
C’è un Sir che dovrebbe ringraziare l’Italia, il paese di origine della sua famiglia, se tornerà a essere quasi miliardario in euro. Il Sir è Rocco Forte, figlio di Sir Charles Forte, originario della Ciociaria, che con la sua Trust House Forte era diventato il più grande proprietario di alberghi e ristoranti in Gran Bretagna e non solo, avendo cominciato come gelataio. Un giorno del 1996 Sir Rocco fu chiamato a telefono a casa sua nel più bel quartiere di Londra. Dall’altro capo del filo era il capo di Granada che voleva comunicargli di aver lanciato l’opa su Trust House Forte e di avere di fatto conquistato la maggioranza. Ma Sir Rocco, rispose il maggiordomo, non è in casa, era a caccia, mentre la preda conquistata sul mercato finanziario era proprio lui.
Sir Rocco dovette ricominciare quasi da zero ed ebbe una forte attrazione per il paese di origine della famiglia, avviando un albergo di lusso a Roma, l’Hotel de Russie, e il Savoy a Firenze, più altri due o tre alberghi in Inghilterra e in Europa.
Decise anche di lanciarsi in alberghi al servizio del golf e del mare, aprendo in Sicilia il Verdura, a pochi chilometri da Sciacca. Gli affari, tuttavia non marciavano particolarmente bene e anche le cinque sorelle di Rocco, una delle quali, Olga, è anche la designer degli alberghi, non erano affatto contente. La nuova azienda, Rocco Forte Hotel, aveva bisogno di liquidità e attraverso un avvocato italiano, temporaneamente assessore regionale, Sir Rocco chiese di incontrare un giornalista che per mestiere si occupa di informazione finanziaria. L’invito a cena fu al ristorante allestito al Verdura dal bravissimo chef Fulvio Pierangelini. Erano presenti anche la moglie di Sir Rocco, Aliai, e il cugino del padre Charles, un avvocato molto serio e preparato.
Sir Rocco chiese se il giornalista poteva presentargli il capo della divisione affari di una grande banca, essendo a conoscenza della loro amicizia. Una presentazione non si nega a nessuno, specialmente a un Sir. All’incontro fissato a Milano, Sir Rocco si presentò con un ritardo di più di mezzora. Pioveva, disse, e il traffico dal Principe di Savoia alla sede della banca, non più di un km, era talmente intenso che appunto il ritardo fu di oltre mezz’ora! Risulta che il banchiere, con consueta cortesia, si dichiarò disponibile ad attivare la filiale di Londra. Dopo due settimane, tuttavia, il responso fu negativo.
L’avvocato ex assessore si ricordò allora che il Fondo strategico italiano era stato oggetto di polemica perché stava per comprare una quota di minoranza in Finiper, la holding di ipermercati fondata dal grande collezionista d’arte, Marco Brunelli. Infatti, non si capiva che cosa avesse di strategico una minoranza in una società di ipermercati in Italia. Almeno fosse stata una catena con negozi anche all’estero, magari in Cina, si poteva intravvedervi la possibilità di sostenere la distribuzione di prodotti italiani sul più grande mercato del mondo. Per contro l’Italia si è sempre salvata grazie al turismo e Guido Carli aveva ricordato una volta su questo giornale che negli anni 60 la lira aveva vinto l’Oscar del Financial Times grazie al forte afflusso di valuta pregiata proprio per il boom di turisti. Nell’articolo si proponeva quindi al Fondo strategico italiano di puntare su investimenti nel turismo invece che su ipermercati in Italia, rafforzando la rete alberghiera. Ma, fu la risposta del Fondo, non c’era oggetto di possibile investimento perché nessuna catena italiana arrivava al fatturato di 250 milioni, limite che il Fondo strategico aveva giustamente fissato per la dimensione dell’oggetto dei loro investimenti.
Fu così, che dopo una polemica giornalistica, a qualcuno venne l’idea che tutto sommato Sir Rocco era un italiano e la sua mini, nuova catena arrivava ai fatidici 250 milioni di fatturato. Fu quindi fissato l’incontro fra Sir Rocco e l’amministratore delegato pro tempore del Fondo strategico, che allora aveva la sede milanese in corso Magenta. La pioggia evidentemente perseguitava Sir Rocco e anche a quell’incontro arrivò in forte ritardo, atteso con sofferenza dal cugino di suo padre e dall’avvocato ex-assessore. Finalmente arrivò e quando l’ad del Fondo gli spiegò che i loro investimenti non potevano mai essere inferiori a una certa cifra e percentuale, Sir Rocco diede qualche segno di nervosismo perché ciò non si conciliava con le quote in suo possesso e quelle delle sorelle. Fu quindi deciso un rinvio che durò qualche mese, fino a quando non fu trovata la quadratura azionaria con una quota al fondo pari al 23% per un importo di 76 milioni di euro. Era il 2014 e con quell’aumento di capitale Sir Rocco uscì dall’imbarazzante situazione di non essere bancabile, come aveva sentenziato la filiale londinese della grande banca italiana.
Fa piacere constatare che proprio in questi giorni sia al closing la cessione da parte della Cassa depositi e prestiti, subentrata al Fondo strategico, di quel 23%, con una base della valutazione complessiva della catena Rocco Forte di ben 1,4 miliardi di euro. Lo stato italiano sta quindi incassando 322 milioni a fronte dei 76 investiti, mentre la famiglia Rocco, con Sir Rocco in testa, è previsto che incassi per il 26% che gli lascia comunque la maggioranza assoluta del 51%, 364 milioni di euro.
A comprare, come è noto, è il Fondo sovrano dell’Arabia Saudita. In pochi anni Sir Rocco, grazie all’Italia e alla sua abilità ha portato il valore della catena da 330 milioni circa a ben 1,4 miliardi , anche perchè, fra gli altri sostegni il Fondo strategico italiano-CdP gli ha comprato e dato in gestione, per esempio, il Villa Igea di Palermo, rimettendolo a nuovo per poi chiedere un canone di circa il 5% all’anno.
Dal che si potrebbe concludere che l’arrivo in ritardo agli appuntamenti d’affari talvolta diventa un affare incredibile. Chi sa se Sir Rocco continuerà ad arrivare in ritardo anche ai prossimi affari.
P.S. Sir Rocco e CdP devono essere grati a Maurizio Tamagnini, allora ad del Fondo strategico, di aver riconosciuto l’errore e di aver evitato l’investimento in Finiper. L’idea di Finiper gli era valsa le critiche dure di questo giornale.
Il presidente della Consob, Paolo Savona, può essere paragonato a un calciatore falloso? Lo fa il titolo di un articolo dell’ex-quotidiano di Silvio Berlusconi e ora dei proprietari di cliniche e non solo, la famiglia Angelucci, il cui capofamiglia, Antonio, è da molti anni deputato nei partiti di destra e dal 2022 della Lega per Salvini premier. Con l’ex-giornale di Berlusconi, gli Angelucci ne possiedono altri due Il Tempo di Roma e, dalla fondazione, Libero.
Secondo l’ex-quotidiano di Berlusconi il presidente Savona avrebbe fatto fallo perché, nella responsabilità del proprio ruolo, ha detto letteralmente sul tema fondamentale delle liste del consiglio d’amministrazione e del ruolo di azionisti importanti ma non di maggioranza assoluta: «il meglio è nemico del bene; se potessi intervenire in prima persona direi così: intanto approviamo il disegno di legge sulla Competitività dei capitali, poi affrontiamo il problema delle liste». In altre parole: il decreto sulla Competitività dei capitali è stato concepito per rendere competitivo il mercato italiano; ci sono in esso elementi molto utili allo sviluppo del numero delle società da quotare, specialmente della taglia pmi, che sono quelle tipiche italiane; quindi, non perdiamo altro tempo a discutere di che cosa? Degli interessi di due gruppi familiari come quello di Francesco Gaetano Caltagirone, che ha un numero di giornali che va a sommarsi di fatto a quello degli Angelucci, esattamente sulle stesse linee politiche ed economiche, e degli eredi (ormai in lite) di Leonardo Del Vecchio. Caltagirone e Del Vecchio si erano e sono messi in testa di assumere il comando delle Generali, dove nell’assemblea dell’anno scorso sono stati sconfitti da una maggioranza assoluta, e ora in Mediobanca, dove i ruoli sono invertiti, nel senso che il maggior azionista fra i due, con il 19,5% è Del Vecchio, mentre Caltagirone è al 9%. Intanto a decidere di limitarsi al 19,5% è stato lo stesso Del Vecchio perché, essendo Mediobanca una banca vigilata da Bce, se fosse stata passata la soglia del 20% sarebbe finito sotto il controllo di Francoforte anche la finanziaria Delfin, che possiede le azioni. E, non senza accortezza, Del Vecchio ancora in vita ha deciso di non far piombare la sua finanziaria in un rigidissimo e oneroso controllo qual è quello a cui devono sottoporsi le banche. Ma anche se si somma il 19,5% al 9% di Caltagirone è improbabile che quella possa essere maggioranza in assemblea.
Quindi il professor Savona dove e contro chi avrebbe fatto fallo? Invitando a fare prima di tutto la riforma del mercato dei capitali, nel cui decreto il tema dei voti nelle società è stato introdotto successivamente e con precisione dopo che Caltagirone, facendo leva sui quotidiani che possiede e in particolare Il Messaggero, è riuscito a essere l’unico importante azionista italiano a essere ascoltato dalla commissione parlamentare che aveva in esame il decreto sulla riforma del mercato, ricco soprattutto di incentivi.
Il fallo, come un calcio negli stinchi, lo hanno compiuto il giornale della scuderia Caltagirone-Angelucci, che rappresentano non un’informazione libera da interessi economici, ma un'arma di potere per fare meglio i loro affari. Uno schema che da solo è contro la democrazia di qualsiasi paese capitalistico. Più di tutti in Italia, dove non a caso il maggior quotidiano vicino alla sinistra è posseduto dagli eredi della Fiat. Il confronto fra i due eserciti mediatici schierati per fare meglio affari economici assume spesso connotati grotteschi, perché la democrazia esige differenza dialettica di posizioni, ma non l’uso dell’informazione per propri interessi economici.
Attaccare il presidente della Consob, che ha fatto in maniera più che trasparente il suo mestiere e il suo dovere, è vergognoso. E l’articolo dell’ex-giornale di Berlusconi ne spiega esso stesso il movente: un tentativo di regolamento dei conti postumo sulla vicenda Generali di un anno fa, perché è quella vicenda che viene richiamata nell’articolo: «Qui ci limitiamo a ricordare al presidente Consob, famoso per il twitter “non sono io a tenere in scacco la Consob ma è la vecchia Consob a tenere in scacco Savona” che sulla vicenda Generali si astenne pilatescamente a non dire niente sulla lista del Consiglio d’amministrazione».
Gli interessi di parte offuscano i cervelli: Savona viene accusato fin dal titolo di fare fallo perché ha detto che vada avanti il parlamento su un provvedimento indispensabile per lo sviluppo del mercato (quindi senza sovrapposizione al parlamento) come del resto ha fatto sul caso Generali. Il twitt si riferiva invece al blocco interno. Alla Consob, bloccata a causa della delusione del commissario Giuseppe Maria Berruti, ex-presidente di sezione della cassazione che quando si fece la nomina di Savona sperava di essere lui eletto alla presidenza, mentre il governo di allora, a cui partecipava la Lega di Salvini, scelse una persona della levatura economico-finanziaria dell’ex-Bankitalia, professore, due volte ministro, stimato in tutto il mondo. Da quel momento, Berruti ha messo in atto una politica che di fatto aveva spaccato in due la Consob e anche quando è scaduto il suo mandato Berruti ha voluto rimanere in prorogatio fino al momento in cui il governo non ha nominato il successore: prassi che non era mai avvenuta in Consob.
Quindi, cosa vuol dire quel titolo «Quel fallo di Savona nella partita Cda»? Esso ha un significato preciso: cercare di indebolire il presidente in vista della nuova tornata in Generali. Infatti, se c’è una caratteristica che tutti riconoscono a Caltagirone è di non abbandonare mai il campo e cercare la vendetta, come quando il sindaco di Roma, Francesco Rutelli scomparve dalle pagine, anche di cronaca del Messaggero, perché aveva dato l’autorizzazione alla distribuzione nella metropolitana di un quotidiano freepress. Questa volta l’attacco non lo ha fatto lanciare dal Messaggero ma da un giornale in perfetta sintonia con i suoi.
Ad avvelenare la vita economica e non solo dell’Italia è questa deformazione che non ha paragone nel mondo occidentale democratico: la concentrazione di decine di media nelle mani di chi ha altre attività economiche e usa i giornali come strumento per il proprio business. L’informazione condizionata è il peggior veleno per la democrazia.
Ma è la tecnologia che forse sconfiggerà questi blocchi di potere, anche se ne potrà creare altri. È fresca, fresca la notizia sintetizzata in questo titolo: «Addio iPhone. L’intelligenza artificiale generativa ha bisogno di un nuovo dispositivo». E qual è questo dispositivo? Gli occhiali intelligenti lanciati da Meta in combinazione con Ray-Ban, guarda caso controllata da Luxottica, il capolavoro di Leonardo Del Vecchio. Infatti, l’intelligenza artificiale generativa, ChatGpt, ora può vedere, ascoltare, parlare, oltre a conversare attraverso il testo. E gli occhiali che Meta-Ray-Ban sta per lanciare sono occhiali intelligenti che comprendono intelligenza artificiale, come una sorta di assistente. Quindi occhiali in grado di vedere, sentire e rispondere alle domande di chi li indossa. Ma la domanda è: siamo di fronte all’inizio del crepuscolo dello schermo? A puntarci è soprattutto Mark Zuckerberg che da tempo ha cambiato nome alla sua società da Facebook a Meta. La Meta è anche mandare a casa lo schermo. Tuttavia, è la previsione, lo schermo a due dimensioni non è ancora destinato alla discarica, dice un guru del settore, così come le varie app continuano ad avere miliardi di utenti. Come gli smartphone che non hanno fatto scomparire l’uso del Pc. Ma la rivoluzione è partita. (riproduzione riservata)