Se la volatilità sui mercati diventa difficile da gestire e sale il rischio di pesanti perdite per chi si ancora a un benchmark di mercato, una soluzione sempre più gettonata, anche in ottica di controllo della volatilità, è quella dei fondi a ritorno assoluto o total return. Spesso usate come sinonimi, le due categorie di fondi flessibili hanno in realtà una lieve differenza.
Un fondo absolute return, spiega Fidelity nel suo sito, «non seguono un benchmark e sono progettati per generare rendimenti positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati, gestendo il rischio e contenendo al contempo la volatilità». Mentre un comparto total return «si pone l’obiettivo di accrescere il capitale nel tempo ottenendo una performance superiore a quella di un obiettivo: ad esempio un livello target di reddito periodico».
Una differenza che, per investitori non sofisticati, è più una sfumatura, e non intacca il senso di fondo: chi investe a ritorno assoluto, spiega Fidelity, vuole «ottenere un rendimento positivo anche quando i mercati sono in ribasso». Va da sé, se questa è la definizione, che l’investimento total return è ancora un presidio della gestione attiva, specie di quella cosiddetta ad alta convinzione, in cui il gestore si lascia ampi margini di manovra (spesso senza limiti) per provare a battere il mercato.
Come spiega Maurizio Vitolo, fondatore e amministratore delegato di Consultinvest, «in un contesto di volatilità crescente» come quello attuale «un approccio total return permette di non essere vincolati a una sola asset class». L’approccio del money manager consiste sostanzialmente in una «gestione flessibile e multi-asset, con investimenti in obbligazioni, azioni e, in misura più contenuta, strumenti monetari o difensivi».
La tabella Fida in pagina riunisce dieci fondi attivi a ritorno assoluto, ordinati per rendimento nel 2026. La loro performance media è del 15,1%, che passa al 28% a un anno e sfiora il 42% su una prospettiva triennale. Il tutto con costi medi annui dell’1,4%, ma variabili tra un minimo dello 0,75% e un massimo del 2,15%. I fondi in graduatoria appartengono sostanzialmente a tre macro-categorie: quelli specializzati nei mercati emergenti, quelli con copertura del cambio euro-dollaro e quelli sulle materie prime.
Rientra in quest’ultima categoria, ad esempio, il comparto Commodity Allocation di Invesco, secondo in classifica con il +16,4% da inizio anno (1,75% i costi annui). A livello di approccio, i gestori del fondo investono direttamente «tramite derivati per cogliere con maggiore precisione i movimenti dei prezzi delle materie prime rispetto alle azioni correlate, offrendo un’esposizione più diretta ai fondamentali di mercato».
Anziché affidarsi ai benchmark di mercato, i money manager cercano di catturare extra-performance costruendo portafogli diversificati «basati su quattro distinte fondi di rendimento: scarsità, contributo di rischio equilibrato tramite ribilanciamento sistematico, efficienza nei contratti e opportunità tattiche di mercato». Entrando nello specifico delle commodity, i gestori sono oggi interessati a quelle legate all’AI: «L’elevato consumo energetico del settore richiede un impiego massiccio delle materie prime che supportano la generazione elettrica, la trasmissione e le infrastrutture su larga scala».
Si concentra sulle materie prime anche Raiffeisen, con il comparto Active Commodities (+13,7% da gennaio, costi dell’1,25%). Alexander Toth, gestore del comparto, sottolinea come «le materie prime agiscano oggi come pilastro di diversificazione e protezione contro l'inflazione inattesa, reagendo a fattori esogeni ai mercati finanziari tradizionali come interruzioni nelle catene di approvvigionamento, carenze produttive, tensioni geopolitiche e scarsità».
Entrando nello specifico del portafoglio, il money manager spiega che il fondo «si definisce come una strategia total return che punta a un'esposizione solida e di lungo periodo sulle materie prime, agendo come mattoncino liquido e diversificato all'interno di portafogli multi-asset».
Rispetto agli indici tradizionali, aggiunge, «il portafoglio privilegia i metalli industriali e preziosi, riducendo parzialmente il peso del comparto energetico pur mantenendolo per la sua valenza strategica». La gestione è fortemente attiva: «Si concentra su posizioni a più lunga scadenza lungo la curva delle commodity e opera un costante ribilanciamento verso i settori a maggior domanda», conclude Toth.
Invece AllianceBernstein compare in graduatoria Fida con un fondo absolute return sui mercati emergenti, Emering Markets Multi-Asset (+13,3% la performance del 2026 con commissioni dell’1,6%). Sammy Suzuki, co-gestore del comparto, ritiene che oggi un portafoglio total return di questo tipo abbia una funzione in particolare: «Rappresentare un’alternativa alle azioni dei mercati emergenti, con l’obiettivo di offrire rendimenti comparabili a quelli del mercato azionario ma con una volatilità inferiore».
Utilizzando sia un’analisi fondamentale sia una più quantitativa, oggi il money manager ha le sue principali posizione azionarie nei Paesi asiatici, inclusi i settori legati all’AI, e nel settore finanziario dell’America Latina». Nella parte di reddito fisso del portafoglio invece Suzuki privilegia oggi «debito in valuta forte, con allocazioni principali in Messico, Colombia e Turchia. Continuiamo inoltre a privilegiare le obbligazioni high yield rispetto ai titoli investment grade, con una preferenza per le obbligazioni con rating BB». (riproduzione riservata)