
Non è un fulmine a ciel sereno. Mi riferisco alla più che significativa condanna di Google da parte del giudice americano dal nome evocativo di Amit Metha. Ha compiuto quattro anni di indagini e nella sua sentenza, un volume di quasi 300 pagine, ha scritto una definizione inequivocabile: Google è un monopolista. Punto.
Ma appunto non è un fulmine a ciel e sereno perché nei mesi scorsi, grazie all’azione di Lina M. Khan, prima donna presidente dell’Antitrust americano (Federal trade commission), era stato accertato che da anni Google pagava circa 20 miliardi di dollari all’anno ad Apple perché negli iPhone venisse inserito dall’origine il software di ricerca di Google.
Era più di un indizio della politica di Google di voler dominare in assoluto il campo delle ricerche sugli smartphone. Oltre alla sanzione della giovane Lina Khan, forse la migliore nomina fatta dall’attempato presidente Joe Biden, c’erano già quelle dell’Unione europea, meno condizionata dell’amministrazione americana dalla forza dei numeri uno del digitale. Infatti, già sei anni fa l’Antitrust europeo aveva tracciato la strada costringendo i produttori Android a offrire ai propri utenti la scelta dei motori da usare e più recentemente lo stesso Antitrust Ue era arrivato a imporre di fare lo stesso con Apple.
Sono tutti atti dovuti ma sfortunatamente la forza dell’abitudine e la potenza del motore non sembra aver smosso di molto gli utilizzatori europei. Una conferma che la sentenza del giudice Metha è quanto mai necessaria perché definendo e condannando Google come monopolista fa scattare la normativa americana che in materia è non solo più antica di quella europea ma anche la più forte nei confronti dell’incriminato.
La sentenza ha infatti consentito di conoscere i numeri esatti, secondo cui attraverso Google vengono fatte negli Usa ben il 90% delle interrogazioni totali e addirittura il 95% di quelle con cellulari.
Non è quindi un caso che Google sia la società che nel globo raccoglie la mostruosa quota che ha di pubblicità, condizionando in questo modo tutto il mondo dell’advertising e quindi dell’informazione. Per questo la sentenza del giudice Metha è di straordinaria importanza e sommandosi all’azione di Lina Khan, permette di capire quali pericoli sta correndo la democrazia dell’informazione.
Anche se decidesse di non farlo, Google, in primo luogo, è in grado di orientare i consumi ma anche, inevitabilmente l’opinione pubblica, e anche i maggiori organi di informazione al mondo, a comunicare dal New York Times, hanno forti difficoltà a difendersi. Qui non si vuole assolutamente dire che va fermato il progresso tecnologico, ma piuttosto ricordare che, sia pure in un altro campo, proprio gli Usa si trovarono in una situazione analoga. E fu decine e decine di anni fa, quando nella corsa al petrolio i Rockefeller erano diventati di gran lunga la società dominante. Fu allora che nacque l’Antitrust che, con regole stringenti e limitative, ristabilì la possibilità di competere, con beneficio non solo degli Usa ma di tutto il mondo. Potrà ripetersi nel campo della tecnologia una simile, positiva evoluzione?
All’orizzonte e in realtà già sui maggiori paesi del mondo ci sono nubi che devono far scattare l’allarme presso i governi e le opposizioni.
Ma l’allarme deve valere anche per gli utenti, i quali devono avere consapevolezza di quali sono i danni di un monopolio del genere di quello che oggi ha Google. Gli utenti devono avere la consapevolezza che se la tecnologia ha permesso di far nascere il motore di ricerca monopolista nei paesi del mondo occidentale e addirittura di trovarselo in automatico nella banda degli indirizzi del computer, sono essi stessi la causa della maggiore perfezione della ricerca da parte di Google. Infatti tutte le interrogazioni che vengono da loro indirizzate non fanno altro che perfezionare le capacità di Google, visto che le domande più varie non fanno altro che addestrare gli algoritmi del suo modello.
Qui nessuno vuol mostrare antipatia o peggio verso Google, ma si tratta di permettere agli utenti di fare la loro scelta. Quasi sicuramente Google rimarrà sempre il migliore e sempre quello che farà più fatturato, ma la democrazia impone che ci debbano essere alternative anche in rete.
Ed ecco il punto. Un punto molto delicato per i motivi che seguono.
Chi può essere in grado di fare reale concorrenza a Google oggi? La risposta è facile come in un quiz in cui il concorrente ha sott’occhio la risposta. Ma l’intelligenza artificiale, ovviamente.
È questa solo una balzana idea di MF-Milano Finanza? Purtroppo no, e con quanto si è in grado di capire fin d’ora, c’è il rischio che i pericoli aumentino, se chi ha poteri di governo non sarà sufficientemente acuto, onesto e pronto a ristabilire la democrazia anche nel mondo di internet e di tutto quanto da esso deriva o che può far derivare.
C’è un precedente ed è del 2001, quando Microsoft venne condannata e ora peraltro continua a essere in prima fila proprio sul secondo pericolo, anche per la ricerca, l’informazione e la pubblicità, in quanto è protagonista anche se indiretto della combinazione che è la futura essendo il maggior azionista di OpenAI (Chat Gpt).
A dare spazio anche per un’evoluzione nel campo della ricerca da parte di Open AI è il fatto tecnico-giuridico, secondo cui il ricorso di Google contro la condanna, che potrà durare anni, si somma al dovere del giudice di avviare un’ altra iniziativa giudiziaria per individuare il rimedio alla situazione descritta nella sentenza.
Ci sarà quindi un periodo non breve entro il quale molto probabilmente l’amministrazione giudiziaria americana non avrà gli elementi per separare il sistema di ricerca da Alphabet, la casa madre di Google. E proprio per questo, probabilmente, all’annuncio della sentenza del giudice Metha il titolo in borsa è sceso solo del 2%. E questa reazione borsistica ha una logica proprio per quanto detto prima: nonostante la straordinaria vittoria del giudice Metha, che ha anche avviato un’altra causa riguardante appunto il monopolio della pubblicità, e nonostante sia scesa in campo anche la professoressa Khan, i tempi saranno inevitabilmente lunghi. Anche se un’idea su cosa fare viene suggerita addirittura dalla Ue che, in anticipo sugli Usa, ha stabilito che Google sia obbligato a condividere i suoi dati con i concorrenti.
Una situazione, comunque, che può dare spazio nel settore all’intervento dell’AI e in particolare di ChatGpt. Si sa infatti, che il capo dell’operazione che è ampiamente partecipata da Microsoft, Sam Altman, è pronto a entrare nel territorio finora controllato da Google. Altman in luglio ha lanciato Search Gpt, un concorrente di Google e di riflesso di Apple. In realtà, esiste già un motore di ricerca basato sull’intelligenza artificiale, si chiama Perplexity. E non va male. Volete che Altman con l’alta considerazione che ha di sé, non stia già lavorando a questa soluzione, che, come inevitabile effetto, avrà quello di utilizzare l’intelligenza artificiale per un settore che finora ha garantito profitti straordinari? La reazione è a catena e risulta che anche Apple stia pensando a un motore di ricerca basato sull’AI. Nessuno può escludere che, per esempio, ci possa essere un incontro Altman-Cook. Anche perché dalla Silicon Valley arrivano voci che Apple voglia riqualificare il suo Siri, cioè il nome con il quale si possono comandare a voce alcuni servizi. Naturalmente basato sull’intelligenza artificiale.
Indipendentemente dal fatto che Altman e Apple possano incontrarsi, il vero punto da non dimenticare da parte delle autorità giudiziarie e di controllo è che questa non sia un’altra occasione che, nascendo in assenza di regolamentazione, permetta all’AI di andare oltre e di conquistare campi che, coordinati uno all’altro, possano determinare situazioni ben più pericolose di quella di Google.
Ma qualcuno aveva o ha dubbi che la prorompente crescita di AI degli ultimi 12 mesi richieda da parte delle autorità la capacità di impedire che il potere derivante da queste ulteriori evoluzioni vada regolamentato, prima che quel potere metta davvero in discussione la democrazia?
Giancarlo Giorgetti è il migliore ministro di questo governo: per competenza, equilibrio, modo di esprimersi sempre nell’interesse del Paese. Bene ha fatto a resistere sulla nomina di Daria Perrotta a prima «Ragioniera» dello stato con formazione Banca d’Italia e poi nel ministero dell’economia. E ha fatto bene non tanto perché donna, anche se il genere non è insignificante per l’apertura che anche i vertici della burocrazia statale devono avere, ma perché brava. Bravo, quindi, Caro Signor Ministro.
Ma fra poco il ministro Giorgetti sarà chiamato a una prova assai più difficile, perché non comporta soltanto competenze tecniche ma anche capacità di tenerle separate da quelle politiche. La prova è sul destino dell’Mps, la banca senese di cui il ministero dell’economia possiede ancora il 26% dopo aver salvato la banca con una mossa semplice ma fondamentale: la scelta dell’amministratore delegato, Luigi Lovaglio, nominato da un esperto come l’allora presidente del consiglio, Mario Draghi, ma sicuramente valorizzato dal ministro Giorgetti, approvandone le linee di azione.
Il governo, che ha immesso in Mps molti miliardi, intende recuperarli con la cessione del 26% ma è importantissimo in che modo lo farà. E con intensità crescente si sente parlare di usare quel pacchetto per creare un terzo grande gruppo bancario italiano. E alcuni descrivono che questa sia anche l’idea del ministro Giorgetti. Ma lo è semplicemente perché si ritiene che in Italia serva un altro grande gruppo bancario dopo Intesa Sanpaolo e Unicredito, o perché il centrodestra è alla ricerca di una forte struttura bancaria di riferimento, stabilito che dei due più grandi gruppi il primo ha radici laiche e cattoliche allo stesso tempo, mentre il secondo, anche per chi ne è oggi a capo, ragiona soltanto in termini di mercato globale?
La risposta a questa domanda è fondamentale, perché in realtà un’ottima soluzione per la banca e anche per il Paese sarebbe già alle porte con l’idea che a prendere quel 26% che comporta il comando possa essere Unipol, la compagnia di assicurazioni fondata dalle cooperative rosse e che già possiede quote significative ma non di maggioranza assoluta di due brillanti banche di medie dimensioni: Bper, nata nella zona tradizionalmente rossa d’Italia, e la Banca popolare di Sondrio, che invece non ha colore rosso. Quando il presidente di Unipol, Carlo Cimbri, cominciò a salire in Popolare di Sondrio, non era poca la diffidenza che la banca potesse perdere la sua identità di banca efficiente in un territorio importante come la parte nord della Lombardia. Dopo due anni di convivenza con Unipol, il consigliere delegato e anima di Pop Sondrio, Mario Alberto Pedranzini, appare soddisfatto della collaborazione che mette a frutto i clienti dell’assicurazione per la banca e quelli della banca per l’assicurazione.
Se anche Mps entrasse sotto il cappello di Unipol, sicuramente si costituirebbe un gruppo integrato molto importante di bancassurance con copertura di tutto il territorio italiano. All’idea probabilmente sta lavorando Mediobanca, che da sempre senza far pesare il colore politico riguardo alla rossa (o ex rossa) Unipol è vicina alla compagnia di Bologna, che ha fatto crescere enormemente gestendo la sua fusione con Sai-Fondiaria, dopo la gestione fallimentare della famiglia Ligresti.
Non vi è dubbio che a Siena, in quanto città, sarebbero molto contenti di finire nell’area di Unipol, vista la radice cooperativa della compagnia di assicurazione. Sarebbe quasi un ritorno ai periodi migliori del Monte, quando a dirigerlo erano banchieri saggi e capaci senza bisogno di essere internazionali, come Carlo Zini e Divo Gronchi, prima delle sciagurate scelte di chi li aveva sostituiti.
In questo modo verrebbe anche salvato un valore fondamentale, un marchio bancario che è il più antico del mondo. E perché no, si terrebbe anche conto delle radici tipicamente senesi della banca, creando il più grande raggruppamento di bancassicurazione del paese se si esclude Intesa Sanpaolo, nella quale il ceo Carlo Messina ha saputo sviluppare in maniera straordinaria l’assicurazione dall’interno. E di questa integrazione se ne vedono i frutti, essendo Intesa Sanpaolo la seconda banca europea per capitalizzazione di borsa.
Saprà il governo, non solo il ministro Giorgetti, ricollocare nel mondo di sinistra la banca più antica del mondo, completamente risanata da Lovaglio e da colui che ha fatto diventare numero due della banca, Maurizio Bai, che con grande abilità commerciale e non solo ha contribuito intensamente alla rinascita di Mps?
Se nei programmi del governo c’è l’idea di una serie di fusioni per far nascere il terzo gruppo e non far crescere l’ala sinistra nelle assicurazioni e nelle banche, è bene che il ministro Giorgetti, con la sua onestà intellettuale, ci pensi bene, non dimenticando che una rete di banche del territorio, come sono Bper, Sondrio e Mps, per di più integrate con il settore assicurativo, è assolutamente consono alla struttura territoriale delle pmi italiane. E anche Bankitalia, che ha un potere sia pure residuale in materia, dovrebbe valutare bene questo aspetto. (riproduzione riservata)