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Tra la Groenlandia di Trump e la Nizza di Garibaldi, la storia si ripete
Orsi & Tori Leggi dopo

Tra la Groenlandia di Trump e la Nizza di Garibaldi, la storia si ripete

14 marzo 2025, 19:30

Prosegue l’ondata di incertezza che avvolge i mercati e le aziende di tutto il mondo, di fronte di ripetuti messaggi imperialisti del presidente americano. Come quando la città italianissima fu costretta a passare sotto il dominio francese. Ma intanto Elon Musk sta cominciando a pagare il conto di questa gestione

Fa più specie che Gigio Donnarumma pari due rigori nella stessa partita contro il Liverpool o che di colpo Tesla abbia perso ben mille miliardi di capitalizzazione a Wall Street? Apparentemente sono due eventi che hanno ugualmente un aspetto eccezionale, ma mentre i rigori parati sono frutto dell’abilità del portiere della nazionale italiana, il crollo di Tesla appare come una prima resa dei conti rispetto all’arroganza di Elon Musk.

Chi sa che cosa ha pensato il presidente Donald Trump quando ha visto che la sua spalla più pugnace ha cominciato ad avere almeno un primo segnale di forte debolezza? Quasi sicuramente, se volesse essere davvero solidale con Musk dovrebbe mettere dazi alti quanto la Torre Eiffel. Peccato che una quota rilevante delle Tesla e in particolare il Modello Y a sei posti sia prodotto in Cina e soltanto nel settembre del 2024 Musk aveva annunciato una maggiore produzione a Shanghai per rispondere alla concorrenza locale cinese.

Il paradosso dell’amministrazione Trump

In questo episodio sta tutto il paradosso non solo dei componenti dell’amministrazione Trump ma anche le premesse per il caos sempre maggiore sui mercati di fronte all’annuncio ripetuto che Trump fa, come se stesse presentando il Festival di Sanremo, sulla politica di imposizione di dazi sulle produzioni realizzate fuori degli Stati Uniti.

Credo che nessuno possa prevedere con fondamento su come evolverà la situazione economica mondiale, anche prescindendo per un istante dalle implicazioni delle guerre in atto o annunciate in vari punti del mondo.

Anche Trump ha un cuore

Ho incontrato Trump almeno una decina di volte a Le Cirque di Sirio Maccioni a New York, che era il ristorante preferito dal due volte presidente degli Stati Uniti, il quale non a caso, come ho già scritto, decise di fare la prima cena di fundraising per il primo mandato, proprio lì, nel più famoso ristorante al mondo. E Sirio, che era un toscano verace di Montecatini, mi chiamò per chiedermi se di questa scelta di Trump doveva essere contento o scontento, al di là della pubblicità che gli faceva rispetto a un certo mondo americano. Gli risposi con una domanda: quanto pensi che l’America e il mondo possano fidarsi di Trump? Mi rispose con una battuta tutta toscana: «Gli ‘è uno spaccone, e tu sai che a me gli spacconi non piacciono. Ma chi fa il mio mestiere deve accogliere tutti. E comunque vincerà le elezioni in un’America che sta cambiando profondamente rispetto a quando era la promessa per tutti coloro che avevano un sogno o un bisogno non realizzabile nei paesi poveri del mondo. Io stesso sono venuto qui per il sogno americano e mi è andata bene. Non so come andrà in futuro».

Sirio era un grande ristoratore, ma stando a contatto ogni giorno con i ricchi americani e i ricchi di tutto il mondo aveva capito bene il rischio Trump per cancellare il paese che aveva fatto la sua ragion d’essere nell’accoglienza per tutti e della chance per tutti di vivere una vita migliore, da poveracci provenienti da centinaia di altri paesi del mondo. Nonostante ciò, quando Sirio ci ha lasciato, dalla Casa Bianca abitata da Trump arrivò alla famiglia una bella e commossa lettera, firmata anche dalla moglie Melania. Quindi anche Trump ha un cuore, speriamo che l’abbia conservato.

L’America permette e permetterà ancora il sogno americano? Non è difficile rispondere di no. E non credo che in questo contesto Sirio ritenterebbe l’avventura che l’ha portato a realizzare il ristorante più attraente non solo di (quella) New York, che era la città più attraente del mondo.

I ristoranti e lo stato di salute dei paesi

Può sembrare un paradosso, ma i ristoranti possono essere un indicatore altrettanto significativo della borsa sulla salute e serietà di un paese. Oggi a New York un ristorante come Le Cirque non c’è più. Della New York desiderabile da tutte le persone equilibrate e desiderose di una reale libertà c’è solo un giornale, The New York Times, non a caso l’unico che ha rifiutato di cedere i suoi contenuti ai padroni di OpenAI per la ChatGPT, fondata anche da Musk e che Musk avrebbe voluto riconquistare per aggiungerla al potere di X e di tutti gli altri strumenti tecnologici di cui dispone. E purtroppo, per contrasto con il New York Times, l’altro grande e fondamentale giornale americano, The Washington Post, che svelò le trame di Richard Nixon con lo scandalo Watergate costringendo alle dimissioni un presidente infedele alla democrazia, è oggi di proprietà di un altro protagonista del digitale, il fondatore e padrone di Amazon, Jeff Bezos che, come ho già scritto, ha impedito al direttore del giornale di poter indicare agli elettori un candidato democratico alla presidenza.

Dal che è facile dedurre che i prossimi saranno quattro anni di presidenza Trump con tutti gli squilibri che si vedono già, sia per gli assetti politici delle alleanze che per gli andamenti economici del mondo occidentale.

A proposito di Giuseppe Garibaldi

Mercoledì 12 è andata in onda su La7 una straordinaria puntata della serie «Una giornata particolare» del bravissimo Aldo Cazzullo dedicata a Giuseppe Garibaldi. Era intitolata «La spedizione dei mille», ma in realtà è stato molto di più, facendo vivere una realtà di allora che ora viene riproposta incredibilmente da Trump. Mi riferisco alla decisione, contro la quale fece ogni sforzo Garibaldi, di cedere l’italianissima Nizza a quella che è oggi la Francia. Con il proposito di Trump di impossessarsi della Groenlandia e addirittura di pensare di creare una sorta di Costa Azzurra nel disgraziato territorio dove vivono i palestinesi, sembra appunto di ritornare alla cessione di Nizza, dove Garibaldi era nato e che era in tutto italiana. Insomma, con Trump si assiste al fatto che con i dollari o con la forza che la moneta verde conserva, gli Usa vogliano espandersi, facendo capire che gli assetti definiti 80 anni fa dalla fine della Seconda guerra mondiale non contano, passando sopra, come appunto per Garibaldi e Nizza, all’acquisizione di un territorio e alla storia di quel territorio, come fosse l’acquisto da parte di un privato di una superficie più o meno grande per edificare una casa o un’impresa. Evidentemente anche Trump pensa che con il peso del dollaro e della sua potenza militare si possa passar sopra al diritto di chi abita un territorio, dove è nato, alla sua cultura, annettendolo e facendolo diventare un paese diverso da quello della sua storia.

Una visione che fa paura

Al di là di tutte le problematiche delle guerre in atto, fa paura la visione di Trump per cui il territorio degli Stati Uniti debba estendersi anche al Canada, che dovrebbe diventare il 51esimo stato degli Usa. Anche perché dietro a questa sparata c’è una visione imperialistica anche per cancellare l’accordo Canada-United States free trade agreement del 1988 con la minaccia e la volontà di poter mettere dazi anche allo stato confinante se non accetta di sottomettersi.

I metodi furono assolutamente e drammaticamente diversi, intendo quelli di Adolf Hitler, che fece milioni di morti, ma il suo obbiettivo era di espandersi e di imporre il suo potere politico e il tutto sfociò nella Seconda guerra mondiale, come tutti drammaticamente ricordano. Ma anche Trump, sia pure con metodi diversi, ha l’obbiettivo di espandere il potere e il comando in vaste parti del mondo. Sarà interessante, anche se i termini sono mutati, andare a leggere i giornali nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale: credo che purtroppo sarà facile trovare analogie con l’attuale momento del mondo. Anche ora in varie aree e in primo luogo in Europa si è costretti a fare programmi di centinaia e centinaia di miliardi e di trilioni, per riarmarsi. Che terribile situazione.

In Italia meglio tornare alle banche

Meglio tornare alle banche e alla finanza, nell’impossibilità che l’Italia possa dire una parola decisiva, di pace e di sviluppo dato il peso ridotto che il Belpaese ha nel mondo, specialmente in questo momento.

Sia pure in filigrana negli ultimi giorni si sono palesati due fatti importanti che possono cambiare il trend non positivo che si stava delineando. Il primo fatto è l’autorizzazione della Bce a Unicredit a procedere con gli atti per assumere il controllo di Commerzbank.

Non vuol dire che la banca guidata da Andrea Orcel possa già avere in tasca la seconda banca tedesca, ma certo è un fondamentale passo avanti, che peraltro, come ha ricordato recentemente a MF-Milano Finanza di sabato 8 marzo l’ex-Ceo della banca, Alessandro Profumo intervistato da Luca Gualtieri, sarebbe un’operazione molto razionale. Domanda di Gualtieri: «Uno dei dossier sulla scrivania di Orcel è Commerzbank, che Unicredit vuole conquistare. Sotto la sua guida la banca comprò Hvb. Vede un fil rouge tra le due operazioni?» Risposta di Profumo: «La mia Unicredit fu apripista all’estero in fatto di acquisizioni. La prima grande operazione fu nel 1997 con l’acquisto di Bank Pekao, che ci rese la prima banca nell’Est Europa. Una posizione che fu ulteriormente rafforzata proprio con l’acquisto di Hvb, che attraverso Bank Austria aveva molte controllate nell’area. Sempre nel 2005 facemmo con la famiglia Koc l’operazione Yapi Kredi. Oggi l’acquisto di Commerz sarebbe una mossa molto sensata per Unicredit perché, grazie alla forte presenza del gruppo in Germania, consentirebbe di creare un altro grande player nel paese, con sicuri benefici per l’economia tedesca». E, aggiungo io, anche per quella italiana.

Il dna di Andrea Orcel

Orcel è stato per molti anni banchiere d’affari, quindi per lui le acquisizioni e le vendite sono totalmente nel suo Dna. E infatti si è lanciato, subito dopo l’acquisizione del 30% di Commerz, con la richiesta di integrazione della seconda banca tedesca. Ma proprio per quel Dna, non volendo rimanere a mani vuote, ha anche lanciato l’Ops su Bpm. Se andasse in porto l’operazione tedesca così come è stata concepita, avrebbe ancora senso l’Ops su Bpm? Io credo che andare avanti anche per la conquista di Bpm vorrebbe dire strafare e penso che anche Orcel ne sia consapevole e che abbia tentato il rafforzamento nel nord Italia come rete di sicurezza nel caso Commerz non fosse per qualsiasi motivo acquisibile. Ma ora è arrivato il via libera della Bce e di fronte alla strenua resistenza di Giuseppe Castagna e di tutta la struttura della ex-banca popolare milanese, perseverare anche in questa operazione non apparirebbe sensato.

In più, da abilissimo giocatore, Orcel ha anche acchiappato al volto poco più del 5% di Generali. Il ceo del grande gruppo assicurativo triestino, Philippe Donnet, è andato a trovare il capo di Unicredit. Non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale, ma si sa che i due parlano la stessa lingua nella conduzione di due campioni italiani sul mercato bancario e assicurativo italiano. E stanti le varie mosse di Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sia verso Mediobanca che verso Generali, quel colloquio potrebbe, auspicabilmente, aver sancito una sorta di alleanza per mantenere banca e assicurazioni in un circuito professionale di cui il paese ha bisogno.

L’operazione Bper-Sondrio

Del resto, le Opas sembrano quasi un virus e c’è in piedi anche quella di Bper verso Banca popolare di Sondrio. Se avvenisse, sarebbe la negazione di un concetto importante per il sistema del credito: quello dell’aderenza delle banche di origine popolare a un territorio ben definito. È quindi comprensibile e auspicabile che la mossa fatta da Sondrio, con il lancio nei giorni scorsi di un piano pluriennale, e dell’informazione per cui la banca è in grado di distribuire ai soci dividendi per 1,5 miliardi, inducano direttamente gli azionisti della banca di montagna a far fallire l’Ops non consegnando le loro azioni in cambio di quella di Bper.

L’Italia è la patria delle pmi e il ruolo che le banche radicate nel territorio possono e devono svolgere a favore delle piccole e medie aziende è fondamentale come banca di prossimità e come istituto che conosce ben meglio di una grande banca le imprese di quel territorio.

Del resto fra le due parti in causa e cioè Sondrio e Bper, senza modificarne la struttura, esiste già un punto di incontro nella presenza azionaria in ambo gli istituti di un azionista autorevole come Unipol, che può fornire a tutte e due anche la importante funzione assicurativa.

Il ruolo delle autorità di controllo

Insomma, quello che si è mostrato come una sorta di virus chiamato ops, potrebbe essere stato soltanto uno stimolo, visto la resistenza di Banco Bpm e di Popolare di Sondrio, per riaffermare in parallelo il ruolo fondamentale, accanto a giganti come Intesa Sanpaolo e Unicredit di banche meno impersonali e più conoscitrici del tessuto economico della loro area di attività. Del resto, in questo modo, non si affermerebbe altro che il parallelo fra le grandi aziende e le grandi banche da una parte e quella fra pmi e banche dei territori dall’altra, anche per garantire alternative a chi ha bisogno di credito e di servizi finanziari e non ha la misura per rivolgersi alle banche più grandi. La spersonalizzazione del rapporto delle aziende con le banche ha già determinato abbastanza danni, sia pure anche con vari aspetti positivi, attraverso la continua crescita dell’uso del digitale. Mentre la conoscenza diretta, la frequentazione costante fra piccoli e medi imprenditori con la struttura delle banche del territorio offre conoscenza e opportunità reciproca. Il tentativo, in nome di economie di scala, di far crescere troppo anche le banche del territorio, non per sviluppo interno ma per fusione, è un virus che anche le autorità di controllo dovrebbero combattere con gli strumenti di cui dispongono, anche per garantire la pluralità del credito. Specialmente in Italia, patria delle pmi. (riproduzione riservata)



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