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Sulla vicenda Mps-Mediobanca-Generali il governo deve parlare chiaro

29 agosto 2025, 19:30

Sia perché è un azionista impostante in Mps, sia perché ha salvaguardato l'indipendenza di Banco Bpm, sia perché attraverso la Consob sorveglia il rispetto delle regole e indaga su eventuali abusi di mercato. In ballo c'è non solo il controllo delle Generali ma il rango dell'Italia nei mercati internazionali

Carissimo Vincenzino,

Quando leggerà queste righe il nostro sodalizio avrà avuto fine per decisione della Provvidenza, a cui sono grato per averlo fatto nascere. È stato un sodalizio eccezionale per i forti legami affettivi che si sono stabiliti fra noi; e non debbo certamente dire a Lei l’importanza che la nostra amicizia ha avuto nella mia vita da quando La ho conosciuta. Grazie, grazie, grazie di tutto.

Ho pregato i miei figli di farLe pervenire il disegno di Modigliani che ho ricevuto da Adolfo Tino e l’edizione tratta dall’Orlando Furioso offertami dal consiglio di Mediobanca nell’ottobre del 1968; e Le accludo la lettera che accompagnò quel dono, redatta certamente da Mattioli e giro a Lei quell’elogio che essa contiene e di cui Ella è meritevole almeno quanto me nella costruzione di Mediobanca.

Le sarò grato se vorrà assistere con i Suoi consigli i miei figlioli.

Formulo i più vivi auguri per Lei e per i Suoi cari e la abbraccio con molto affetto.

Suo

E. Cuccia

Il rispetto di Cuccia verso Maranghi

Mi permetto di riprendere questa lettera dal libro Cuccia e il segreto di Mediobanca (scritto da Giorgio La Malfa e pubblicato da Feltrinelli) perché mostra il rispetto non solo formale che il fondatore della prima banca d’affari italiana aveva verso il suo allievo Vincenzo Maranghi, reso ancora più affettuoso da quel «Caro Vincenzino» dell’inizio della lettera. Affetto e sano formalismo.

Purtroppo, la fiducia che Cuccia riponeva nei confronti del suo erede designato non dette anni fa i frutti sperati dal fondatore e sicuramente non solo per il carattere fiorentino di Maranghi. Ma di quella eredità mancata resta la civiltà, l’educazione e il rispetto di un capo assoluto come Cuccia verso il suo erede designato e, ahimè mancato. Lo si rileva perfino dalla maiuscola del Lei e del Suoi.

Un’educazione da imitare

Mentre infuriano le cronache dell’Ops appena terminata di Mediobanca verso Banca Generali e quella, più generale, di Mps verso Mediobanca, credo che, se non la politica operativa di Cuccia (per molti versi criticabile, almeno per la consapevolezza di voler essere sempre dominatore degli affari nel mondo economico italiano), almeno la buona educazione che il tono e la forma della lettera citata mostrano, dovrebbero essere imitati in quella che sta diventando la battaglia finanziaria di tutte le battaglie.

E in primo luogo credo sia criticabile e non poco l’atteggiamento di tutti coloro che essendo stati cooptati in quell’11,5% del patto di consultazione della prima banca d’affari italiana, appena sono saliti i toni dello scontro, non avendo vincoli di patto, se ne sono lavati le mani vendendo in Borsa le loro quote di Mediobanca. Potrà sembrare una sofisticazione eccessiva ma fare Ponzio Pilato quando il vento ha cominciato a essere contro Mediobanca non ha generato certo un bello spettacolo.

Astensioni? Un po’ ipocrite

Si dirà: ma gli affari sono affari, certo, ma se sei seduto a tavola e ti alzi quando ancora il pranzo è in corso non è bellissimo. Allo stesso modo, anzi un po’ più ipocrita è stato l’atteggiamento di coloro che in assemblea di Mediobanca, nel cui regolamento l’astensione equivale al voto contrario, si sono appunto astenuti. Si dirà, il pensiero può essere stato: non si sa mai cosa riserva il futuro. Proprio come quegli americani che stanno leccando il presidente Donald Trump anche se di idee opposte a quelle del biondo e imprevedibile capo del Paese più potente (?) del mondo.

Opportunismo puro, nel momento in cui quella banca così potente e di supporto a chi gli si era avvicinato, sta per subire molto probabilmente una rivoluzione copernicana. Per una volta allora, viva Francesco Gaetano Caltagirone, che, con il ghigno che lo contraddistingue, è stato l’unico a votare contro l’operazione che l’ad Alberto Nagel aveva concepito come extrema ratio per mettere al sicuro quel 13,1% della grandissima Generali nel portafoglio di Mediobanca.

La quota per il comando di Generali

Ora è in corso l’Ops di Mps su Mediobanca con ancora in portafoglio la quota, finora sempre decisiva, per il comando di Generali. Ogni giorno i giornali-bookmaker, incluso quello che state leggendo, aggiornano sul divario finanziario esistente fra il valore in Borsa di Mediobanca e quello dell’offerta di Mps. Ci si spinge a dire che, perché l’offerta di Mps abbia successo, è necessario che sia integrata di un contante a favore degli azionisti di Mediobanca di almeno 500 milioni, stando alle più recenti quotazioni dei due titoli in borsa. Va bene, è probabilmente legittimo, che gli azionisti che erano rimasti fedeli al patto di consultazione, per come poi ha girato il vento, si aspettino per aderire all’ops appunto una buona quota di contante.

Alcuni aspetti fondamentali

Tutto ciò e vero, ma se si guarda la vicenda un po’ da lontano, al di là degli interessi sacrosanti degli azionisti, di tutti gli azionisti, occorre distinguere alcuni fondamentali aspetti:

1) In base alle leggi e ai regolamenti, tutti i diritti degli azionisti e delle varie società coinvolte vanno rispettati, ma non basta;

2) Per quella che è la storia e il ruolo di Mediobanca, certo troppo potente per lunghi anni grazie alla sua storia e a una personalità come quella di Cuccia che poteva comandare di fatto dagli Agnelli in giù, occorre che, a prescindere dalla vittoria probabile, Mps, grazie alla competenza dell’ad Luigi Lovaglio e del vicedirettore generale Maurizio Bai, espliciti bene il programma per il futuro di Mediobanca e in particolare per la gestione di quel 13,1% di Generali.

Per esempio, ha un fondamento l’informazione che circola da fonti qualificate che Mediobanca diventerebbe la banca d’affari e di gestione di patrimoni non solo di Mps ma anche di Bpm? È infatti noto che Bpm ha avuto un ruolo preciso nel collocamento delle quote di Mps effettuata dal governo, che ha destinato alla ex-popolare di Milano gestita con grande professionalità dall’ad Giuseppe Castagna, un ottimo 10%. E queste precisazioni non devono venire solo da Mps, visto che il deus ex-machina di tutta l’operazione è stato il governo e in particolare il competente e serio ministro Giancarlo Giorgetti.

Il governo deve parlare

Anche il governo, che è tuttora azionista importante di Mps e ha preservato recentemente con il suo potere l’indipendenza di Bpm, sarebbe bene parlasse o chiedesse alle due banche di confermare o smentire la circostanza del prossimo tandem. È evidente che in tutte le operazioni finora avvenute, come inevitabilmente succede quando il governo, attraverso gli organi dello stato, è anche azionista di società quotate in borsa, debba non solo controllare ma anche esplicitare. Altrimenti chi non è coinvolto nei giochi di alleanze già definite, non ha tutte le informazioni per aderire o meno. E il governo non può e non dovrebbe nascondersi dietro inconsistenti formalismi quando è sotto lo sguardo di tutti che a contare moltissimo, con abilità, è il ministro Giorgetti, che contemporaneamente alla vicenda Mps-Mediobanca ha saputo stoppare UniCredit quando questi aveva nel mirino Bpm; e non vi è dubbio che ora ci sia, da parte del governo, una precisa influenza su vari soggetti per la vittoria di Delfin e di Caltagirone nell’Ops su Banca Generali.

L’esecutivo non può fare finta di niente

3) Il governo non può fare finta di niente su quella che poi, anche in considerazione del fallito tentativo di Nagel per salvare quel 13,1% di Generali, è in realtà la partita più grande: chi comanderà su Generali, perché in tal modo si saprà anche chi comanderà su Banca Generali. Questo giornale pensa che la partita decisiva, per il ruolo storico e attuale di Generali, unica entità di dimensione e di peso non solo italiano ma globale sia nel campo assicurativo e dell’asset management, la si gioca in primo luogo direttamente su Trieste.

Il governo ha obbiettivi di indirizzo su Generali ed è favorevole a mantenere la totale indipendenza di mercato sulla compagnia di dimensioni globali? Se ha questi interessi, che il governo li dichiari pubblicamente, invece di far filtrare dai canali più vicini ai palazzi romani che anche a Generali, come a Mediobanca, devono esserci profondi cambiamenti animati da player privati ma che contano sull’aiuto pubblico visto il ruolo decisivo che il governo ha e continuerà ad avere attraverso Mps. Certo, ma mentre il governo, per quanto riguarda Mediobanca, da sempre poco governativa, ha potuto entrare in gioco attraverso la funzione di privatizzazione di Mps, dopo il salvataggio, e di tutela dell’indipendenza di Bpm per avere giustamente un player in più sul mercato, ora cosa intende fare?

Una partita vitale anche per il debito

La partita, infatti, si è fatta ancora più grande e decisiva non solo per il settore assicurativo nazionale e internazionale ma anche appunto, giova ripeterlo, per l’asset management del debito statale. Il governo, e in particolare il ministro Giorgetti, ha qualcosa da rimproverare alla gestione di successo del ceo di Generali, Philippe Donnet, che in tempo insospettabile ha anche richiesto e ottenuto la cittadinanza italiana per dimostrare che riconosce il ruolo di megagruppo italiano di Generali nel mondo e quindi di tutela contemporanea degli interessi degli azionisti e di tutto il sistema italiano?

A chi potrebbe obbiettare che il governo non deve entrare in simili dinamiche, è facile rispondere che in realtà è già entrato, ma solo in quanto ha compiuto il salvataggio di una banca come Mps, la più vecchia del mondo e importante anche nel contesto attuale. Ciò, tuttavia, non dovrebbe autorizzare a pensare che attraverso Mps e per li rami fino a Generali il governo, anche contando sulle relazioni con gli azionisti di Mps e Generali, possa deciderne il futuro. Un simile comportamento indicherebbe che il potere politico prevarica sull’autonomia del mercato.

La responsabilità di vigilanza

E casomai, attraverso le istituzioni deputate alla sorveglianza della correttezza sui mercati, il governo deve vigilare su qualsiasi tipo di abuso verso una società come Generali, fondamentale per il mercato finanziario e quello borsistico nazionale. Con consapevolezza che un campione internazionale come Generali non dovrebbe assolutamente essere asservito a interessi di parte e che anche azionisti privati di rilievo debbano rispettare l’autonomia della gestione nell’intesa di tutti gli azionisti e non solo di chi ha quote rilevanti nel Leone di Venezia. È questa la logica ancora più che valida dei mercati internazionali e degli investitori internazionali non condizionati da interessi politici e di parte. E questa correttezza può esistere solo grazie all’esistenza di organi di informazione indipendenti. E un organo di informazione è autonomo solo se finalizzato all’interesse generale di diffondere notizie vere e non di parte. Se invece è collegato al potere economico e politico, inevitabilmente le sue informazioni in generale sono strumentali, proprio perché provenienti da chi contemporaneamente ha interessi economici rilevanti in vari settori e attraverso la proprietà di organi di informazione può far adattare le notizie stesse ai propri interessi per distorcere la formazione delle scelte di chi poi vota.

Il fondamento della democrazia

Questa non è una teoria di parte, ma il fondamento di una democrazia autentica, con trasparenza fra chi informa e chi è informato, perché quando si tratta di scegliere chi deve governare, la scelta sia lasciata alla libertà autentica dei cittadini, grazie appunto alla piena consapevolezza della realtà. Se poi dalla sfera politica si passa a quella economico-finanziaria per le società quotate, lo schema non dovrebbe assolutamente mutare costringendo i risparmiatori che investono a dover subire gli interessi di chi governa queste società.

Proprio per questo, il governo dovrebbe farsi parte attiva perché queste regole siano rispettate per tutte le società quotate ma in particolare per quelle che da sole assorbano una parte consistente degli investimenti nella non certo sviluppata Borsa italiana.

La vicenda Generali è cruciale per la credibilità della democrazia e della borsa

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare la vicenda Generali, per così come si è sviluppata, è un passaggio cruciale, in primo luogo, della democrazia e credibilità del mercato borsistico italiano e del Paese Italia in generale. Certamente, prima ancora del governo devono essere gli organi deputati al controllo dei mercati a intervenire, ma il governo oltre a doverne tutelare l’autonomia ha anche il dovere di osservare se il loro comportamento è corretto, essendo competenza del governo la nomina dei componenti degli organi di controllo.

È vero che quello che per decenni, negli Usa, è stato l’esempio della tutela dei mercati e della tutela degli investitori e dei loro investimenti, oggi è invece il peggior esempio al mondo grazie al presidente Donald Trump, che compie ogni favoritismo possibile alle sue società. Per fortuna la situazione dell’Italia non è questa e la presidente Giorgia Meloni sta imboccando sempre di più la strada dell’equilibrio, della correttezza e saggezza. Ma è tutto il governo che è alla prova e specialmente il ministro Giorgetti, che avendo imparato alla Bocconi le regole della democrazia economica, ha l’occasione per segnare la differenza. Solo un comportamento rispettoso delle regole della democrazia economica e borsistica, potrà favorire l’afflusso in Italia di capitali che inevitabilmente lasceranno mercati dove le regole sono piegate agli interessi di chi ha il potere e il governo del Paese. È il momento per dimostrare che le economie della vecchia Europa sono quelle più rispettose dei diritti degli investitori. (riproduzione riservata)



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