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Signor ministro Giorgetti, nella Manovra non dimentichi la valorizzazione degli immobili pubblici
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Signor ministro Giorgetti, nella Manovra non dimentichi la valorizzazione degli immobili pubblici

11 ottobre 2024, 19:30

Il Tagliadebito proposto da MF-Milano Finanza da anni, con la cessione di parte del patrimonio degli enti locali a deconto della loro quota di debito pubblico, sembrava aver trovato albergo nel ministero delle finanze. Ma non sembra essere presente nelle misure allo studio per la Manovra…

Ma il bravo ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, si è dimenticato del patrimonio immobiliare passato (dall’ex-ministro Giulio Tremonti) dallo Stato agli enti locali?

I lettori di MF-Milano Finanza potrebbero anche considerarlo un tormentone di queste pagine, ma quando si legge e si ascoltano gli ammonimenti della Banca d’Italia (e non solo) sul deficit italiano e le difficoltà di varare un budget in grado di ridare slancio all’economia, mi scuso, ma dovranno sorbirsi ancora una volta il tema della possibile messa a frutto degli immobili che all’epoca del governo Berlusconi furono passati a Comuni, Province e Regioni perché venissero valorizzati. O anche, va detto, per compiacere la Lega.

Sta di fatto che è stato da più parti calcolato che il valore di quegli immobili (palazzi, terreni, caserme) si possa aggirare su un valore di 500-600 miliardi di euro se gestiti e messi a frutto. Un valore molto significativo rispetto al debito pubblico degli enti locali ai quali gli immobili sono stati trasferiti. Si tratta solo (sembra poco…) di valorizzarli.

Nelle bozze non c’è traccia di Tagliadebito

Ebbene, il tormentone che questo giornale, insieme a voci molto autorevoli, sta provocando da anni, nel senso che si arrivi alla valorizzazione di questi immobili e che quindi gli enti locali possano ridurre di centinaia di miliardi il loro indebitamento e quindi quello totale italiano che è da record, sembrava qualche mese fa essere arrivato a produrre un moto deciso proprio del ministro Giorgetti (lo ripeto, bravo e onesto), il quale aveva dato segnali precisi di voler passare all’azione. Ma invece di materializzare il programma di spingere gli enti locali a valorizzare gli immobili ricevuti, come sembra avere intenzione di fare, ecco che in occasione dei primi annunci sul programma di bilancio del 2025 non si trova traccia di quella sana e più che conveniente operazione. Casomai sugli immobili, quelli privati, si annuncia che chi li ha restaurati e quindi valorizzati con il Superbonus si troverà a pagare una tassa sulla rendita catastale superiore. Anche se ci sono pareri giuridici contrari a un’ipotesi del genere, MF-Milano Finanza non si scandalizza affatto che lo stato voglia, con l’incremento delle aliquote, rientrare di parte dei minori introiti derivanti dalle detrazioni che hanno ottenuto o stanno ottenendo i proprietari che hanno usufruito del Superbonus. E qui nessuno vuole fare leva sul fatto che comunque il Superbonus abbia generato lavoro. Il problema vero è che la legge era stata scritta male e ha offerto varie possibilità di abuso. Quindi, che chi ha avuto vantaggi paghi di più. Ma per quanto l’aliquota possa essere alta, questa non risolverà mai il problema gravissimo del debito pubblico come invece può fare la valorizzazione degli immobili girati dallo stato che, valorizzandoli e vendendoli, possono portare nelle casse degli enti locali miliardi e quindi diminuire il debito pubblico almeno di 200 miliardi di lire. Un banchiere capace e lungimirante come il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, si è esposto più volte a dire che la prima banca italiana è pronta a collaborare con fondi ad hoc perché la valorizzazione di quegli immobili sia compiuta e che quindi siano messi sul mercato, tagliando la parte di debito degli enti locali che concorre al debito pubblico totale italiano.

Il ruolo delle banche

Mentre MF-Milano Finanza dà atto al ministro Giorgetti di aver reagito positivamente al tormentone, dispiace constatare che nei piani di cui si ha notizia preparati dal suo ministero non compaia più questa voce, che pure ha un potenziale enorme. Proprio perché Intesa Sanpaolo si è dichiarata disponibile a collaborare al progetto, non si capisce perché non sia stata presa al volo la disponibilità, magari estendendola anche ad altre banche che invece di essere chiamate (come si sente dire) a dover pagare una sovrattassa straordinaria per i super utili che hanno saputo e potuto realizzare grazie allo schizzo in alto dei tassi, non siano chiamate tutte a collaborare alla grande valorizzazione di quell’enorme quantità di immobili che il ministro Tremonti, sempre vicino alla Lega pur facendo parte di Forza Italia, decise di passare agli enti locali.

La proposta di Carlo Messina (Intesa Sanpaolo)

Signor Ministro Giorgetti, con la sua onestà, competenza e orgoglio nell’aver ricordato dal palco di Pontida di essere figlio di un pescatore e di una operaia tessile, perché non dà seguito al programma di valorizzare gli immobili che possono valere una parte significativa del debito degli stessi enti locali, concorrente al totale dell’esposizione pubblica italiana, per il quale l’Italia è messa sempre sotto schiaffo, qualunque sia il governo, dall’Unione europea e dai mercati? La tecnica l’ha indicata il ceo di Intesa Sanpaolo: vanno creati fondi comuni immobiliari, dove gli enti pubblici possono conservare anche una quota, mentre il rimanente capitale viene collocato dalle banche fra i risparmiatori. Quanto gli enti pubblici introiteranno, dovrà andare a riduzione di parte del loro debito che concorre al debito pubblico nazionale. Non se ne può proprio più di essere il paese che ha il maggiore risparmio in percentuale sul pil in Europa, che ha la borsa più modesta d’Europa, che vede il risparmio degli italiani andare a finanziare iniziative all’estero, mentre da Lei e dal governo, Signor Ministro, giungono messaggi che il piano 2025 sarà più di lacrime che di sviluppo. Lei lo sa bene che gli italiani credono nel mattone. Lei lo ha verificato con le operazioni che una brava manager come Giovanna Della Posta ha compiuto in questi anni con alcuni beni posseduti direttamente dal ministero. Non disilluda chi aveva compreso dalle sue parole che una buona parte del debito pubblico italiano sarebbe stato tagliato con la disponibilità degli immobili ceduti agli enti locali e da valorizzare con lo strumento di fondi comuni come ha prospettato Intesa Sanpaolo.

Signor ministro, per favore batta un colpo per far capire che non si è dimenticato dell’opportunità che Lei stesso aveva segnalato di condividere. Così, non solo si libererà dal tormentone di MF-Milano Finanza, ma anche di quello della Ue, che da Bruxelles ha già fatto sapere che i conti previsionali dell’Italia mostrano un debito troppo alto. Grazie.

Il merito di Matteo Renzi

Se c’è una cosa una per cui gli italiani, di tutti i colori, devono essere grati a quel personaggio particolare che è Matteo Renzi, è per la sua decisione di far eleggere Sergio Mattarella Presidente della Repubblica e aver contribuito alla sua rielezione.

Infatti, che cosa sarebbe stata e sarebbe l’Italia se Renzi non avesse rotto il cosiddetto «Patto del Nazareno» con Silvio Berlusconi, appunto scegliendo Mattarella, mentre il fondatore di Mediaset voleva Giuliano Amato, grande professore di diritto, abile vicesegretario di Bettino Craxi, presidente del consiglio del governo che in una notte prelevò denaro dai conti correnti degli italiani dovendo affrontare una crisi molto grave? Nella scelta di Berlusconi c’era una motivazione personale: Amato avrebbe dovuto dare la grazia a Marcello Dell’Utri. Ma il valore della scelta di Renzi è stato di far salire al Quirinale un politico non condizionato dalla politica, un uomo di straordinario equilibrio e di capacità di dire sempre, senza mai tacere, tutto quanto è necessario che i cittadini sappiano.

Il ruolo di Marco Carrai

Fui fra i primi a sapere che Renzi aveva scelto di non sostenere Amato, di cui ho «passato», cioè, editato, apprezzandoli, gli editoriali quando negli anni 70 scriveva su Panorama ed era presidente della Fondazione dei sindacati della Cgil. Il migliore amico di Renzi, lo sanno tutti, è Marco Carrai, detto Marchino che a Milano aveva gli uffici nel palazzo accanto a dove abito. Nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica, lo incontrai mentre andavo a prendere l’automobile e mi fermai a scambiare due parole, visto che aveva sempre qualche argomento interessante e riservato di cui discutere. Mentre parlavamo, gli suonò il telefono. Era Renzi che in anteprima gli annunciava la decisione di candidare Mattarella per il Quirinale, rompendo in tal modo il patto del Nazareno. Marchino, finita la telefonata, non esitò ad anticiparmelo, spiegandomene la motivazione: scegliere il più onesto, il più saggio e il più rispettoso della Costituzione fra gli ex-democristiani. Quella decisione è stata fondamentale per gli anni del primo mandato al Quirinale e lo è ancor più nel secondo, nonostante il sacrificio di Mario Draghi, avendo così l’Italia un uomo giusto, pacato, ma senza peli sulla lingua, con la capacità di dire le cose giuste senza mai asprezza.

Una recente scelta di Mattarella

C’è tuttavia una scelta recentissima del presidente Mattarella che non può essere condivisa al 100%. È stato giustissimo, come egli ha fatto pochi giorni fa, ricordare e tessere l’elogio di Paolo Bonomi, fondatore della Coldiretti, l’organizzazione dei contadini proprietari che ha compiuto 80 anni. È stato corretto e giusto dire che «la Coldiretti» è nata antifascista, perché tale era il suo fondatore. Ma purtroppo è la Coldiretti degli ultimi 30 anni che non merita il plauso completo di Mattarella, il quale, infatti, dopo la giustissima celebrazione del fondatore, non si è sbilanciato molto sulla attuale Coldiretti. E credo che lo abbia fatto perché sa bene che da tempo la Coldiretti è diventato uno strumento troppo opportunistico e troppo politicizzato, con scambi costanti fra funzionari e dirigenti che dal ministero dell’agricoltura passano alla Coldiretti con stipendi favolosi o che dalla Coldiretti ritornano o vanno al ministero in posizioni chiave. E appena dalla Confederazione si accorgono che c’è un imprenditore o un’impresa che stanno emergendo, cercano immediatamente di cooptarlo. È avvenuto di recente anche con Bonifiche Ferraresi, la società fondata addirittura nel 1871 in Inghilterra con il nome di Ferrarese Land Reclamation Company Limited, per anni l’unica impresa agricola quotata in Borsa, partecipata fra l’altro dalla Banca d’Italia e da alcuni dei maggiori imprenditori agricoli italiani. Ora Bonifiche si chiama semplicemente BF, sotto la guida dell’ex presidente della Confagricoltura della provincia di Grosseto, il bravo Federico Vecchioni che ne è diventato amministratore delegato. La società ha avuto un grande sviluppo, ma in sostanziale controtendenza, visto che è diventata una grande società sempre quotata in borsa, ha aderito alla Coldiretti, proprio mentre, consolidando i consorzi agrari, ha accresciuto notevolmente il suo campo di azione e a giudizio di molti avrebbe potuto e dovuto, per status, rimanere nella Confagricoltura. A dargli la benedizione per il passaggio alla Coldiretti è stato il presidente dell’organizzazione di coltivatori diretti, Ettore Prandini, uomo di vasto potere e di elevato stipendio, come hanno avuto anche tutti coloro che dal Ministero dell’Agricoltura sono passati a Coldiretti e poi magari come capi di gabinetto o direttori allo stesso ministero.

Un conflitto da sanare

Questa situazione ha spinto Confagricoltura, presieduta da Massimiliano Giansanti, uno dei maggiori imprenditori agricoli italiani, a stringere un accordo con l’associazione dei trasformatori di prodotti agricoli, Union Food, di cui fanno parte, fra gli altri, da Barilla a Ferrero, a Lavazza e Mutti. All’associazione che hanno costituito agricoltori e industriali trasformatori e utilizzatori di prodotti agricoli era stato dato il nome, significativo, di Mediterranea, capace di oltre 106 miliardi di fatturato e 650 mila addetti. Coldiretti ha fatto il diavolo a quattro perché venisse cambiato quel nome, sostenendo che in questo modo Confagricoltura e Union Food, presieduta da Paolo Barilla, si impossessavano dei valori della dieta mediterranea. Per questo il nome della associazione imprenditoriale di secondo livello dovrebbe essere cambiato, ma ancora il cambiamento non è avvenuto. Coldiretti si vanta di riunire il 70% delle aziende agricole italiane avendo come soci i coltivatori diretti, mentre in termini di addetti Confagricoltura dà lavoro a un numero di addetti di gran lunga superiore.

Spetta al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, gestire il conflitto, ma naturalmente in termini di voti alle elezioni la Coldiretti riesce a essere più condizionante. Anche, appunto, per il continuo passaggio dalla struttura del ministero ai piani alti dell’associazione e da Coldiretti ai vertici operativi del ministero.

Insomma, uno scontro difficilmente conciliabile, anche perché è noto che ai suoi capi Coldiretti paga, paradossalmente, stipendi da multinazionale. A fare le spese di questo scontro è l’agricoltura italiana, che invece dalla collaborazione fra tutti i prodotti della terra e industriali trasformatori avrebbe tutto da guadagnare.

Intanto il presidente della Confagricoltura, Giansanti, è stato eletto ai vertici dell’organizzazione europea degli agricoltori, il Copa (Comitato delle organizzazioni professionali agricole) che rappresenta oltre 22 milioni di agricoltori in Europa. Giansanti era già da tempo vicepresidente.

C’è solo da sperare che la saggezza e la correttezza del presidente Mattarella, pur sempre ligio a non interferire nelle attività economiche, riesca a far cessare la guerra in corso e dica una parola sul poco commendevole, costante passaggio di dirigenti dal ministero alla Coldiretti con stipendi che nessun dirigente di aziende agricole potrebbe sperare di ottenere.

Lo sviluppo di MF Gpt

Lo sviluppo di MF GPT continua e qui mi limito a segnalare che all’interno di questo numero i lettori troveranno più di una analisi compiuta dall’AI, a cominciare da quella di quanto, e perché, Google è nell’occhio del ciclone e messo sotto accusa sia in Europa che negli Usa: quando si abusa dell’intelligenza artificiale… (riproduzione riservata)



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