Si è soliti parlare di «nebbia di guerra». Un modo di dire che si usava spesso sui giornali italiani soprattutto nei primi tempi del conflitto fra Russia e Ucraina. Adesso è passato di moda e c'è una nuova guerra. Ma la nebbia resta, ancora più fitta di prima.
Un esempio è quello del famoso pedaggio che dovrebbero pagare all'Iran le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Pedaggio da pagare in Bitcoin. Non si è mai capito se qualcuno l'abbia fatto davvero.
I numeri sono incerti: secondo quanto riportato dal Financial Times, che cita il gruppo di monitoraggio Vortexa, almeno 34 petroliere collegate all'Iran hanno eluso il blocco statunitense dall'inizio del provvedimento. Il rapporto sostiene che 19 imbarcazioni sono uscite dal Golfo Persico attraverso il blocco, mentre 15 vi sono entrate dal Mar Arabico dirigendosi verso l'Iran. Sei delle petroliere in partenza trasportavano petrolio greggio iraniano, per un carico totale di circa 10,7 milioni di barili. Mentre si calcola che il pedaggio dovrebbe essere in media di 2 milioni di dollari per nave. Pertanto l’Iran avrebbe raccolto finora 38 milioni di dollari in Bitcoin. Da usare sempre il condizionale perché siamo appunto avvolti dalla nebbia di guerra.
Di certo la società greca di gestione del rischio marittimo Marisks ha lanciato un allarme, ripreso da Reuters, secondo cui soggetti sconosciuti, spacciandosi per autorità iraniane, stanno inviando via email agli armatori bloccati lo stesso identico messaggio. «Dopo aver fornito i documenti e aver valutato la vostra idoneità da parte dei servizi di sicurezza iraniani», si legge nel messaggio, «saremo in grado di determinare la tariffa da pagare in criptovaluta, Bitcoin o Usdt. Solo allora la vostra nave potrà attraversare lo stretto senza ostacoli all'orario prestabilito».
Marisks definisce questi messaggi una truffa e ritiene che almeno una nave colpita da colpi d'arma da fuoco delle Guardie Rivoluzionarie mentre tentava il transito sabato 18 aprile abbia effettuato il pagamento al portafoglio sbagliato.
Secondo James Butterfill, capo della ricerca di CoinShares, la vera storia dei pedaggi nello Stretto di Hormuz non è «Bitcoin come sistema di pagamento», bensì «Bitcoin come riflesso di una crescente frammentazione dell’ordine monetario globale».
Il punto di forza di Bitcoin risiede nel suo ruolo di asset neutrale di regolamento al di fuori del sistema basato sul dollaro. Ma sul piano operativo, osserva Butterfill, utilizzarlo per un nodo così sensibile ed esposto strategicamente come i pedaggi nello Stretto di Hormuz risulta molto più complesso di quanto suggerisca la narrativa. Le compagnie di navigazione, inoltre, continuerebbero a essere soggette agli stessi vincoli sanzionatori, rendendo di fatto improbabile un’adozione su larga scala.
L’obiettivo implicito, spiega Butterfill, «appare piuttosto quello di ridurre la dipendenza dall’infrastruttura finanziaria dominata dal dollaro, aggirando i tradizionali punti di controllo e, al contempo, testando il potenziale di Bitcoin come livello di regolamento resistente alla censura in un contesto geopolitico ad alta frizione. In parallelo, questa mossa segnala una forma di opzionalità strategica: non si tratta tanto di implementare immediatamente un nuovo sistema, quanto di dimostrare che, in condizioni di pressione, gli Stati sono disposti a esplorare canali alternativi quando l’accesso ai circuiti convenzionali viene limitato. In tale contesto, Bitcoin emerge come una delle poche possibilità credibili». (riproduzione riservata)