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Risparmio gestito, tutti i numeri del 2025
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Risparmio, le società di gestione italiane hanno trovato il modo per sfidare gli Etf: i fondi obbligazionari a scadenza

20 febbraio 2026, 07:00

Gli obbligazionari con data target arrivano al 40% dell’offerta delle sgr italiane e nel 2025 hanno raccolto più di 20 miliardi

Se la grande sfida del risparmio gestito italiano è quella di fronteggiare l’avanzata degli Etf a basso costo, le sgr tricolore sembrerebbero aver trovato la cura: i fondi obbligazionari a scadenza.

Nella mappa trimestrale della raccolta Assogestioni, associazione di categoria dell’industria presieduta da Maria Luisa Gota (Eurizon), fotografa a una realtà in cui proprio questi comparti a reddito fisso con data target (un meccanismo che ricorda quello di un titolo di Stato, ma con diversificazione dei sottostanti) abbiano giocato un ruolo di assoluto rilievo non solo nell’ambito dei fondi comuni, ma anche nella raccolta complessiva.

Un raccolta da 22 miliardi

A MF-Milano Finanza lo spiega Alessandro Rota, direttore dell’Ufficio Studi di Assogestioni. «Il dato complessivo dei fondi obbligazionari (raccolta pari a 24 miliardi, ndr) è trainato fondamentalmente dai prodotti a scadenza, distribuiti di solito attraverso la rete bancaria tradizionale». Nell’intero anno i fondi a scadenza, aggiunge Rota, «hanno raccolto circa 22 miliardi, di cui la maggior parte rappresentata proprio dagli obbligazionari».

I fondi target date, immessi sul mercato a partire dal 2011, all’inizio avevano varie forme: in genere comparti bilanciati, flessibili o obbligazionari. Sono stati questi ultimi però a riscuotere maggiore successo, e di fatto ormai l’offerta si sta indirizzando sempre più in questa direzione.

Il ruolo della distribuzione bancaria

«Negli ultimi anni i fondi a scadenza si sono strutturati principalmente come comparti a reddito fisso», precisa Rota. «Ormai le case italiane hanno consolidato questo tipo di prodotti, che arrivano anche al 40% delle offerte di asset e generano importanti ricavi a livello di commissioni, sia per le reti sia per le banche».

Un aspetto, quest’ultimo, molto importante: un cliente servito dal canale bancario tradizionale ha una possibilità molto alta di vedersi offerto dal proprio istituto di credito un prodotto obbligazionario a scadenza, che rappresenta di fatto l’offerta di punta degli operatori domestici.

Al contempo, nell’intero 2025 i fondi bilanciati e flessibili hanno segni meno marcati: -9,5 miliardi per i primi, -6,6 per i secondi. Per Rota però non si tratta necessariamente di denaro riscattato che poi non rientra più nel sistema. «Forse è in atto un processo di rinnovo, perché i fondi a scadenza lanciati negli anni passati stanno andando a scadenza, e ora le reti stanno spingendo per rinnovarli con nuovi prodotti target date, che oggi sono perlopiù obbligazionari. In un certo senso, è un effetto di compensazione e non una fuoriuscita».

La lunga marcia degli Etf

In totale, il bilancio complessivo di fine 2025 di Assogestioni mostra una raccolta positiva per 38 miliardi, di cui circa 16 attribuibili ai fondi aperti, 5 ai fondi chiusi (compresi quelli immobiliari) e i restanti 17 alle gestioni di portafoglio. I fondi a scadenza hanno rappresentato da soli circa il 58% della raccolta complessiva.

Dall’altra parte della barricata ci sono invece gli Etf. «Per le case prodotto estere il grosso della raccolta la fanno questi strumenti, che hanno raccolto in Italia più di 20 miliardi. Di fatto, come i fondi a scadenza», sottolinea Rota, che poi precisa: «La cosa particolare di questa polarizzazione è che nel caso degli Etf la crescita è molto più selettiva: la raccolta, guidata dai fund selector, sta portando benefici solo ad alcuni gestori e non a tutti». Oggi gli Etf (passivi e non solo, vista la fortissima ascesa delle strategie a gestione attiva) pesano circa il 15% del mercato, mentre in Europa sono già arrivati al 30%. I margini di crescita sono altissimi quindi ma la competizione, afferma il responsabile dell’Ufficio Studi, «è tra le case di gestione estere».

Gli altri trend tra gestioni retail e fondi chiusi

Altre due voci meritano, secondo l’esperto, particolare attenzione. Da una parte le gestioni di portafoglio retail. «In realtà, al di là del nome, si tratta di gestioni di portafoglio personalizzate per clientela affluent», evidenzia Rota. «Nel 2025 hanno raccolto 7 miliardi. In proporzione alle masse raccolgono più dei fondi aperti: questo testimonia il buon livello di consulenza che la clientela affluent riceve». In altre parole, aggiunge, «di fronte alla volatilità questo tipo di clientela vede un’opportunità e non una minaccia per il proprio portafoglio».

La seconda voce che merita attenzione è quella dei fondi chiusi: «I gestori tradizionali, cioè le case prodotto che finora si sono specializzati nei mercati pubblici, oggi stanno arricchendo la gamma di prodotti verso i mercati privati: fondi chiusi, semi-aperti, evergreen», specifica Rota.

Il legame con l’ondata dei delisting

«Il premio di illiquidità tendenzialmente porta una extra-performance, e questo giustifica il mantenimento in portafoglio di prodotti dalla componente attiva particolarmente spiccata». Inoltre, prosegue, «i delisting crescenti fanno sì che gli universi investibili nel mondo pubblico siano sempre più ristretti, favorendo i mercati privati». Le società del perimetro Assogestioni, che pure non sono specializzate esclusivamente in private asset, «attualmente rappresentano un terzo delle masse di questo mercato, e hanno messo a segno una raccolta di 2,8 miliardi, circa la metà di tutti i fondi chiusi collocati e distribuiti nel Paese», conclude Rota.

Forti dei numeri dello scorso anno, il patrimonio delle associate ha raggiunto a fine 2025 quota 2.636 miliardi: un massimo storico. Nel quarto trimestre l’effetto mercato ha continuato a sostenere le masse, con un apporto positivo di +1,1% nel complesso e di +1,4% sui soli fondi aperti. (riproduzione riservata)



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