L’industria italiana del risparmio gestito archivia il terzo trimestre con un patrimonio pari a 2.600 miliardi di euro, un nuovo massimo storico. Merito anche della raccolta trimestrale che Assogestioni, associazione di categoria presieduta da Maria Luisa Gota (Eurizon) ha calcolato in 14,2 miliardi, peraltro rivista al rialzo dai 10,6 miliardi preliminari.
Il grosso della raccolta è arrivato dai fondi aperti, e in particolare dai comparti obbligazionari che, confermando un trend in atto ormai da oltre un anno, hanno portato da soli 6,3 dei 7 miliardi totali. Da inizio anno il loro saldo è positivo per quasi 19 miliardi, addirittura più dei 16,6 dell’intera categoria dei fondi aperti.
Tra gli obbligazionari, in particolare, una sotto-categoria si sta ritagliando uno spazio sempre più significativo: quella dei fondi a scadenza. Lo riassume Alessandro Rota, direttore dell’Ufficio Studi di Assogestioni: «L'analisi per asset class fa emergere la forte e importante raccolta dei fondi obbligazionari, spinti in particolare dal buon successo di pubblico dei fondi a scadenza proposti soprattutto dalle case prodotto italiane, all'interno delle quali ormai raggiungono un peso di circa il 25-30%».
Posto che la raccolta complessiva dei fondi aperti è stata, come già accennato, di 7 miliardi (circa la metà del totale), Assogestioni ha anche calcolato come l’effetto mercato del +2,5% abbia fatto aumentare le masse di altri 32 miliardi, per un patrimonio totale di 1.327 miliardi euro a fine settembre.
È un dato di fatto che l’industria del risparmio gestito italiana sia attualmente quasi-monopolizzata dall’asset class obbligazionaria, mentre le altre categorie di fondi (azionari, bilanciati, flessibili) sono tutti in territorio negativo, sia nel terzo trimestre sia da inizio anno.
Ora però i money manager si interrogano sulla bontà di questi dati per i portafogli degli italiani. «In Italia l’investitore medio ha un'esposizione minima al mercato equity, intorno al 15% contro il 57% negli Stati Uniti, e questo chiaramente nel lungo periodo significa minori prospettive di rendimento», sottolinea Cosmo Schinaia, head of Southern Europe and Latam di Fidelity International. «Inoltre, il rischio vero della longevità, da un punto di vista finanziario, è quello di sopravvivere alle proprie risorse finanziarie: non è più sufficiente dismettere il patrimonio in bond, ma è necessario continuare a investire su asset class con ritorni attesi più elevati anche nelle fasi finali del ciclo di vita».
«Il vero lavoro dei consulenti finanziari», gli fa eco Stefano Gallizioli, responsabile del coordinamento delle reti di Fideuram, «non si esaurisce nell'allocazione tattica degli asset, ma è un compito educativo e strategico: è quello di riportare il cliente al lungo periodo, perché è nel lungo periodo che si riesce a generare valore, se l'investimento è costruito in maniera corretta».
Una chiave di lettura è quella di far conoscere agli investitori il potere dei mercati privati, come ricorda Giambattista Taglioni, partner della practice Insurance and Asset Management di Oliver Wyman: «Nel mondo dell'asset management, in particolare, servono scala e capacità di offrire soluzioni sui mercati privati: vediamo ad esempio una grande attenzione al mondo del private credit». (riproduzione riservata)