
Quanto può influire l’Italia sulle due guerre? Ben poco per non dire nulla, se non fosse per i contributi economici all’Ucraina e il feeling, almeno apparente, fra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Da marzo la prima donna a guidare un governo italiano presiederà il G7, che è il gruppo che riunisce i Paesi più industrializzati del mondo. Fino al 2014 e a partire dal 1997 esisteva anche il G8, principalmente per questioni economiche, che comprendeva anche la Russia. Nel maggio del 2002 poi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi era riuscito a far firmare accordi fra il suo amico Vladimir Putin e la Nato, nella famosa riunione di Pratica di Mare alla quale parteciparono sia lo stesso Putin che il presidente Usa George W. Bush. L’annessione russa della Crimea da parte di Putin e la decisione del presidente Barack Obama di imporre per questo motivo le sanzioni economiche alla Russia hanno fatto decadere ogni tentativo di buone relazioni fra il mondo occidentale e la Russia e sono state il prodromo della guerra in atto. L’ex-presidente Obama nel suo discorso agli studenti dell’Università di Stanford, nel luglio del ’22, ha recitato una sorta di mea culpa per quella decisione delle sanzioni sull’annessione della Crimea, con questa frase: «Non tenni conto che il 70-80% della popolazione della Crimea era russa». Infatti, da quel momento è nata l’alleanza fra Russia e Cina, che non si erano mai amati, anzi il vero riformatore della Cina, Deng Xiao Ping, considerava l’Unione Sovietica e quindi la Russia, quasi un nemico, come spiegò bene nell’intervista che organizzai per Oriana Fallaci.
In questo contesto non sarà certo per incapacità della presidente Meloni se difficilmente le due guerre finiranno e se finirà soprattutto quella che più tocca anche geograficamente l’Europa e la Nato. Essere quindi presidente di turno del G7 per la presidente Meloni, a partire dalla prima riunione di marzo, non sarà una passeggiata, nonostante le sue indubbie capacità.
Credo quindi che la presidente Meloni non debba farsi distrarre troppo dai problemi globali rispetto ai gravi problemi economici che ha l’Italia e il suo ruolo nell’Unione Europea, con le elezioni europee alle porte e l’andamento di un debito italiano molto pesante.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è persona capace e seria ma anche in una sua recente e lunga intervista al Sole-24Ore ha assunto una posizione troppo difensiva sul gravissimo problema che ha l’Italia e che si chiama appunto debito pubblico. Le sue convinzioni sul Mes (che è bene precisare vuol dire Meccanismo europeo di stabilità) e la condivisione di non averlo voluto approvare perché è deviante, non sono altro che una difesa dal pericolo derivante dall’enorme debito pubblico italiano. Infatti, va ripetuto, il Mes è già intervenuto in favore dell’Irlanda, del Portogallo, della Spagna e, pietra dello scandalo, della Grecia con ben 295 miliardi di euro di finanziamenti e una lunga lista di obblighi che la Grecia dovette assumere e che apparvero, essendola, come una riduzione della sovranità nazionale. Il 21 dicembre il Parlamento italiano ha respinto la ratifica del Mes, di fatto d'intesa col governo Meloni e il ministro Giorgetti, pur essendo stato modificato rispetto a quello che era stato approvato dal governo Monti.
Perché il governo italiano non ha ratificato il Mes? Lo ha spiegato, per i fatti procedurali, lo stesso Giorgetti, quando nell’intervista riconosce che la Lega, il suo partito, è sempre stato contrario al Mes, evidentemente per timore che l’Italia, in caso di esplosione di una crisi per l’enorme debito pubblico, faccia la stessa fine della Grecia, che di fatto perse la propria sovranità. Dice Giorgetti: «Non sarebbe stato corretto un altro rinvio dell’approvazione ma come componente del Consiglio dei governatori del Mes di cui faccio parte in quanto ministro dell’economia, avevo spiegato che, visti i numeri in parlamento italiano, l’esito del voto sarebbe stato quasi sicuramente negativo». In altre parole il governo italiano si è avvalso del potere che discende dalla necessità per norme come quelle del Mes che ci sia l’unanimità nel voto di tutti i membri della Ue. E ancora, in altre parole, come in passato, il governo italiano ha esercitato il potere di veto, spinto soprattutto dalla Lega ma con l’adesione alla posizione di FdI anche del Movimento 5Stelle, che su certi temi ragiona come i componenti del governo e in particolare della Lega, mentre Forza Italia si è astenuta.
E ora? Quali prospettive ci sono per l’Italia all’interno della Ue e di conseguenza della Ue stessa?
Per rispondere occorre andare a esaminare prima di tutto il cosiddetto Patto di Stabilità, che invece è stato approvato anche dall’Italia con l’unanimità dei partiti di governo e quindi dell’Italia.
Il Patto di stabilità è l’insieme delle regole del bilancio degli Stati. L’Italia l’ha approvato anche perché il Patto è stato riformato: deficit annuo rispetto al pil non più del 3%; rapporto debito pubblico/ pil sotto il 60%, ma con la riforma non c’è più l’obbligo di riduzione pari a 1/20 all’anno. Ora devono essere presentati piani nazionali di medio termine definiti in base alla spesa primaria netta. Il piano deve essere di quattro anni ma nel caso di riforme e investimenti decisi dal Paese, può essere esteso a sette anni, tenendo anche conto del Pnrr. Chi supera il 3% di deficit deve avere un rientro annuo dello 0,5% del pil. Con rischio specifico che viene definito per ogni Paese e il debito deve seguire una traiettoria di riduzione plausibile. Paesi come l’Italia con rapporto debito/pil superiore al 90% (l’Italia supera il 140%) dovranno ridurre in ogni caso il debito dell’1%, mentre chi è sotto il 90% dovrà ridurlo solo dello 0,5%. In sostanza l’Italia potrà avere un deficit strutturale dell’1,5%%, ma tenendo conto degli effetti positivi del Pnrr, per gli anni ’25-’26-’27 il deficit dovrà essere portato allo 0,5%. Inoltre per poter avere un deficit dell’1,5%, dovrà esserci comunque una riduzione dello 0,4% all’anno, oppure dello 0,25% se si ottiene la proroga per il rientro a sette anni. Lo scostamento ammesso rispetto al percorso previsto è dello 0,3% ma per un totale dello 0,6%.
Come si vede una serie di meccanismi complicati, specialmente per Paesi come l’Italia che hanno il record assoluto di debito appunto del 140% del pil.
Quindi, anche se con la non approvazione (di fatto il veto) da parte dell’Italia del Mes si è scongiurata al momento la perdita di sovranità come avvenne per la Grecia, avere il record assoluto di deficit pubblico al 140% assegna all’Italia un primato che mina il suo ruolo di Paese fondatore dell’Ue e il suo potere di indirizzo delle politiche comunitarie.
Nonostante ciò, il ministro Giorgetti, nell’intervista ha letteralmente esordito così: «È un caso che il Patto di Stabilità chieda di ridurre il rapporto fra debito e pil solo dell’1% solo dopo il 2027, quando l’Italia potrà farlo dopo aver smaltito il grosso dell’eredità del Superbonus? E’ un caso l’allungamento automatico da quattro a sette anni del periodo di aggiustamento in virtù degli impegni del Pnrr, esattamente come chiedeva l’Italia? Questi passaggi sono il frutto di altrettanti accordi italo-tedeschi, ma abbiamo un ministro dell’Economia a cui non interessa convocare giornali e televisioni a ogni passaggio, perché preferisce discutere nelle sedi ufficiali e in Parlamento…».
Bravo e serio ministro Giorgetti. Questo giornale riconosce da sempre le sue capacità e la sua serietà, la sua modestia. Ora rivela che nella riforma del Patto di Stabilità c’è stato un accordo con il Paese più importante dell’Unione, la Germania. E non c’è dubbio che sia stato il Paese giusto per negoziare e arrivare al risultato, visto che la Germania è quella che è sempre stata più dura per il rigore nella gestione dell’economia europea. Lo ha fatto alla Bce con l’ex-presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che nel 2012 votò contro la scelta del presidente Mario Draghi e la sua scelta sintetizzata nella famosa frase «tutto quello che serve»: scelta che ha salvato anche l’economia tedesca. Lo ha fatto anche quando il cancelliere era Angela Merkel e la Grecia fu costretta a subire condizioni al limite della disumanità. Ora la Germania si è convertita, è diventata realistica? Ma ha sempre un debito che non supera l’80% del pil e lei, signor Ministro, crede che appena riuscirà a uscire dalla recessione in cui la Germania si trova, non ritornerà a proporre sia per il Patto che per il Mes condizioni di rigore di bilancio e di debito?
Il suo risultato, Signor Ministro, è ottimo per il momento, ma non si illuda della flessibilità della Germania e soprattutto non creda, opportunisticamente, che i problemi del debito italiano rispetto al pil e del deficit di bilancio non si riproporranno appena la Germania uscirà dalla recessione. E in ogni caso Lei, Signor Ministro, pensa che l’Italia possa aggiustare i suoi conti semplicemente con alcune privatizzazioni, come ha annunciato, di quote fra l’altro di minoranza di società oggi quasi completamente dello Stato?
Con oltre 2.800 miliardi di euro di debito, pari a oltre il 140% del pil, ci vorrà ben altro. Non solo per non ritornare sotto schiaffo della Germania e degli altri rigoristi come l’Olanda, e gli altri Paesi simili che fanno i rigoristi perché con trattamenti fiscali di favore e con mercati borsistici sincroni catturano gran parte delle aziende più strutturate italiane. E non solo: catturano anche gran parte del risparmio degli italiani (calcoli seri stimano che venga investito all’estero il 75% del risparmio degli italiani) perché l’Italia non ha una borsa vera e non ha una tradizione finanziaria adeguata.
Portare la borsa italiana dentro Euronext, di cui non a caso non fa parte la borsa tedesca, è stato un errore madornale. Non un suo errore personale, ma Lei è ora il serio e preparato ministro dell’Economia e sa benissimo che dal mercato principale italiano sono migrate varie delle più importanti società: l’ultima è un’altra controllata di Exor, Cnh industrial che Paolo Fresco, quando era presidente della Fiat, aveva portato sotto il controllo di Torino dalla borsa di New York per rimpolpare quella che era allora una fabbrica da cui uscivano milioni di automobili, mentre oggi la produzione automobilistica italiana non supera le 450 mila vetture all’anno. Perché anche Cnh industrial non è più quotata a piazza Affari ? Perché gli altri mercati borsistici sono enormemente più competitivi. È inutile sbandierare il dato che la borsa italiana nel 2023 è quella che è cresciuta percentualmente di più. Ma si guardi a quanto ammonta la capitalizzazione totale e quante sono le società che dal mercato principale migrate all’estero. È vero: l’Italia è la culla delle pmi, e c’è un segmento specifico in Euronext per quotarle, ma gli strumenti che erano stati tentati, come la prima sottoscrizione di Pir, anche se non il meglio possibile, sono scaduti e per il momento non si vedono iniziative per farne nascere una seconda generazione migliore e più efficiente per raccogliere il risparmio italiano. Addirittura non è ancora realtà il rinnovo dell’incentivo alla quotazione per le pmi, anche se non sarà questo bonus a far arrivare in borsa 2-3 mila pmi, come sarebbe necessario per trattenere in Italia risparmio italiano e per avere una borsa vera anche se per le piccole società. Il ritardo nella riconferma ha comunque influenza negativa su un mercato delle pmi che dovrebbe avere almeno 2 mila società quotate invece superano il centinaio. Insomma, un Paese si sviluppa se il risparmio che si crea in quel Paese viene reinvestito nel Paese stesso. Non ho dubbi che anche Lei, Signor Ministro, condivida, ma occorre passare dalle parole ai fatti. Lei fra l’altro, anche se fa il ministro e non l’uomo di partito, milita comunque in un partito dove molto consenso viene da piccoli e medi imprenditori delle regioni più industrializzate. Quindi sono sicuro che condivida tutto ciò.
Ma non si deve accontentare, Signor Ministro, di aver strappato alla Germania condizioni che evitano all’Italia di essere la seconda Grecia. Lei si è laureato nella più seria università economica italiana, la Bocconi, e lì ha sicuramente imparato che nessuna azienda può vivere e svilupparsi se ha un debito superiore al suo fatturato. Se poi lo sbilancio è addirittura del 40% sul pil/fatturato, una società privata sarebbe già stata dichiarata fallita e messa fuori dal mercato da anni. Ha fatto benissimo, Signor Ministro, a mettere in sicurezza il Paese per avere il tempo necessario a fare ciò che Lei sa meglio di chiunque altro, cioè tagliare drasticamente il debito con un colpo secco, portandolo almeno al 90%. In miliardi sono una montagna: circa 1.100 miliardi a bocce ferme, cioè con i numeri del pil che sono quelli attuali. Ma è evidente che anche con un taglio significativo (potrebbero bastare 200-250 miliardi) si verificherebbero due altri fenomeni positivi: 1) il costo del debito, che oggi è altissimo, si ridurrebbe; certo anche la rendita degli italiani che comprano Bot e Btp si ridurrebbe e con esso il totale risparmio degli italiani, ma come sappiamo il 75% del risparmio degli italiani, secondo solo a quello giapponese, va investito all’estero e con una maggiore credibilità italiana e con uno sviluppo delle società quotate in Italia, l’effetto sarebbe comunque largamente positivo anche per il portafoglio degli italiani. In più, un taglio netto tapperebbe immediatamente la bocca a chi descrive l’Italia come un Paese troppo indebitato e quindi pericoloso. In più ancora, la via per fare il taglio netto, che non è una fissazione di questo giornale ma un’idea condivisa dal primo banchiere del Paese, il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, e anche da persone molto qualificate che lavorano nel suo ministero, permetterebbe di offrire una forma di investimento solido trattenendo in Italia risparmio italiano. Mi devo ripetere: lo Stato italiano, per una legge fatta approvare dal governo D’Alema, ed eseguita dal suo predecessore Giulio Tremonti, ha trasferito agli enti locali immobili e terreni per circa 650 miliardi. La maggior parte di essi sono oggi improduttivi. Sia con la struttura che Lei, Signor Ministro, ha al ministero, struttura guidata da Giovanna Dalla Posta, sia con l’intervento di Intesa Sanpaolo e se volessero di altre banche, sa bene che è possibile valorizzare e mettere in fondi immobiliari locali gli immobili passati agli enti locali, che con piacere verrebbero sottoscritti da investitori locali, appunto per almeno 250 miliardi; e magari 50 miliardi potrebbero rimanere quote in portafoglio agli enti locali che possiedono gli immobili, i quali ne incasserebbero comunque almeno 200 oltre a ricevere pro quota il rendimento che quegli immobili genererebbero. L’ho già scritto e lo ripeto, il Suo ministero, ovviamente lo sa meglio di tutti, ha ricevuto un dividendo di circa 500 milioni di euro dal lavoro fatto su immobili e terreni dello Stato da Invimit, la sgr del ministero guidata da Dalla Posta. Poiché gli enti locali concorrono al debito pubblico calcolato dalla Ue e dal mercato per almeno 700 miliardi, se ne incassassero 200 più i rendimenti futuri, ciò equivarrebbe a un bel taglio del debito pubblico italiano, che metterebbe il Paese in condizione di non stare a giocare sulla riduzione del deficit dell’1% o a usufruire delle condizioni che Lei, Signor Ministro, ha strappato ai tedeschi e che ora La fanno essere giustamente orgoglioso del risultato.
Ma l’Italia non ha bisogno solo di questo, ha bisogno di ridurre il debito per poter destinare il risparmio che va ora a copertura del debito a investimenti, con una borsa che attragga risparmio e offra ai risparmiatori 2-3 mila pmi nelle quali investire. Oltre a recuperare al mercato italiano i numerosi fuggiaschi, offrendo condizioni competitive, magari uscendo da Euronext e associandosi con la borsa di Francoforte. Non crede che anche per il comune cittadino sarebbe molto positivo a sentirsi parte di un Paese che si sviluppa e che non debba fare la dura negoziazione che Lei ha condotto con la Germania per evitare che il grande debito italiano portasse da subito il Paese in default? Quella di MF-Milano Finanza è una pia illusione? Non credo proprio, visto che come noi la pensa il primo banchiere italiano e anche la sua più diretta collaboratrice del ministero per la valorizzazione degli gli immobili. Immobili che devono diventare mobili. E sollevare la considerazione dell’Italia in Europa e nel mondo, anche per il suo status del debito e degli investimenti. (riproduzione riservata)