Il green è finito fuori moda? Dopo il boom registrato durante il Covid dei fondi che utilizzano criteri di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (Environment, Social and Governance da cui l’acronimo Esg) per orientare i propri investimenti, l’onda si è rapidamente ritirata con lo scoppio della guerra Russia-Ucraina e poi della crisi in Medio-Oriente. Conflitti che hanno fatto correre le azioni del settore della difesa che mal si adattano ai loro profili etici. D’altra parte il mercato era cresciuto fino a qualche anno fa senza regole ben precise. Per questo motivo le autorità europee hanno deciso di stringere le maglie della normativa dei comparti Esg. Che hanno raggiunto asset per 6.400 miliardi di euro, pari a oltre il 59% del mercato europeo dei fondi.
Le nuove regole sono innanzitutto quelle del pacchetto Sfdr, il Regolamento Ue relativo all'informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari del marzo 2021. In base a queste disposizioni gli asset manager devono fornire maggiori informazioni sui rischi di sostenibilità e sull'impatto dei loro prodotti venduti in Europa.
Il livello di divulgazione dipende dall'obiettivo di sostenibilità dei fondi, ovvero, se sono classificati ai sensi della Sfdr come articolo 8, cioè con criteri Esg meno stringenti, o articolo 9, più severi. Se privi di caratteristiche Esg sono individuati come articolo 6. Quindi i gestori hanno dovuto classificare i loro fondi in base a queste tre categorie che rappresentano una sorta di qualità della sostenibilità dei prodotti. Poi ci sono state le disposizioni dell’Esma (l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) in base alle quali entro 21 maggio scorso i gestori si sono dovuti adattare alle linee guida sui termini legati all'Esg o alla sostenibilità nei nomi dei fondi.
E un’analisi di Morningstar sull’universo in Europa dei prodotti articolo 8 e articolo 9 alla fine di giugno 2025, conferma con i numeri questa fase poco brillante. Nel secondo trimestre del 2025, la raccolta netta dei fondi classificati articolo 8 è stata di 43 miliardi, in calo dai 52 miliardi del trimestre precedente, ma comunque ben il 35% dei flussi complessivi dei fondi dell’Ue nel secondo trimestre dell’anno. Nel frattempo, gli articolo 9 hanno continuato a registrare deflussi per il settimo trimestre consecutivo (1,3 miliardi, si veda tabella). Al contrario, con sottoscrizioni nette di 82 miliardi, gli articolo 6 hanno continuato a dominare, sebbene in misura più contenuta rispetto al primo trimestre, quando avevano raggiunto il record di 116 miliardi.
Nel complesso, spiega Morningstar, gli investitori si sono mostrati cauti a causa dell’aumento delle tensioni geopolitiche, dei dazi statunitensi e dell’incertezza economica. Inoltre per i risparmiatori orientati alla sostenibilità, la situazione è stata aggravata dall’incertezza persistente riguardo alle normative Esg, tra rinvii e marce indietro nell’attuazione sia negli Stati Uniti che nell’Ue. Ma non tutti sono stati penalizzati. Ad esempio tra gli articolo 9 il primo per flussi (710 milioni) è stato il Developed Markets Index Criteria del gruppo Handelsbanken che grazie alla sua gamma di fondi passivi allineati all’Accordo di Parigi, mantiene la sua posizione di leader nella classifica dei maggiori gruppi per patrimonio gestito, con una quota di mercato dell’11% (grafico in pagina).
La raccolta in calo è anche un riflesso della frenata nel numero di nuovi lanci. Nel secondo trimestre, sono stati proposti 151 nuovi fondi articolo 8 e 9, il 43% di tutti i fondi lanciati nell'Ue, rispetto ai 171 nel trimestre precedente (48%). Il comparto Global Thematic Equity di Mirova, società specializzata in sostenibilità del gruppo Natixis Im, si distingue come il più grande fondo articolo 9 lanciato nel secondo trimestre, con 176 milioni di masse. Inoltre sempre il periodo aprile-giugno 2025 ha registrato la liquidazione di 148 fondi articolo 8 e 9, in aumento rispetto alle 119 nel trimestre precedente.
Ma è sui cambi di nome che emerge con forza il momento di riflessione che sta attraversando il settore perché il sospetto delle autorità di mercato è che alcuni fondi avessero utilizzato termini inerenti la sostenibilità per dare un’immagine green che poi andando a guardare il portafoglio tanto green non era. Dopo un primo trimestre già intenso, l’attività di ridenominazione ha raggiunto un nuovo picco nel secondo trimestre, via via che i gestori si affrettavano a implementare le linee guida Esma sui nomi dei fondi prima della scadenza del 21 maggio, data entro la quale o si allineavano ai nuovi requisiti oppure dovevano modificare il nome per garantire la conformità.
Le linee guida puntano a proteggere gli investitori dal rischio di greenwashing, ovvero di ambientalismo di facciata, e a stabilire standard minimi per i fondi che utilizzano termini Esg specifici nei loro nomi. Morningstar rileva che la pratica di cambio nome ha iniziato a crescere nell’ultimo trimestre del 2024, raggiungendo un livello record nel secondo trimestre del 2025. Tra aprile e giugno, sono stati identificati 602 fondi ribattezzati.
Questo numero comprende 382 che hanno rimosso termini legati all’Esg, 193 che li hanno sostituiti e 27 che li hanno aggiunti. Concentrandosi sui fondi articolo 8, 378 hanno tolto termini Esg dai loro nomi, 170 li hanno cambiati e 25 li hanno aggiunti. Negli ultimi 18 mesi, Morningstar stima che almeno 1.278 fondi siano stati ribattezzati, pari a circa il 28% dei fondi soggetti alle linee guida Esma (11.937 fondi articolo 8 e 1.041 articolo 9). In particolare, di questi, circa 390 strumenti articolo 8 e 9 che avevano il termine specifico Esg nel loro nome lo hanno sostituito con un altro termine correlato all'Esg oppure lo hanno rimosso del tutto (tabella in pagina).
Infine Morningstar ha anche analizzato l’esposizione al settore della difesa e come questa sia evoluta dalla guerra in Ucraina nel 2022 e dall’inizio di quest’anno, quando le crescenti tensioni geopolitiche hanno spinto la Commissione Europea ad aumentare la spesa militare, mettendo le ali ai titoli del comparto. Dal 2022 i fondi azionari europei attivi articolo 8 hanno quadruplicato la loro esposizione alla difesa, raggiungendo in media il 2,5%, riducendo così il divario con gli articolo 6 (3,3%), mentre gli articolo 9 hanno mantenuto una quasi totale assenza di esposizione. Tuttavia, alla fine di giugno, il 16% dei veicoli articolo 9 presentava un’allocazione fino al 5%, e il 5% pari o superiore al 5%. E solo il 31% degli articolo 8 e il 48% degli articolo 9 adottano politiche di esclusione per le società coinvolte in contratti militari.
Morningstar ricorda le recenti scelte di alcuni gestori di consentire investimenti in determinate tipologie di armi. Ad esempio, Allianz Global Investors ha rimosso le esclusioni nei suoi fondi articolo 8 in due ambiti: equipaggiamento e servizi militari e armi nucleari nell’ambito del Trattato di non proliferazione nucleare. Ubs Am, invece, ha eliminato la politica che vietava ai suoi fondi sostenibili di investire in aziende che generavano più del 10% dei ricavi dalla produzione di armi convenzionali. Nel frattempo, Danske Bank Am ha rimosso circa 30 aziende legate alla difesa dalle proprie liste di esclusione.(riproduzione riservata)