreso, visto appunto che ha riservato 50 milioni di finanziamenti al sistema dell’informazione a fronte di oltre un miliardo di sovvenzioni all’industria cinematografica. Che almeno le leggi possibili direttamente in Italia e quelle europee siano tempestivamente varate, come si sforza di far capire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a cui deve andare la gratitudine di tutti i cittadini e gli operatori che lottano per un’informazione obiettiva e sganciata da interessi derivati, principale garanzia per preservare il valore immenso e insostituibile della democrazia.
C’è un altro tema altrettanto importante per la democrazia e il benessere dell’Italia: quello della costruzione di un vero mercato dei capitali per permettere alle migliaia di aziende medie e anche piccole che grazie al sacrificio di singoli imprenditori popolano l’Italia. Sta per essere varato un decreto che nelle intenzioni dovrebbe favorire questa evoluzione dell’economia italiana. Dispiace dire che nonostante l’impegno del sottosegretario Federico Freni, quanto filtra sulla riforma del Tuf (testo unico della finanza) in un certo senso peggiora le condizioni del mercato perché di fatto dà la possibilità a chi è imprenditore industriale o commerciale di assumere posizioni condizionanti all’interno delle poche istituzioni finanziarie, bancarie e assicurative che devono fare da pilastri del mercato.
MF di giovedì 19, per la firma di Roberto Sommella, direttore esecutivo del giornale, ha criticato energicamente quanto è emerso finora della parte di Tuf dedicato alla governance. Il titolo era molto forte ma esplicativo: «La legge del mercato e quella di Caltagirone». È arcinota la battaglia che è in corso per la governance delle due maggiori istituzioni finanziarie e assicurative italiane, Mediobanca e Generali, da sempre strettamente legate. Francesco Gaetano Caltagirone e gli eredi di Leonardo del Vecchio, nella giusta libertà data dal mercato di acquistare azioni quotate in borsa da parte di chiunque, da anni comprano azioni Mediobanca e Generali, due società dove le regole di governance, da quando è morto Enrico Cuccia e la banca non è più posseduta dalle ex-tre Bin, hanno avuto una governance, sul modello internazionale: cioè, un management che riceve il voto dei maggiori investitori istituzionali prevalentemente interessati solo al buon andamento delle società e non all’utilizzo delle stesse per accrescere il proprio potere.
In occasione delle ultime scadenze per il rinnovo dei consigli e l’attribuzione delle deleghe ci sono stati tentativi precisi del gruppo Caltagirone e Del Vecchio di ridurre l’autonomia del tradizionale management. I tentativi sono falliti ma con l’aumento delle quote dei due azionisti solidali fra loro, il pericolo per una gestione solo oggettiva rimane e in particolare per la prossima assemblea di Generali in cui dovrà essere rinnovato il consiglio.
Per questo motivo il bravo avvocato e sottosegretario Freni dovrebbe varare una normativa che non cambi le regole e la prassi internazionale. Che Freni sia personalmente di quest’idea nessuno dubita, ma la pressione dei due grandi azionisti su un governo a loro congeniale potrebbe mettere il sottosegretario nell’impossibilità di preservare l’autonomia gestionale con una corretta governance.
All’articolo citato dal titolo «la legge del mercato e quella di Caltagirone» il sottosegretario Freni ha replicato con un intervento diretto su MF di venerdì 20. Schivando il cuore del problema con abilità da avvocato, ha dedicato larghissima parte dell’intervento alle altre tematiche che sta includendo nella riforma, sottolineando correttamente che vi è grande attenzione al risparmio e al rilancio dei Pir, per far affluire più capitali in Borsa. E scrive letteralmente: «In riferimento all’articolo “La legge del mercato e quella di Caltagirone” ho a cuore esporre alcune brevi considerazioni sul passaggio in cui si esorta la commissione Tuf “a considerare qualcosa per avvicinare con la legge Capitali il risparmio alla Borsa da cui scappano tutti, invece di occuparsi solamente della governance di una società e di chi comanda in essa”. … La riforma del Tuf rappresenta uno dei fattori abilitanti per il disegno più complessivo che questo governo persegue fin dal primo giorno di lavoro… Il lavoro che il governo sta portando avanti da mesi, con il contributo dei professori, degli uffici tecnici, non si esaurisce nel diritto societario a comprende una riflessione su tutto il sistema di regole che governa il mercato finanziario… Non è un caso che la riforma del Tuf si sta concentrando anche sul risparmio gestito oltre che sulle sanzioni, solo per citare due esempi… L’obiettivo è individuare un punto di equilibrio tra tutti i diversi interessi che potrebbero talvolta confliggere…”». Ecco il punto chiave è quest’ultima affermazione di evitare i conflitti. Ma come, il sottosegretario Freni non lo dice. E se, non essendo evidentemente ancora definito il testo di riforma, la prudenza di Freni è comprensibile, dall’altro lato è perché non è una novità l’influenza che specialmente Caltagirone può esercitare sul governo attraverso la catena di giornali di cui è diventato proprietario, a partire dal Messaggero re di Roma, che guarda caso, fu proprio il fondatore di Mediobanca, Enrico Cuccia, a fargli avere, mentre le tre Bin allora controllori di Mediobanca la pensavano completamente in maniera diversa, come ho avuto già modo di scrivere.
Il seguito dell’intervento del sottosegretario Freni è più che condivisibile, perché elenca i vari interventi per far affluire denaro sul mercato: appunto dalla riforma dei Pir, alla creazione del Fondo dei Fondi. Tutte cose positive, ma assolutamente insufficienti se non si incide sulle regole del mercato; e peggio sarebbe se si dovesse aggiungere a tante cose positive della borsa una crescita di potere di azionisti non istituzionali in strutture chiave del Paese come Mediobanca e Generali. E non me ne voglia il sottosegretario Freni se ri-sottolineo i rischi che alcuni pilastri del non solidissimo sistema finanziario del paese come Mediobanca e Generali finiscano sotto l’influenza diretta di due azionisti, uno dei quali con l’ambizione di comandare. Chi investe è giusto che conti, ma è altrettanto giusto che per strutture fondamentali come Mediobanca e Generali vi sia una governance accettata e rispettata a livello internazionale. Non vi è dubbio, infatti, che l’Italia, il mercato borsistico e finanziario italiano, abbiano bisogno di istituzione con governance omologa a quella dei maggiori gruppi internazionali e di tutti i principali mercati del mondo mentre la Borsa italiana, causa anche la creazione di Euronext, è in totale decadenza. Cento società uscite in poco tempo dal mercato sottolineano come il mercato finanziario italiano con l’ultima nascita di Euronext invece di svilupparsi si sta impoverendo. L’Italia è uno dei Paesi con più risparmio nel mondo che va inevitabilmente a finanziare lo stato e, attraverso i fondi di investimento, grandi società e banche estere.
Sarebbe necessario che il governo prendesse atto che l’aver scelto Euronext ha allontanato il risparmio dalla borsa e che quindi sia pronto a quantomeno a chiedere la riforma di quel mercato per ottenere a un tempo afflussi dal grande risparmio italiano ma anche da quello internazionale, per il quale ci vogliono regole di gestione delle società secondo i migliori standard internazionali, non certo interpretati e auspicati da alcuni ricchissimi e abili protagonisti dell’attuale mercato.
A tutti i lettori di MF-Milano Finanza, e degli altri giornali e siti web di Class Editori, come Gentleman, Class e Capital, agli spettatori di Class Cnbc, di Class Tv Moda, di UpTV, gli ascoltatori di Radio Classica, agli utenti dei nostri servizi finanziari e dell’agenzia MF Newswires, ai docenti e agli studenti dei Saloni di Campus Orienta, agli appassionati seguaci di Gambero Rosso e del magazine internazionale Global Finance, i migliori auguri di un Natale sereno. (riproduzione riservata)