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Rischio mezza pensione: ecco quanto versare per avere fino a 130 mila euro dal fondo di previdenza
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Rischio mezza pensione: ecco quanto versare per avere fino a 130 mila euro dal fondo di previdenza

31 ottobre 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 01 novembre 2025, 08:35

Malgrado i timori per la tenuta del sistema pubblico solo il 37% dei lavoratori ha aderito a un fondo complementare. Ma gli importi versati sono bassi per garantire un’adeguata rendita di scorta, soprattutto per gli over 50. Ecco una simulazione età per età 

In Italia si versa ancora poco per le pensioni di scorta. Basti dire che nei comparti di previdenza complementare sono accumulati circa 255 miliardi di euro, in media attorno ai 25 mila euro per aderente considerando che gli iscritti ai fondi pensione sono poco più di 10 milioni. Un importo insufficiente per costruire un’adeguata rendita integrativa in un sistema come quello contributivo che lega gli assegni ai versamenti effettuati e non più agli ultimi stipendi. Le famiglie, come emerge dall’ultima indagine Acri-Ipsos sul risparmio, vorrebbero mettere da parte di più ma non riescono. Nel 2025 «cresce l'ansia da mancanza di risparmio, anche perché la capacità effettiva di accantonare si riduce». E a farne le spese sono soprattutto gli investimenti per il lungo periodo, come le pensioni.

Il paradosso del risparmio

La conferma arriva da un’altra ricerca, appena pubblicata da Athora Italia, che evidenzia una discrepanza tra la preoccupazione per il futuro e l’effettiva pianificazione finanziaria e previdenziale, con una significativa perdita di fiducia nella possibilità di accantonare risorse in vista del ritiro dal lavoro. Infatti, nonostante il 62% degli italiani ritenga che la pensione pubblica sarà insufficiente a garantire il proprio attuale stile di vita, solo il 38% ha valutato la sottoscrizione di una pensione complementare. Un paradosso che ribadisce che l’incertezza sul futuro non si traduce in azioni concrete di protezione e pianificazione. Tutto ciò fa si che spesso la scelta di costruire il patrimonio famigliare si orienta su conti correnti e depositi (95%) e immobili (73%). Solo una minoranza ricorre a strumenti più adeguati per il lungo periodo.

Demografia nel mirino

E nei giorni in cui prende forma la legge di bilancio 2026, mentre si riaccende il dibattito sulle possibili misure per rafforzare il welfare, Moneyfarm torna a fare il punto sullo stato di salute della previdenza integrativa. Partendo dalla tendenza demografica: nascite in costante calo e pensioni in aumento. Secondo i dati Istat e Inps, nel 2024 il numero di nati rispetto al 2023 è sceso del 2,5% passando da 379.339 a 369.922. Nello stesso periodo il numero di nuove pensioni di anzianità/anticipata e vecchiaia erogate è aumentato del 3% passando da 519.879 a 535.235. Nel mezzo la trasformazione della forza lavoro, con sempre meno ingressi e un progressivo aumento nel numero dei pensionamenti. Una tendenza già scritta per quanto riguarda il numero di pensionati: non a caso la spesa pensionistica è prevista in continua crescita fino al 2040, anno di picco della spesa previdenziale (17,1% rispetto all’attuale 15,4%).

Un lavoratore su tre aderisce ai fondi pensione

Nel frattempo la legge di bilancio non prevede per ora le norme sull’iscrizione obbligatoria dei giovani ai fondi pensione, come era stato ventilato in prima battuta. «A 18 anni dall’entrata in vigore del semestre di silenzio-assenso, che nel 2007 coinvolse più di 5 milioni di dipendenti del settore privato e portò a un aumento di oltre il 63% nel numero degli iscritti ai fondi pensione negoziali, il secondo pilastro pensionistico fatica ancora a consolidarsi», afferma Andrea Rocchetti, global head of investment advisory di Moneyfarm. L’allora ministro del Welfare Cesare Damiano aveva posto un obiettivo di adesioni al 40% grazie alle iscrizioni con il tfr. Oggi, a 18 anni di distanza, non ci siamo ancora: solamente il 38,8% dei dipendenti ha un fondo pensione, mentre per gli autonomi si scende al 23,7%. Complessivamente poco più di un lavoratore su tre.

Il motore del tfr

Se però si va a guardare a chi effettivamente versa, si passa da poco più di un lavoratore su tre a poco più di uno su quattro: coloro che hanno contribuito attivamente nel corso del 2024 sono infatti pari al 27,6% della forza lavoro (30,5% per i dipendenti, 13,3% per gli autonomi). I numeri precedenti si riflettono anche sull’uso del tfr: solamente il 23,8% di quello generato dalle imprese italiane tra il 2007 e il 2024 è stato conferito a una forma di previdenza integrativa (circa 105 miliardi di euro). Tutto il resto è rimasto in azienda: 234 miliardi per le piccole aziende e altri 105 miliardi nel Fondo di Tesoreria presso l’Inps per le aziende con più di 50 dipendenti. «Ciononostante il 42,5% della raccolta dei fondi pensione è costituita dal tfr confermando che il suo conferimento può essere una delle principali leve di crescita per la previdenza complementare; una leva che oggi, alla luce delle nuove iniziative in discussione, appare più che mai da rilanciare», aggiunge Rocchetti.

Analizzando un campione rappresentativo di lavoratori Moneyfarm ha calcolato che degli oltre 31,4 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000 solo il 37% dispone di un fondo pensione mentre il restante 63% è occupato senza forme di previdenza complementare o è inoccupato (tabella in pagina). La fascia dei lavoratori (uomini) tra 55 e 64 anni è quella con il maggior tasso di adesione, pari al 48%, contro il 42% delle coetanee donne; in entrambi i casi si tratta comunque di nemmeno la metà del totale.

All’estremo opposto la situazione più critica riguarda le giovani donne tra 25 e 34 anni: qui il tasso di adesione crolla al 25,5% a fronte del 33,2% dei coetanei uomini. La disparità di genere è riconducibile non solo al fatto che ci sono meno donne che uomini, in termini assoluti, tra gli iscritti ai fondi pensione (39% contro 61%), ma anche al divario occupazionale che continua a penalizzarle. Tra i 20 e i 64 anni infatti le donne (58,1%) registrano un tasso di occupazione di 19 punti percentuali inferiore rispetto agli uomini (77,3%), una gap che inevitabilmente si riflette anche sulla partecipazione alla previdenza integrativa.

Il gap di genere

Ad esempio, dei 4,7 milioni di donne di età compresa tra 55 e 64 anni solo 2,3 milioni sono attivamente parte della forza lavoro e appena 979.727 possiedono un fondo pensione. Il gender gap occupazionale, ma anche salariale, si riflette sul valore delle pensioni erogate alle lavoratrici. Nel 2024 le pensioni basate sull’anzianità contributiva (pensione anticipata) sono state del 15,4% inferiori (1.884 euro lordi rispetto a 2.227 euro per gli uomini). E quindi sono le donne ad avere il bisogno più urgente di integrazione. A livello territoriale (con l’eccezione virtuosa del Trentino-Alto Adige, dove il tasso di adesione alla previdenza integrativa tra i 25 e i 64 anni sfiora il 63%) nessun’altra regione supera la soglia del 50% di iscritti a un fondo pensione. In coda alla classifica si trovano Campania e Sicilia con il 28,5% e il 28,9% rispettivamente (tabella in pagina).

Partendo da questi dati Moneyfarm ha analizzato il capitale mediamente accumulato finora nei fondi pensione dai profili di lavoratori 30, 40, 50 e 60enni donne e uomini, quanto effettivamente versano in media oggi e il capitale che avranno messo da parte a 67 anni (età della pensione) continuando a versare gli stessi importi attuali adeguati per l’inflazione (tabelle in pagina). I contributi medi versati attualmente variano in funzione della forma di previdenza integrativa e del genere: tra 30 e 64 anni si va dai 1.440 euro annui (120 al mese) per le lavoratrici 30-34enni con un piano individuale pensionistico (pip) fino ai 3.790 euro annui (315 al mese) per i lavoratori 60-64enni che versano nei fondi pensione aperti.

Come versano i lavoratori

«In generale il versamento aumenta progressivamente nel corso del tempo per quanto riguarda i pip e i fondi pensione aperti, mentre nei fondi negoziali raggiunge il picco entro i 60 anni per poi scendere», osserva Rocchetti. Se si guarda alle risorse mediamente accantonate nella propria forma di previdenza integrativa, si va dal minimo dei lavoratori uomini tra 30 e 34 anni che hanno nel fondo negoziale di categoria 5.910 euro fino ai 32.260 euro degli uomini 60-64enni con un fondo pensione aperto. «Si tratta di importi molto ridotti considerando la vicinanza alla pensione», avverte Rocchetti. Ipotizzando che nel corso del tempo il versamento si evolva per fascia di età secondo le attuali modalità e sommando le risorse maturate ad oggi Moneyfarm ha stimato il capitale a disposizione all’età di 67 anni in ipotesi di rendimento degli investimenti pari all’inflazione stimata al 2%, (quindi a parità di potere di acquisto).

Il fattore tempo

«Anche in uno scenario così conservativo in merito agli investimenti, peraltro non così lontano dalle scelte degli italiani, emerge chiaro il valore del tempo: il solo fatto di iniziare il prima possibile diventa l’elemento decisivo», sottolinea Rocchetti. Il maggiore capitale, pari a oltre 131 mila euro, sarebbe raggiungibile dai 30enni con un fondo pensione aperto perché si versano risorse per più tempo, mentre le risorse minime sarebbero accumulate dalle lavoratrici 60enni con un pip perché si è iniziato tardi. Per i più giovani rendimenti superiori all’inflazione aggiungerebbero naturalmente ulteriori risorse. Ma in generale «chi versa, versa poco e anche con un’allocazione non adeguata perché investe in linee obbligazionarie anche quando ha molto tempo a disposizione di fronte a sé», conclude Rocchetti. (riproduzione riservata)



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