Oggi i rendimenti in forte rialzo dei titoli di Stato richiamano alla memoria il 2022, che era stato un anno orribile con perdite a doppia cifra per le obbligazioni a causa dell’aumento dell’inflazione che aveva dato l’avvio agli aumenti dei tassi di Fed e Bce. Questo scenario assomiglia davvero a quello di quattro anni fa? Per Iain Stealey, capo degli investimenti per l’obbligazionario globale e le valute di Jp Morgan Asset Management, oggi il contesto è diverso, ma bisogna sapersi muovere tra le scadenze.
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I rendimenti governativi sono tornati ai livelli più alti degli ultimi 15-20 anni: il Treasury Usa trentennale è ai massimi dal 2007, il Bund tedesco dal 2011. Ma non siamo più nel mondo di quattro anni fa. Nel 2022 avevamo inflazione al 7-8%, tassi ufficiali a zero, piani di espansione monetari ancora attivi e banche centrali molto in ritardo. Oggi partiamo da una base completamente diversa: i tassi sono già elevati, l’inflazione è più bassa e i rendimenti obbligazionari incorporano già molta prudenza. Detto questo, il rischio esiste ancora, soprattutto se il petrolio dovesse salire molto oltre i livelli attuali.
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Sicuramente è un livello molto più attraente rispetto agli ultimi anni, perché ripristina un rendimento reale positivo e riporta il reddito fisso al centro delle asset allocation. Tuttavia non è un valore privo di rischi.
Il principale rischio è legato all’inflazione: se lo shock energetico dovesse persistere o riaccendersi, le aspettative sui tassi potrebbero spostarsi ancora verso l’alto, soprattutto sulla parte lunga della curva. Inoltre il tratto lungo è più esposto alla volatilità dei mercati e alle revisioni delle aspettative sulle banche centrali. Quindi il 5% è interessante, ma non è gratuito e non è detto che sia un equilibrio stabile: è un rendimento che oggi paga anche l’incertezza macro e la sensibilità ai movimenti di petrolio e inflazione. Inoltre sul fronte del dollaro, vediamo rialzi nel breve, ma la dinamica potrebbe cambiare nel medio termine.
Oggi il mercato è in una fase di forte incertezza e la parte lunga della curva è più volatile perché guidata come dicevo dal mercato e non dalle banche centrali. Per questo nei portafogli si tende a privilegiare il tratto breve, più ancorato alle decisioni della Fed e delle altre banche centrali. La duration lunga offre valore potenziale, ma richiede una visione molto chiara su inflazione in discesa e rallentamento della crescita, scenari che non sono ancora confermati. Se gli investitori iniziano a chiedere un premio più alto per detenere debito americano a lunga scadenza, i rendimenti possono salire ancora e i prezzi delle obbligazioni scendere. Pertanto molti gestori oggi preferiscono il tratto breve della curva, dove il rendimento resta elevato ma con una volatilità inferiore
Sì, la storia mostra che aumenti del petrolio di questa entità, circa +50% rispetto alla media recente, sono spesso associati a fasi di rallentamento economico globale. Il mercato però oggi non sta ancora prezzando questo rischio. E questo crea una fase delicata per gli investitori, perché l’impatto dell’energia sull’economia tende ad arrivare con ritardo, attraverso l’erosione del reddito disponibile e dei consumi.
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Ci piacciono i mercati emergenti, l’investment grade e la parte breve della curva. Più in generale, l’approccio deve essere attivo: il rendimento è tornato, ma la direzione dei mercati dipende ancora da energia, inflazione e reazioni delle banche centrali. (riproduzione riservata)