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Riparte la guerra per l’eredità dell’Avvocato. Ma non tutti la pubblicano
Orsi & Tori Leggi dopo

Riparte la guerra per l’eredità dell’Avvocato. Ma non tutti la pubblicano

16 febbraio 2024, 20:00

Nel 2011 Milano Finanza pubblicò M-L’importanza di chiamarsi Agnelli, in cui uno dei protagonisti raccontò la faida tra la madre Margherita Agnelli e i suoi figli di primo letto. Che ora torna prepotentemente sui giornali. Meno la Repubblica, controllata da John Elkann

Di indipendente c’è rimasto solo il Corriere della Sera, fra i grandi mezzi di comunicazione, non osando io citare quelli della nostra casa editrice, Class Editori, la cui indipendenza può essere valutata autonomamente da chi ci legge.

Lo spettacolo è davvero triste. E tristissimo è il destino di Repubblica, dove lavorano professionisti eccellenti, e sul quale mercoledì 14 non sono comparse neppure 10 righe di aggiornamento sulla vicenda ora di nuovo giudiziaria, dopo gli scontri successivi alla morte di Giovanni Agnelli, per il controllo della ex Fiat, ora Exor, fra i figli di primo letto di Margherita Agnelli (in primo luogo John Elkann) e lei stessa. Nella edizione sempre di mercoledì 14, chi più chi meno tutti i quotidiani e gli altri media avevano l’aggiornamento della vicenda. Per esempio, il Corriere della Sera a pag. 20 titolava: «Testamenti e cessioni di quote Agnelli, caccia a 14 documenti»; sommario: «Torino, verifiche sulla società Dicembre: dalle partecipazioni all’affitto delle ville».

Si è dovuto aspettare il giorno dopo, giovedì 15, perché ritornasse sulle pagine di Repubblica la lite di Margherita contro i figli, ma guarda caso il titolo di prima pagina, con tanto di foto di John con il fratello e la sorella, dà la parola direttamente all’editore, cioè a John: «Da 20 anni nostra madre ci perseguita». Ma che eleganza!

La Repubblica che fu

Carlo Caracciolo, fratello di Marella Agnelli madre di Margherita, ed Eugenio Scalfari, fondatori con la Mondadori de La Repubblica, sicuramente si staranno rigirando nella tomba. Ai loro tempi La Repubblica era un giornale aggressivo, con una posizione politica di sinistra, ma un vero giornale libero; c’è stata poi la proprietà di Carlo De Benedetti è lì è cominciata la metamorfosi sino all’incredibile showdown dell’ingegnere con i figli a cui aveva venduto il gruppo editoriale, facendo entrare in minoranza John Elkann e con l’epilogo della vendita dei figli De Benedetti all’erede di Agnelli e il tentativo di contrastare l’operazione da parte di De Benedetti padre con una offerta alternativa fatta ai figli e da loro non accettata.

Non è passato molto tempo e Yaki, come John è chiamato in famiglia, ha venduto tutta la catena di giornali locali che Caracciolo aveva creato, cedendola principalmente al veneto Enrico Marchi, a capo di una cordata di imprenditori locali. È così rimasto con La Repubblica, La Stampa (storica) e Il Secolo XIX di Genova.

Quello scontro con Urso

Nella logica che aveva animato anche suo nonno Giovanni, per due volte entrato nel Corriere della Sera, Yaki si è tenuto i giornali che pensava potessero dargli potere verso il mondo politico. Invece, prima ancora dell’esplosione della lite con la madre, si è trovato come presidente di Stellantis in uno scontro aperto con il governo e in particolare con il ministro del made in Italy, Adolfo Urso, il quale legittimamente reclamava per il livello infimo di produzione di automobili raggiunto in Italia: appena 600 mila all’anno contro una capacità produttiva del passato di 3 milioni di vetture all’anno. Da qui è nata la dichiarazione del ministro Urso, secondo cui il governo è pronto a entrare in Stellantis o addirittura a favorire l’arrivo in Italia di un altro produttore. E nel duro confronto con il governo è emerso clamoroso anche il ruolo negativo per lo stesso Elkann della proprietà de La Repubblica, fortemente schierata su posizioni antigovernative. Quindi l’editoriale del bravo direttore, Maurizio Molinari, sulla pretesa indipendenza del quotidiano, clamorosamente smentito dagli articoli a difesa della scarsa produzione di Stellantis in Italia e poi dal non rispetto del diritto dei suoi lettori di essere informati, addirittura non pubblicando, come è successo mercoledì 14, nessuna notizia sullo scontro in atto all’interno della famiglia Agnelli.

L’abilità del nonno Giovanni

Suo nonno Giovanni aveva avuto ben altra abilità di Yaki nella gestione dei giornali, che riusciva sempre a usare a proprio vantaggio. Lo testimoniano le vicende avvenute in occasione dell’ingresso di Muhammar Gheddafi in Fiat, organizzato da Mediobanca di Enrico Cuccia, per salvare la Fiat dalla grave crisi in cui si trovava. Come ho raccontato nel libro Le mani sull’informazione, all’epoca direttore de La Stampa, acquistata durante il fascismo dal nonno dell’Avvocato nonché senatore del regno e fondatore della Fiat, era Arrigo Levi, ebreo e combattente nel 1948 nella guerra di indipendenza di Israele in Palestina. Gheddafi era nemico di Israele. La firma del contratto di ingresso in Fiat doveva avvenire due giorni dopo rispetto a quando Levi consegnò a Giovanni Giovannini, amministratore delegato del giornale, l’editoriale che avrebbe voluto pubblicare per spiegare chi fosse Gheddafi. Giovannini chiamò il capo delle relazioni esterne, Luca Montezemolo, e il capo ufficio stampa Marco Benedetto e si fece ricevere da Agnelli consegnandogli il testo dell’editoriale. L’Avvocato lo legge rapidamente e con sorpresa generale fece questo commento: se fossimo editori e basta, questo articolo lo pubblicheremo senza indugio, ma siamo anche industriali e non dovremmo pubblicarlo. Invece lo pubblichiamo, di fronte alla faccia sbigottita dei tre.

Agnelli, da buon giocatore, aveva calcolato che Gheddafi avrebbe firmato il contratto solo il giorno dopo l’uscita dell’articolo e quindi lui lo faceva pubblicare in piena libertà per dare un avviso a Gheddafi, che naturalmente al momento della firma non fiatò. Non passò molto tempo e Fruttero & Lucentini, la fantastica coppia torinese di scrittori satirici pubblicarono nella loro rubrica su La Stampa un articolo molto pungente su Gheddafi, che essendo in quel momento azionista della Fiat e quindi comproprietario de La Stampa, protestò con decisione e Arrigo Levi fu costretto a dimettersi.

Sono sicuro, anche perché ha letto il mio libro, che Yaki conosca come si comportò il nonno Giovanni ai tempi di Gheddafi e quindi deve aver dato indicazioni precise come editore attraverso Gedi non solo a La Stampa e a Il Secolo XIX ma anche a La Repubblica.

Per John va tutto malissimo

C’è da dire che periodo peggiore di questo, il giovane John non avrebbe potuto immaginarlo. La madre Margherita aveva già attaccato la procedura ereditaria che ha portato, per volere del nonno Giovanni, a capo della ex-Fiat il maggiore dei fratelli Elkann, nati dal primo matrimonio di Margherita con il mio amico scrittore Alain Elkann. Era successo a metà del primo decennio del nuovo millennio. E il suo primo avvocato è stato Emanuele Gamna, torinese, figlio di Federico e di Marilù Rey di Villarey, nonchè marito della nobile siciliana Raimonda Lanza di Trabia.

Un giorno, alla fine del primo decennio, l’avvocato Gamna mi telefonò. Durante l’incontro, non essendo più l’avvocato di Margherita (lo era stato dal 2003 al 2004) nella controversia con la madre Marella, vedova dell’Avvocato Agnelli, mi offrì di pubblicare il libro che ha scritto su Margherita e su come lei alla fine lo abbia fatto denunciare dall’avvocato ginevrino Charles Poncet. Il libro, dal titolo M, l’importanza di chiamarsi Agnelli, è scritto molto bene ed è uscito per i tipi della nostra casa editrice nel 2011. Se ne trovano on line solo poche copie vintage, per cui lo abbiamo rimesso in commercio, perché faccia da base per capire che cosa sta ora succedendo con l’azione legale, che coriacemente Margherita Agnelli prosegue, assistita ora dell’avvocato milanese Dario Trevisan.

Sembra che la nota determinazione dell’Avvocato Trevisan stia facendo guadagnare alcuni punti a Margherita Agnelli, facendo anche perno sugli aspetti fiscali del caso. Il tutto è complicato dal fatto che l’Avvocato Agnelli, per poter far passare il controllo della società Dicembre all’erede designato John Elkann, avesse dovuto far perno sulla residenza svizzera della moglie Marella. Infatti, il diritto svizzero consente scelte non permesse dal diritto italiano. Ora è in discussione se Donna Marella avesse vissuto in Svizzera tutti i giorni necessari per esserne considerata residente. Sta di fatto che la volontà di Giovanni Agnelli di lasciare il comando al nipote John sono inequivocabili. Come il fatto che Margherita abbia accettato di ricevere in anticipo la sua parte di eredità con un accordo preciso con la madre, anche questo in virtù delle norme svizzere. Nonostante l’aver negoziato con la madre la sua parte di eredità e averla ricevuta, non le ha impedito e non le impedisce di rimettere tutto in discussione, appunto cercando di dimostrare che la madre non aveva vissuto in Svizzera per i giorni necessari a usufruire di quel diritto. La ragione della separazione dall’avvocato Gamna è proprio questa, che il professionista non voleva seguirla sulla strada di rimettere in discussione tutto, invece di un nuovo accordo.

Del resto, l’azione giudiziaria contro l’ex-braccio destro dell’Avvocato Agnelli, Gianluigi Gabetti (purtroppo deceduto) e del suo avvocato (di Agnelli) Franzo Grande Stevens, non ebbe esito positivo per Margherita: ambedue furono subito assolti dal tribunale.

Le cause di Margherita

Nelle cause avviate da Margherita c’è di tutto: soldi, azioni, quadri e potere anche per il secondo marito, Serge de Pahlen e per cinque figli avuti da lui.

Può darsi anche che siano stati commessi errori ed irregolarità. Certamente in ballo c’è anche la segreta anstalt del Liechtenstein dove ci sono anche i diritti del famoso motore inventato dal genio che lanciò la Punto, l’ingegner Vittorio Ghidella, che ha prodotto non poco reddito personale per gli Agnelli e chi sa quanti altri profitti potevano esserci in quella anstalt e magari ora non più in quella anstalt.

Sia come sia, tuttavia, nonostante la sua disinvoltura sulla non indipendenza dei giornali e il suo sentirsi probabilmente più francese che italiano in relazione non solo al padre, ma anche al nonno, rabbino capo di Parigi e poi di tutta la Francia, John Elkann è stato designato a capo della famiglia da suo nonno Giovanni. Ci sarà pur stata una ragione perché l’Avvocato ha fatto questa scelta. A MF-Milano Finanza siamo assolutamente critici sul comportamento di Yaki verso l’Italia, verso il sistema produttivo automobilistico italiano, verso anche le autorità italiane e soprattutto verso i lavoratori italiani. Ma pensiamo che la volontà di suo nonno sia stata chiara. Peccato che John Elkann sia andato ben oltre il nonno sul ruolo dei media, non come fonte di conoscenza corretta a tutela della democrazia, ma come strumento di potere, riducendo drammaticamente l’indipendenza che il secondo giornale italiano ha goduto fino a quando suo zio Carlo Caracciolo è rimasto l’editore de La Repubblica e di tutta la catena dei giornali locali. In un Paese non ci può essere democrazia se non ci sono media che fanno solo l’interesse dei lettori e non di chi li possiede come strumento di potere. Ma anche per questo ruolo bisogna saperci fare; purtroppo John, che pure è socio importante anche di The Economist, non consente, come mercoledì 24, a La Repubblica di non scrivere neppure una riga sul suo conflitto con la madre Margherita. Fino a superare, in condizionamento dell’informazione, il suo collega Francesco Gaetano Caltagirone, padrone de Il Messaggero. Così è troppo per una esile democrazia come quella italiana.

La democrazia è in pericolo nel mondo?

La democrazia è in pericolo nel mondo? Se lo domandano in molti, tenendo conto che nel 2024 andranno a votare 4 miliardi di individui, che corrispondono quasi alla metà della popolazione mondiale. E proprio perché ci saranno tutte queste votazioni sono già partiti centinaia di sondaggi, i cui risultati sono elementi appunto che sembrano mettere in pericolo la democrazia. In quest’anno, dopo Taiwan e Indonesia, si vota in Russia (e lì la democrazia ha da venire), ma anche in Messico, in India, in Sudafrica, nell’Unione europea e a novembre toccherà agli Usa. Basterebbero questi Paesi, decisivi per gli andamenti del mondo, a far temere che dalle urne escano pericoli per la solidità della democrazia. Pericolo che cresce se si tiene presidente che 10 Paesi hanno sospeso le elezioni e che si voterà anche in Paesi come il Pakistan, in Bangladesh, in Senegal, in El Salvador, in Azerbaigian…

Ma non vi è dubbio che i voti più decisivi sono quelli in Europa e negli Usa. Quelle in Europa sono di secondo livello, perché è di secondo livello il parlamento europeo. Mentre quelle negli Stati Uniti sono fondamentali, per il ruolo di guardiano del mondo che gli Usa hanno finora avuto. C’è chi pensa che la messa a nudo da parte del giurì delle debolezze del presidente in carica, Joe Biden, siano un enorme vantaggio per il più che pericoloso Donald Trump. A MF-Milano Finanza pensiamo esattamente il contrario. Pensiamo che sia partita la spinta a fare chiarezza, essendo evidenti per tutti le precarietà del presidente Biden sia per l’età ma anche per le indubbie fatiche che ha accumulato in questi quattro terribili anni. Tutto ciò dovrà spingere il partito democratico a fare una scelta capace di mettere in difficoltà il pericoloso Trump. E il nome c’è: ormai negli Usa si sente sempre più spesso: Michelle Obama, donna (sarebbe la prima presidente), di colore, intelligente, con alle spalle la grande esperienza al fianco del marito Barack per otto anni alla Casa Bianca. Sarebbe anche la prima volta che marito e moglie governano il Paese tuttora più importante del mondo. (riproduzione riservata)



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