
C’è un tema fondamentale per il futuro economico del Paese Italia che non può essere ulteriormente eluso, dopo che, finalmente, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha deciso di prendere il toro per le corna. Toro rappresentato dal gravissimo debito pubblico nazionale e che lui vorrebbe contenere con la vendita degli immobili, per alcune centinaia di miliardi, che alcuni anni fa lo Stato passò agli enti locali e che non sono per la stragrande maggioranza messi a frutto.
Il tema che va affrontato con pari vigore è quello dell’inesistenza, in un paese capitalistico qual è l’Italia, di un vero mercato dei capitali, cioè di una borsa che abbia diritto di essere considerata tale. Basta dare uno sguardo al listino principale, Euronext Italia: solo da gennaio ad oggi sono uscite dalla quotazione ben 16 società, attraverso il lancio di altrettante opa. Ma la fuga delle grandi aziende italiane da piazza Affari ha fatto 13 negli ultimi 10 anni e tutte si siano trasferite ad Amsterdam. Si è trattato di grandi imprese come Campari, Mediaset, Ferrari, ma anche Exor e Caltagirone (Cementir holding), Ariston, Cnh industrial, Iveco, Mediaset che valgono nell’insieme più del 35% della capitalizzazione totale della Borsa Italiana e il 45% % dell’indice maggiore di Piazza Affari. A loro si è unita Brembo, che in agosto del ‘23 aveva annunciato la volontà di farlo.
Partendo dal ’22, in quell’anno a delistarsi per Opa sono state ben 20 società. Nel ’23 altre 14 Opa. E quest’anno oltre agli spostamenti ad Amsterdam ci sono già state altre tre opa, inclusa Tod’s che è uscita in questi giorni. Ma dal dicembre scorso a oggi il trend delle opa per delisting è ulteriormente accelerato, con anche società molto importati come appunto Tod’s e Saras dei Moratti.
Per contro, nel secondo mercato, Euronext growth, che veniva definito ideale per l’enorme parco di piccole e medie imprese italiane, le quotate sono solo 200 per una capitalizzazione di 8 miliardi e quindi una media di 40 milioni.
Ma un indice ancora più significativo è il rapporto fra le quotate e il pil, che in Italia è circa la metà di quello della Germania e circa 1/4 di quello del Regno Unito, Olanda e Francia.
E il paradosso diventa ancora più paradossale se si tiene conto che l’Italia è il secondo paese al mondo dopo il Giappone per quanto riguarda il risparmio. Insomma, gli italiani risparmiano ma non investono in Borsa, che dovrebbe essere il mercato ideale per destinare il risparmio stesso allo sviluppo delle aziende e quindi al pil del paese.
Come mai il Bel Paese vive questo paradosso che i governi che si sono succeduti dalla fine della Seconda guerra mondiale non lo hanno saputo finora risolvere?
Un dato fondamentale lo si ricava dall’esame degli investimenti degli enti che più di ogni altri dovrebbero impegnarsi a far crescere il benessere del paese e dei suoi cittadini.
Il dato sarà reso noto nel convegno organizzato da AssoNext che si terrà il 22 prossimo con il titolo «Il mercato delle pmi, la ricchezza del paese»: i fondi pensione italiani investono all’estero 21 volte in meno di quanto investono in Italia e la situazione non è mutata dal ’22 quando, per esempio, gli investimenti in titoli italiani erano appena 1,42 miliardi di euro contro ben 32,4 miliardi all’estero.
Se si parla con i gestori, la risposta-giustificazione è che la Borsa italiana offre ben poco, è scarsamente liquida e la nascita di Euronext, promossa dalla Francia e alla quale Piazza Affari ha aderito, lasciando il rapporto con il London stock exchange, è sostanzialmente un fallimento. Per varie ragioni: 1) Il prefisso Euro del nome lascerebbe intendere che questa sia la borsa europea, ma non è per niente così, perché a Euronext aderiscono, sotto la regia e il comando di Parigi, solo una piccola parte dei paesi dell’Unione europea e soprattutto, a parte la Francia e l’Italia che sono fra i fondatori della Ue, manca il mercato più importante del continente, cioè quello di Francoforte; 2) a Euronext aderiscono invece paesi che hanno un trattamento fiscale e normativo incomparabilmente più favorevole alle aziende rispetto all’Italia, ma non solo; da qui la grande migrazione verso Amsterdam che offre due vantaggi alle aziende che trasferiscono la residenza nel paese e si quotano alla borsa olandese: trattamento fiscale iper favorevole e, aspetto fondamentale per la borsa, la possibilità di avere voto plurimo per azione all’ennesima potenza, per cui si può controllare una società anche con una percentuale molto ridotta invece del fatidico 51%.
Se la Ue fosse davvero l’Europa unita, una simile sperequazione fra paesi partecipanti non sarebbe consentita. Ma non dico niente che non si sappia già se ricordo che la Ue, nonostante tutto l’impegno, è un’opera assolutamente incompiuta. E chi può se ne approfitta, come la Francia per essersi appropriata del comando di Euronext, e l’Olanda per attrarre con regole di estremo favore.
Ben pochi se l’erano sentita, quando la Gran Bretagna è uscita dalla Ue e di conseguenza il London Stock exchange è diventato estraneo alla politica comunitaria, di lanciare segnali di grande attenzione sulla nascita di Euronext. Ma una voce più che autorevole mise in guardia: quella del presidente della Consob Paolo Savona, che per l’effettivo controllo di Euronext fra Parigi e Amsterdam chiese apertamente che l’Italia avesse garanzie precise: il tutto si ridusse a una partecipazione non di comando al capitale di Euronext della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo e di
Cdp Equity. I fatti danno ragione a Savona, che con più di un intervento riservato chiedeva prima di tutto che aderisse anche la Germania e che poi fossero almeno un bel po’ limati i vantaggi concessi ad Amsterdam. Ma si da quando c’è la Ue, i paesi più piccoli si sono sempre presi dei forti vantaggi competitivi.
Proprio mentre ci si avvia a votare il nuovo parlamento europeo e quindi alle nomine della Ue, che dell’Europa è il governo, sarebbe bene che l’Italia, e non solo, si facessero sentire con Parigi e Amsterdam, perché con i vantaggi che hanno non si fa l’Europa dei capitali, ma sotto le mentite spoglie di una Europa unita, si consente la disuguaglianza anche fra i mercati borsistici. È vero che impedendo trattamenti fiscali e normativi di favore, per esempio all’Olanda, se ne limiterebbe la sovranità nazionale. È vero, ma l’Unione non si può fare altro che bilanciando diritti e doveri di tutti i paesi.
Lo sappiamo, è il male oscuro (e in realtà chiaro) dell’Europa pseudo unita.
È tuttavia un po’ vergognoso che come compenso all’Italia per aver accettato di far pare di Euronext, si sia sbandierato che il centro di calcolo è stato trasferito vicino a Bergamo. Come se qualche centinaia di addetti potessero compensare la concorrenza sleale dell’Olanda, che essendo un piccolo paese basa molte delle sue entrate sull’attrazione di aliquote fiscali molto, ma molto più basse di quelle di paesi come l’Italia.
La quale Italia cosa può fare per non farsi marginalizzare?
Per quanto riguarda la borsa e gli investimenti almeno tre cose: 1) chiedere una riforma di Euronext che unifichi il più possibile le norme specifiche sulla borsa, contenendo le differenze fra quelle dei paesi come l’Italia con ordinamento fiscale ordinario, non sperequato nella misura constatabile fra Italia e Olanda; 2) rendere veramente europea la borsa riuscendo a far entrare in Euronext Francoforte; 3) favorire in maniera significativa gli investimenti in Euronext growth delle piccole e medie aziende di tutti i paesi, quindi in particolare in Italia, anche attraverso percentuali di investimento minimo da parte delle istituzioni previdenziali e istituzionali. Vediamo anche se la proposta del deputato della Lega, Giulio Centemero, di costituire un veicolo pubblico per acquistare titoli di mid e smallcap sui relativi segmenti della borsa italiana potrà innescare un circolo virtuoso, ma sarà comunque una toppa, certo utile, ma non la soluzione strutturale e internazionale che si impone.
Il presidente Joe Biden è più estremista di Donald Trump nel bloccare i prodotti cinesi con dazi appunto addirittura superiori a quelli posti dall’ex-presidente, ora sotto processo per denuncia di una delle tante escort che ha coltivato? Superando l’attenzione per il processo Trump in corso, l’attenzione degli americani si è spostata sul pericolo che possa estrinsecarsi rapidamente una guerra commerciale, proprio quando sembrava che le cose stessero migliorando, grazie soprattutto al ministro del tesoro Janet Yellen con i suoi viaggi a Pechino e l’organizzazione dell’abbraccio fra il presidente Biden e il presidente Xi Jinping a S. Francisco. Proprio con in mente l’immagine dell’abbraccio, Wall street ha stabilito un nuovo record e non è crollata come era successo sei mesi fa quando, iniziando la campagna elettorale Trump, annunciò dazi molto alti sui prodotti cinesi.
Infatti, approfondendo, mentre i dazi posti a suo tempo da Trump avevano un tasso di prelievo del 25% ma per importazioni pari a 350 miliardi di dollari, quelli posti ora da Biden riguardano prodotti per un valore attuale di solo 18 miliardi, anche se con aliquote molto più alte. In altre parole, sono una sorta di avviso di Biden diretto sia alla Cina affinché non faccia scherzi, sia al mondo produttivo americano per far vedere che in caso di necessità non ha esitazione a difendere i loro prodotti. Quindi, una vera mossa elettorale, perché in realtà è già da tempo che molti di quei prodotti gli Usa li importano da altri paesi e quindi la decisione è solo dimostrativa e rivolta a quei cittadini americani che ritengono che Biden non sia capace di difendere gli interessi degli americani.
Può essere quindi perfino commovente vedere che la grande America vuole trasmettere ai suoi cittadini di non temere un’invasione cinese.
Se si vuole un pensiero fin troppo raffinato, ma a seconda di come girerà il vento Biden ha due volti da mostrare, quello curato per non provocare sconquasso all’export, e quello duro se il dialogo con la Cina ravvivato dalla Yellen non dovesse dare i frutti sperati. Insomma, fra Usa e Cina la competizione è molto forte, con tono e mosse perché non possa accadere una perdita di potere dalle due parti.
È la 43esima volta che Xi Jinping e Vladimir Putin si incontrano. L’ultimo prima di quello di questi giorni era avvenuto nel marzo del ’23. Quello del 16 maggio (il 43esimo) è una conseguenza di quanto Xi aveva detto a Putin un anno fa e cioè, che a suo giudizio è in atto un cambiamento storico del mondo. E gli aveva fatto questa proposta: «Promuoviamolo insieme». Senza tuttavia ricordare che il loro strettissimo rapporto era stato determinato dalle prime sanzioni alla Russia a metà del secondo decennio del secolo dal mondo occidentale, per decisione del presidente Barack Obama, in seguito all’invasione della Crimea. E fu Xi a portare la solidarietà a Putin, perché, come ha riconosciuto anche Obama recentemente, la Crimea è abitata per oltre l’85% da cittadini di etnia russa. E in questo mese di giugno gli Usa hanno inasprito due volte le sanzioni sul commercio con Cina e Russia.
Non è difficile capire perché veramente sia possibile un cambiamento storico. Ma niente è deciso perché, con l’espressione del volto immutabile, il presidente Xi cerca di stare in mezzo fra Usa e Russia anche se il dialogo con Putin gli è più facile, quasi più naturale. Ma non dimentichiamoci che questo incontro fra i due capi della Cina e della Russia avviene dopo l’abbraccio del presidente Xi a San Francisco già ricordato. Si intuisce che, pur facendo vedere più scioltezza con Putin, Xi sa che non può assolutamente prescindere dagli Usa e non soltanto per la centinaia di migliaia di giovani cinesi che studiano nelle grandi università americane. Ma proprio perché il presidente Xi desidera essere al centro del mondo, non è escluso che possa essere l’unico in grado di far finire la guerra in Ucraina. Ma quando? Quando agli Usa sarà chiaro che ad avere più potere su Putin è proprio il presidente Xi. Sarà allora che la guerra potrà finire e starà agli Usa dover essere capaci di rinsaldare il rapporto con la Cina. Ma è tutt’altro che indifferente, a seconda di chi andrà alla Casa Bianca.
Finalmente anche le società di rating si sono accorte dello straordinario lavoro fatto al Monte dei Paschi dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio e dal numero due Maurizio Bai. Moody’s ha infatti alzato il rating da Ba3 a Ba2, che rispecchia il miglioramento del merito di credito e il rafforzamento della propria solvibilità e capacità di generare utili. Ma non è ancora finita. (riproduzione riservata)