
Signor Ministro Giorgetti, quando ad horas incontrerà i responsabili di Lufthansa, non ceda alle richieste, assurde, di rivedere il prezzo di cessione di Ita e anzi colga l’occasione per correggere un errore che è stato commesso programmando di vendere alla compagnia aerea tedesca fino al 100% della ex Alitalia.
Mi permetto quanto ho scritto perché conosco la Sua lucidità e la sua determinazione a migliorare l’economia italiana, e perché sono più di uno i motivi per i quali convenga assolutamente tenere Ita indipendente, ma italiana, avendo anche già avuto Lei la prima dimostrazione diretta di quanta arroganza ci sia da parte di Lufthansa, che si considera la migliore compagnia del mondo e quindi si permette di rimettere in discussione gli accordi firmati.
Primo motivo: l’Italia ha uno dei suoi asset fondamentali nel turismo e una compagnia aerea nazionale con copertura di tutti i paesi più importanti per l’arrivo di turisti nella penisola è strategica e pratica a un tempo.
Secondo motivo: Ita, essendo ripartita da zero, sta crescendo molto bene e quindi ha la possibilità di essere veramente strategica per il turismo in arrivo e in partenza.
Terzo motivo: uno dei Paesi ai vertici mondiali per pil non può non considerare strategica la gestione, nel solo interesse nazionale, della compagnia, che non a caso viene definita di bandiera.
Quarto motivo: la politica di Lufthansa è chiarissima attraverso quanto è osservabile rispetto al modo con cui opera con i suoi vassalli. Le compagnie dei vari Paesi che Lufthansa controlla sono tutte come affluenti di un fiume che porta i passeggeri delle compagnie comprimarie sempre ai due o tre scali principali tedeschi per poter poi essere trasportati alla destinazione internazionale voluta. Ciò comporta vari inconvenienti. 1) Non c’è mai un volo diretto dal Paese di origine per chi debba raggiungere le mete più lontane ma anche più importanti sia dal lato del business che del turismo, come New York. In altre parole, la compagnia aerea legata a Lufthansa non può usare il mezzo strategico dell’aereo per fare una politica di affari e di turismo. Per esempio, si sa che tutto il nord Italia, e parlo della parte del Paese più industrializzata, se sarà definitivamente firmato l’accordo con Lufthansa non potrà mai volare direttamente da Milano verso gli Usa e molte altre parti del mondo. La strategia di Lufthansa è di essere come una rete di pescatori che raccolgono i pesci (passeggeri) dalle varie città e li portano a Francoforte o in un altro aeroporto per andare a New York o in altre città del mondo fondamentali per il business anche italiano. Oggi Ita va a New York, per rimanere all’esempio, solo da Roma, per cui chi sta a Milano o Torino o a Brescia comunque in una città del nord deve avere la diseconomia di tempo peggiore e aggiungere al viaggio per NY almeno due ore o tre ore per arrivare a Roma. Immagino Lei lo sappia Signor Ministro, da Milano partano dirette su NY almeno tre compagnie straniere, due americane e una degli Emirati. Si sente dire che per NY non ci sono abbastanza passeggeri per un volo diretto da Milano, errore: ci sono, appunto con ben tre compagnie straniere che fanno partire direttamente da Milano. Ce n’è una, ma credo che gli altri facciano altrettanto, che partendo dal suo aeroporto principale di armamento porta passeggeri a Milano, dove alcuni magari scendono, ma altri, fino a riempire gli aerei più grandi del mondo, salgono per le mete più lontane. Perché mai Ita-Alitalia, che parte da Roma, se si vuole andare incontro veramente ai passeggeri del Nord, non fa stop a Milano e poi prosegue per la destinazione internazionale? Chi ama o amerebbe volare con la compagnia di bandiera e sta al Nord, perché dovrebbe perdere almeno tre ore per andare a Roma e poi da Roma avere il viaggio verso NY allungato più o meno di 40-50 minuti, considerando la risalita verso nordovest?
Per molti anni Alitalia ha avuto una ottima reputazione grazie a un ottimo servizio e quindi bilanci favorevoli, poi sono state sbagliate dall’Iri le scelte dei capi e la compagnia ha cominciato a declinare, non avendo mai saputo fare una buona politica sindacale e una scelta adeguata di modelli di aereo. Si è arrivati a un passo dal fallimento, caricando lo stato di forti debiti. Si è così arrivati a Ita, società per la quale si era fatto avanti il maggior operatore di trasporti italiano, Msc, che con grande esperienza nelle navi per crociere e nel trasporto merci era pronto a integrare anche Alitalia-Ita e infatti era entrato nel capitale di Ita. Mentre stava per partire il rilancio, è iniziata la campagna di un deputato di Fratelli d’Italia che ha cominciato a fare interrogazioni dicendo che il proprietario e il centro operativo di Mcs sono in Svizzera, anzi che il proprietario Gianluigi Aponte (che, preciso, non ho mai avuto il piacere di conoscere) da napoletano è diventato svizzero. È vero, ma perché ha sposato una cittadina svizzera. Su questo refrain, è iniziata la battaglia contro la soluzione Aponte, che aveva non solo il forte vantaggio, specialmente per il turismo che resta fondamentale attività per l’Italia, di integrare il successo di Msc crociere (principalmente in Italia) con Ita e anche per il trasporto merce via aereo che è fattore fondamentale per i bilanci delle società aeree.
Risultato immediato della campagna «guai allo svizzero-napoletano»: la fine, con l’uscita dal capitale Ita di Aponte (a questo punto converrebbe considerarla tale) di un sistema di trasporti italiano, per il quale Aponte si era, fra l’altro, garantito la collaborazione di Alfredo Altavilla, uno dei maggiori esperti di logistica, straordinario braccio destro di Sergio Marchionne.
Ma si potrebbe dire: pace, tanto qualcun altro ci sarà. Certo, c’era già pronta Lufthansa con tutto il favore che le aziende tedesche mostrano verso l’Italia. Risultato, l’antitrust europeo è entrato in azione e ha costretto, nel progetto con Lufthansa, per la di lei già chiara posizione dominante in Europa, la necessità per Ita di cedere decine di slot da varie città italiane e in particolare da Milano a favore di altre compagnie straniere anche low cost.
Qualcuno potrebbe dire: ma nell’era della internazionalizzazione e dell’Europa unita (?) si sta a guardare se il socio di maggioranza della ex compagnia di bandiera italiana sia una compagnia tedesca? Con un piccolo dettaglio: fra le altre pretese c’è anche quella di programmare, se mai l’affare si facesse e speriamo che il ministro Giorgetti non rinunci alla sua lucidità, di cedere a un certo punto a Lufthansa il 100% dell’ex Alitalia che forse per contentino tornerebbe a chiamarsi proprio Alitalia. Provate a dire al primo ministro francese Emmanuel Macron di mettere Air France sotto la giurisdizione di Lufthansa… Il problema non è certo il nome; il problema, in mancanza di una vera Unione Europea, è che un servizio fondamentale di trasporto sia governato da una società che non ha uno spirito europeo ma soltanto quello di competere con Air France. Ma poi, l’Italia non è il terzo Paese dell’Europa Unita? E allora, se proprio questa svendita s’ha da fare, che almeno si imponga che l’Italia rimanga comunque azionista rilevante, sì da garantire gli interessi dei turisti e dei cittadini italiani che devono volare per lavoro o per piacere e che chi vuole fare voli internazionali possa farli direttamente dall’Italia e non dall’Italia per uno degli aeroporti internazionali tedeschi; quindi, con scali che non solo fanno perdere tempo ma alimentano anche il business degli aeroporti tedeschi.
Una posizione anti Unione Europea? Assolutamente no. Lo stesso desiderio di un milanese o un romano o qualsiasi italiano di poter viaggiare in maniera più rapida e quindi anche comoda come i cittadini tedeschi o quelli francesi. E la forte partecipazione serve anche a orientare la gestione della compagnia nella direzione migliore per lo sviluppo del turismo.
Signor Ministro Giorgetti, ci pensi bene. Ha già avuto modo di toccare con mano l’arroganza del Deutsche mark e delle società tedesche, che dopo aver firmato un contratto (molto vantaggioso), un minuto prima che diventi operativo hanno chiesto anche lo sconto.
In questo clima, sarà interessante vedere come finirà la possibile scalata di UniCredit a Commerzbank con successiva fusione. Andrea Orcel, capo della banca italiana, ha mostrato capacità gestionali nettamente superiori a quella dei banchieri tedeschi; UniCredit ha già, lavorando bene in borsa, una partecipazione in Commerzbank che è pari o superiore a quella dello stato nella seconda, tutt’altro che ben funzionante, banca tedesca. Molti pensano che il credito sia area più rilevante dei trasporti; al giorno d’oggi è una mezza verità. Lo sviluppo digitale dell’economia impone di essere velocissimi e quindi il trasporto in tal senso è condizionante. Dover passare dalla Germania per uscire dall’Europa, partendo dall’Italia, non è solo una fortissima limitazione, ma anche il segno di come la Germania, sia pure in crisi, voglia essere leader dell’Europa. Se ha questa ambizione e questo spirito europeo, che la Germania decida di fondere la sua Borsa di Francoforte con Euronext, borsa falsamente europea visto che il Paese con l’economia più importante, anche se ora in crisi, si è ben guardato da volerne fare parte. Un altro tema importante per Lei, Signor Ministro Giorgetti. Auguri.
Il viaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in Cina per celebrare i 700 anni della morte di Marco Polo ma anche il ventennale del Parternariato Italia Cina, coincide con un evento che può far capire quanto la Cina sia avanti nella tecnologia digitale e quindi come, anche dopo il viaggio in luglio della presidente Giorgia Meloni a Pechino e Shanghai, l’Italia debba mettere a frutto i buoni rapporti con il paese più popolato del mondo.
Infatti, proprio in questi giorni viene lanciato il nuovo software, realizzato in Cina da Huawei, il leader della tecnologia cinese. Chi è dentro a questi sviluppi sostiene che con il nuovo software Huawei in realtà sfida niente meno che Apple e Android.
Avvenendo tutto ciò nel momento nel quale a Washington il nuovo inquilino (di ritorno) alla Casa Bianca, il presidente eletto Donald Trump, si accinge a riprendere il potere, non è temerario prevedere che ne vedremo delle belle con gli Usa e che quindi convenga guardare anche a Pechino.
Negli ambienti tecnologici si dice che con il nuovo modello Huawei sta per fare un salto enorme e si sa che i maggiori centri tecnologici del mondo occidentale non perderanno un minuto per smontare e capire il nuovo smartphone del leader cinese, concentrandosi soprattutto sull’analisi dei semiconduttori che lo alimentano. Infatti, attraverso l’analisi dei semiconduttori sarà possibile capire quanti progressi sono stati fatti dal costruttore cinese nella produzione dei chip. Gli esperti di questa tecnologia sono infatti convinti che la Cina sia vicina a raggiungere l’autonomia, Infatti, su Mate 70, come si chiama il nuovo apparecchio, si sa che verrà installato HarmonyOS Next, in sistema operativo costruito tutto in Cina. Infatti finora la Cina non è stata autosufficiente nei semiconduttori, essendo dipendente da sempre dai sistemi Android e gli operativi americani costruiti da Google, e IOS, oltre ai sistemi Apple, che fanno funzionare il 98% degli smartphone, inclusi appunto quelli cinesi. Il sistema di informazioni riservate nel settore tecnologico ha accertato che Huawei è il terzo produttore dei sistemi con le stesse funzioni di quelli di Google e Apple. E il nuovo cellulare Mate 70, in considerazione del grande numero di utenti cinesi, farà rapidamente salire nella classifica di diffusione dei sistemi operativi quello realizzato da Huawei.
La notizia ha una grande rilevanza perché arriva proprio nel momento delle elezioni di Donald Trump, che, garantito, avrebbe fatto, anzi farà di tutto, per impedire che avvenga il trasferimento di tecnologia dall’Usa verso la Cina. Finora Huawei usava il codice libero di Android e su software Linux che è un progetto open source globale.
Il tempismo con cui Huawei sembra in condizione dell’autosufficienza nell’alta tecnologia, eliminerà o spunterà gli aculei che sicuramente il presidente Trump introdurrà contro il più grande paese del mondo. Il pericolo, per Trump è che se il sistema HarmonyOS Next funzionerà bene, come in effetti sembra, si troverà con un’arma spuntata contro la Cina, che egli avrebbe potuto mettere in difficoltà bloccando l’esportazione dei sistemi Google e IOS di Apple, che del resto costruisce una significativa parte dei suoi cellulari proprio in Cina.
È solo il primo confronto o scontro che si annuncia fra gli Usa di Trump e la Cina di Xi Jinping. (riproduzione riservata)