
Si sbaglia chi pensa che la guerra più pericolosa per il mondo intero sia la crudele, feroce reazione del capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu alla crudele strage del 7 ottobre seguita dal rapimento di alcune centinaia di cittadini israeliani da parte di Hamas. La reazione è stata impari e i palestinesi morti sono già 20 volte le vittime e i rapiti israeliani; ma a mettere in pericolo il mondo c’è di peggio, e di peggio anche rispetto alla guerra della Russia contro l’Ucraina, dove i morti sono sicuramente più di mezzo milione.
Il pericolo vero è la piega che stanno prendendo i rapporti, crescenti, fra Russia e Cina, e quelli in realtà sempre più tesi fra Cina e Stati Uniti.
E pensare che tutto, almeno per l’avvicinamento fra Russia e Cina e di conseguenza le tensioni fra Cina e Usa, sono il frutto di una decisione del 2014 presa dall’allora presidente Barack Obama, della quale, come ho già scritto in queste pagine, il primo presidente americano nato in Africa si è amaramente pentito. La decisione di Obama fu di mettere le sanzioni alla Russia perché si era appropriata della Crimea. In un’intervista alla Cnn l’anno scorso l’ex presidente ha riconosciuto, da democratico, l’errore. Ha detto infatti, che non aveva tenuto conto nell’iniziare la stagione delle sanzioni economiche che la popolazione della Crimea è per circa l’85% russa e che quindi si trattava di una ricongiunzione e non di una sottrazione di territorio all’Ucraina.
Da quel momento, come ha ricostruito nel recente passato anche The Economist, è nata una pericolosissima alleanza fra Russia e Cina, due Paesi che, con migliaia di chilometri di confine, non erano mai stati alleati veri quali sono adesso. Talmente alleati da aver programmato incontri bilaterali ogni mese, una volta a Pechino e una volta a Mosca. E soprattutto la decisione della Cina di far accedere personale russo a Wenchang, cioè la base inaugurata circa otto anni fa nell’isola di Hainan, da cui sono effettuati i lanci più riservati della Cina e dove si trovano i segreti più importanti della tecnologia cinese. Per quanto Hainan sia un’isola dichiarata a vocazione turistica, è una zona assolutamente off limits; eppure, la Cina ha concesso all’Istituto di ingegneria energetica di Mosca di aprire una sede a Wenchang capace di ospitare 10 mila studenti russi di ingegneria aerospaziale. E, fatto ancora più significativo, è stato annunciato che l’Istituto sarà guidato dalla Russia. E gli Usa hanno accertato che le aziende cinesi forniscono motori di droni, microelettronica e altre macchine utili per la produzione bellica che la Russia usa per produrre carri armati, missili e aerei utilizzati nella guerra contro l’Ucraina.
Insomma, pur senza fornire uomini, il che scatenerebbe subito la terza guerra mondiale, la Cina ha scelto di aiutare in maniera consistente il confinante, un tempo non amico, con forniture che se ne infischiano delle sanzioni poste dal mondo occidentale alla Russia proprio per rendere più difficile il suo armamento. Le forniture vengono ripagate con petrolio e gas di cui la Cina ha bisogno e con l’acquisto di prodotti elettronici e perfino automobili cinesi.
Il mea culpa pronunciato da Obama è più che giustificato, perché storicamente i due paesi, Cina e Russia, non si erano mai aiutati, anzi la separazione era netta, come ricordò l’uomo più intelligente della Cina, Deng Xiaoping, nell’intervista che io organizzai con l’aiuto del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per la scatenata Oriana Fallaci. In quell’intervista il vicepresidente Deng (non ha mai voluto essere presidente) arrivò a dire che l’uomo più pericoloso per il mondo era Nikita Krusciov.
Dalle sanzioni per l’annessione russa della Crimea è partito questo profondo cambiamento di relazioni che ha più effetti nefasti: crea un’alleanza di fatto e materiale fra i due più grandi paesi ex comunisti del mondo, ma soprattutto con la guerra in atto in Ucraina complica maledettamente le relazioni fra Stati Uniti e Cina, come dimostrano gli scarsi risultati (o addirittura negativi) ottenuti dalla visita dei giorni scorsi del segretario di stato americano, Antony Blinken, al presidente cinese Xi Jinping.
Dopo l’iniziativa della responsabile americana del tesoro, Janet Yellen, che dopo la crisi del pallone ritenuto spia si era precipitata a Pechino per riprendere il dialogo e dopo che la stessa Yellen era riuscita a combinare l’abbraccio fra il presidente Joe Biden e il presidente Xi Jinping a San Francisco, si pensava che il clima si fosse disteso. L’unica concessione, per così dire, che il ministro degli esteri Blinken è riuscito a ottenere dal suo viaggio è stata la dichiarazione del presidente cinese Xi: «Noi partner, non nemici». Ma l’annuncio di una possibile futura collaborazione sull’intelligenza artificiale non è sufficiente a far dimenticare i contrasti in materia di sicurezza nazionale, di commercio e di confronto geopolitico. E infatti sugli interessi economici rappresentati dal commercio è subito arrivato un ukase (l’origine di questo sostantivo è russa) da parte del presidente Biden che ha annunciato l’intenzione di triplicare i dazi sulle importazioni cinesi di acciaio e alluminio varati all’epoca da Donald Trump.
E la stessa ministra del tesoro Yellen, pur essendo la più orientata alla collaborazione, ha messo nel mirino la super produzione di pannelli solari da parte della Cina, non dimenticandosi delle auto elettriche: c’è chi ritiene che quelle cinesi metteranno fuori mercato proprio le Tesla. Ed ecco che esce fuori tutta la sottigliezza ironica cinese. Infatti, il presidente Xi nell’incontro con Blinken ha dichiarato: «La Cina è felice di vedere gli Stati Uniti fiduciosi, aperti, prosperi e fiorenti. Ci auguriamo che anche gli Stati Uniti possano guardare lo sviluppo della Cina con approccio positivo». Ma poi, dalla sottile ironia, il presidente Xi è passato a parole più pesanti: «La situazione internazionale è fluida e turbolenta e in questo contesto gli Stati Uniti dovrebbero onorare le parole con le azioni, invece di dire una cosa e di farne altre». E alle parole del presidente Xi si sono unite quelle del super ministro degli esteri Wang Yi, il più elegante dei cinesi, che nell’incontro con il suo omologo americano è stato più che realista dicendo, apertis verbis, che «nei rapporti fra Pechino e Washington le crepe sono in aumento». E per il capo della diplomazia cinese è una crepa il fatto che gli Usa pretenderebbero che la Cina non aiutasse la Russia. È stata l’esatta risposta alla tesi di Blinken secondo cui la Russia farebbe molta fatica nella guerra in Ucraina se la Cina non le fosse di aiuto. E Blinken parlando ai giornalisti dopo l’incontro ha fatto il duro: «Ho detto chiaramente che se la Cina non affronterà il problema degli aiuti a Putin, lo affronteremo noi».
Anche perché poche ore prima Putin aveva annunciato un prossimo viaggio a Pechino, che però non ha ancora confermato.
Del resto, la Russia non ha difficoltà a controbattere sugli aiuti, visto quelli che gli Usa stanno garantendo a Taiwan: il congresso americano ha infatti approvato circa 8 miliardi di dollari da dare all’isola dove, sconfitto nella guerra civile contro Mao Zedong, si rifugiò, proprio con l’aiuto americano, il leader nazionalista cinese Chiang Kai-Shek. All’epoca la saggezza del presidente Mao gli fece dire che per 100 anni il nome di Taiwan non doveva essere pronunciato, pur essendo territorio cinese. E il centenario Henry Kissinger lo ha ricordato quando pochi mesi fa, prima di morire, si è recato in Cina. Colui che iniziò le relazioni fra America e Cina nel 1972 ha detto che dei 100 anni indicati da Mao ne devono passare ancora una trentina e che quindi Taiwan non deve essere motivo di scontro fra Usa e Cina.
Come si vede, è una partita in cui ambedue le parti hanno motivi e argomenti per una contesa che fino a quando è solo a parole, fa parte della dialettica. Il pericolo per il mondo è che dalla dialettica si passi agli atti concreti, perché l’unica possibilità per il mondo di non essere colpito dalla più devastante guerra che si possa immaginare è che i due più grandi paesi e mercati del mondo si fermino alle schermaglie verbali.
In realtà, la competizione più forte fra i due giganti è sulla tecnologia. E c’è chi parla propriamente di vere e proprie guerre tecnologiche. Si prenda quella dei chip, che creano l’infrastruttura mondiale per l’elaborazione delle informazioni. Si è visto che al centro di questa guerra c’è Taiwan, territorio su cui si rifugiò, giova ripeterlo, l’esercito nazionalista sconfitto da Mao. Se non verrà accettata la saggia indicazione del presidente Mao ricordata da Kissinger, cioè di un problema da affrontare dopo 100 anni, oggi ridotti a una trentina, quell’area può anche essere teatro di una vera guerra. Gli Usa proprio per questo nei mesi scorsi hanno favorito l’alleanza fra Corea del Sud e Giappone, che non avevano mai firmato la fine della guerra e ha coinvolto il Vietnam (sembra un paradosso) e le Filippine, dove sono stati realizzate decine di basi militari. Per contro, la Cina ha occupato quasi tutti gli atolli della zona, anche se non sono suo territorio, e li presidia con navi militari ma anche con una foltissima flotta di pescherecci o più propriamente finti pescherecci in realtà super armati.
È evidente che come finora è sempre prevalso, occorrerà che il buonsenso continui a prevalere dai due fronti. Altrimenti una guerra per la tecnologia diventerà una pericolosissima guerra con le armi. Il dato più favorevole a una posizione di pace, sia pure armata, è che il 40% della produzione di chips di Taiwan va in Cina. Che deve sopportare che gli Usa finanzino aziende di Taiwan, per esempio recentemente con 6,6 miliardi di dollari, per realizzare uno stabilimento in Arizona. E per ulteriore sicurezza gli Usa hanno messo a disposizione della coreana Samsung altri 6,4 miliardi di dollari per costruire fabbriche in Texas.
C’è poi lo scontro, per ora solo commerciale, per i pannelli solari: è l’Inflation Reduction act , che comprende un pacchetto di sussidi da 369 miliardi di dollari lanciato nel ’22 per sostenere la produzione nazionale dei pannelli, dove notoriamente la Cina è leader assoluto. Come lo è per le batterie per le auto elettroniche e il marchio più importante Byd ha l’obiettivo di togliere il primato a Tesla. Anche la Cina ha lanciato sussidi pubblici per 150 miliardi di dollari in un arco di tempo ampio per la produzione di chip, nel cui settore tuttavia l’America riesce ad avere margini superiori del 14,5% rispetto a quelli cinesi.
Uno scontro il cui esito è fondamentale per la possibilità di trovare una convivenza sull’industria elettronica avanzata fra Usa e Cina riguarda Tik-Tok. Il 23 aprile il congresso americano ha approvato una norma che impone ai cinesi di vendere entro 270 giorni o di vedersi porre un divieto, un ban. Il successo di Tik-Tok in Usa è spaventoso perché è usato per i video da 170 milioni di americani. La situazione è delicatissima perché indirettamente, per avere prodotti a basso costo, sono stati gli Usa stessi a far crescere questa tecnologia in Cina, dal momento che per decenni il 70% o più di iPhone sono stati prodotti da Apple in Cina, per avere il più basso costo di produzione. Era inevitabile e prevedibile che la Cina capitalizzasse il sapere insito negli iPhone e lo mettesse a frutto. E in effetti gli Usa continuano a trasferire sapere alla Cina, visto che le università americane (quasi tutte private) accolgono milioni di studenti cinesi, che risultano essere anche fra i più bravi. In un certo senso, può essere considerato un valore morale degli Usa non aver impedito a così tanti giovani cinesi di assorbire il sapere che si acquisisce nelle università americane. Anche se non può essere dimenticato che la maggioranza delle università americane, come detto, è privata e quindi le iscrizioni di cinesi non possono essere impedite. C’è da sperare che questo movimento crei una maggiore integrazione culturale quindi capacità maggiore di dialogo.
In un confronto così duro come quello fra Usa e Cina nel settore tecnologico, potrebbe essere anche la via per un’intesa grazie proprio a quei giovani che hanno studiato in Usa.
In ogni caso solo un’intesa, anche non dichiarata, fra Usa e Cina e non solo per le guerre tecnologiche, potrebbe riportare il mondo in equilibrio e quindi evitare la terza guerra mondiale. (riproduzione riservata)