

Sapete dove era Mario Draghi, martedì 12, dopo aver accettato il nuovo incarico europeo propostole dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen? A cena al ristorante Da Vittorio, ma non quello più famoso di Bergamo, bensì quello famoso per il pesce, a Porto Palo di Menfi in Sicilia.
Gesto classico di nonchalance del salvatore dell’Europa, come quando fu nominato presidente della Banca centrale europea. Anche Vittorio, proprietario del ristorante di Porto Palo, è bergamasco come il più famoso, ma dai tempi del terremoto del Belice fa il ristoratore nel comune di Menfi, che è la patria dei Baroni Planeta. Come si può vedere nella foto, la prima foto mai pubblicata in Orsi&Tori, Draghi è rilassato e sorridente con Vittorio e due nipoti del ristoratore.

Come se la decisione di aver provocato l’Europa con il suo articolo su TheEconomist e conseguente incarico, fosse la più naturale delle iniziative. Secondo la presidente della commissione Ue, dovrà elaborare una «strategia per difendere la competitività europea». Non un gioco da ragazzi, ma certo molto meno impegnativo di quando, nel 2012, da Francoforte, dove era arrivato a fare il presidente della Bce dopo l’esperienza come governatore della Banca d’Italia, dovette affrontare la più grave recessione del nuovo millennio. L’Europa (e non solo) erano in recessione dal 2008, quando il fallimento di Lehman provocò crack a catena e la sfiducia era all’apice della storia europea.
Con un lavoro paziente ma deciso, riuscì a convincere tutti componenti dell’esecutivo della Bce, con la sola eccezione del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che per uscire dalla crisi la Bce doveva offrire al mercato tutta la liquidità che serviva a tassi praticamente azzerati. Era l’esecuzione della famosa frase detta da Draghi il giorno prima, il 27 luglio, nella conferenza a Londra: «Whatever it takes», in italiano, appunto «tutto quello che serve». E nonostante il potere e il voto contrario del braccio destro di Angela Merkel, al vertice della banca centrale tedesca, Draghi fece approvare la decisione, che non solo ha fatto uscire l’Europa e il mondo dalla crisi ma che ha creato anni di benessere fino all’esplosione del Covid.
La presidente von der Leyen è tedesca ma sa che uno dei punti deboli nell’economia europea è ora proprio la Germania, dove sono solo un piacevole ricordo i governi fatti dai cristianodemocratici di Angela Merkel e i capi dell’Spd, i socialisti tedeschi. Oggi il governo tedesco è fatto dall’unione di tre partiti con idee assolutamente diverse se non opposte quali l’Spd del cancelliere Olaf Scholz, i liberali che sono i più a destra e i verdi che la pensano diversamente dagli altri due. Inoltre, la Germania si trova ad avere un grave onere dal prezzo quintuplicato del gas rispetto a quando arrivava attraverso i gasdotti dalla Russia, grazie all’intermediazione dell’ex-cancelliere tedesco Gerhard Schroeder.
Se la Germania è in crisi, il resto dell’Europa non può andar bene. E le idee di Draghi in materia sono le più profonde, anche se affronta il tema dalla domanda: «Un’unione monetaria europea potrebbe sopravvivere senza un unione finanziaria-fiscale?». Infatti molti davano l’unione monetaria dell’euro per morta appena nata, e in realtà, sostiene Draghi, è sopravvissuta perfino alla crisi del 2010-2012 solo grazie a soluzioni provvisorie, come Draghi qualifica la sua iniziativa di far sì che la Bce emettesse tutte la liquidità che serviva e a tassi rasoterra.
In ballo c’è il Patto di stabilità che servirebbe, nella versione in vigore, a impedire il trasferimento di risorse dai paesi ricchi ai paesi poveri. L’opposizione a questo trasferimento, dice Draghi, è feroce. Ma oggi è meno importante, perché dal 2012 (con lui presidente) la Bce «ha sviluppato strumenti politici per contenere le divergenze ingiustificate fra i costi dei finanziamenti dei paesi più forti e quelli più deboli e ha mostrato la volontà di usarli». E così i trasferimenti finanziari transfrontalieri sono meno necessari. In questo modo l’Europa, secondo Draghi, non dovrebbe più affrontare crisi causate da politiche inadeguate in vari paesi.
Insomma, la Bce sotto la presidenza Draghi ha messo una toppa a questa grave problematica. Ma ci sono stati gli showdown non controllabili come la pandemia, la guerra in Ucraina, la conseguente crisi energetica. Sono crisi che difficilmente i paesi possono affrontare e risolvere da soli. In teoria, quindi, c’è meno opposizione ad affrontarli con azioni comuni. In una visione positiva, Draghi sottolinea che per aiutare la transizione verde è stato istituito un fondo comune europeo da 750 miliardi di euro. Questo, dice Draghi, è spirito federalistico, che impone che i paesi che ricevono gli aiuti li spendano bene. E il riferimento non dichiarato va sicuramente all’utilizzo in Italia dei fondi del Pnrr.
E per essere Europa, i vari stati devono ora vincere una serie di sfide sovrannazionali come la difesa, la transizione verde, e la digitalizzazione. Ma il grave è che al momento, bacchetta Draghi, l’Europa non ha nessuna strategia federale per finanziare questi progetti e il paradosso è che i singoli stati non possono intervenire perché le normative europee impediscono gli aiuti di stato.
Ed ecco che esce fuori l’animo americano di Draghi, non solo per i suoi studi ad Harvard con il premio Nobel Franco Modigliani, ma anche per quanto mi disse la mattina del 28 luglio 2012, suggerendomi di non dare peso ai cali dei mercati quando annunciò che nel consiglio della Bce che metteva a disposizione tutto quello serviva, perché il presidente della Bundesbank aveva votato contro. Aspetti, mi disse, che aprano i mercati americani. E infatti Wall Street applaudì alla decisione e anche i mercati europei si ripresero. Ora Draghi non può fare a meno di dire che la politica del presidente Joe Biden «sta allineando la spesa federale, i cambiamenti normativi e fiscali al perseguimento degli obbiettivi nazionali degli Usa. Senza azioni, c’è il rischio che l’Europa non raggiunga i suoi obbiettivi climatici, non riesca a fornire la sicurezza richiesta dai cittadini e perda la sua base industriale a favore di regioni che impongono meno vincoli. «Per questo ritornare alle vecchi regole (il Patto di stabilità) sospese durante la pandemia, sarebbe il peggior risultato possibile».
La presidente della Commissione Ue, von der Leyen, conosciuta quest’analisi non ha perso un attimo a incaricare Draghi di «elaborare una strategia per difendere la competitività europea».
E Draghi la ricetta ce l’ha già in due punti: 1) allentare le norme sul bilancio degli stati e sugli aiuti di stato, consentendo (evidentemente anche creando più debito) di farsi carico dell’intero fabbisogno di investimenti. Ma poiché i bilanci statali nella Ue non sono omogenei, una tale scelta sarebbe inevitabilmente uno spreco. Le sfide del clima e della sicurezza o sono perseguite da tutti gli stati, raggiungendo gli obbiettivi, oppure nessuno ci riuscirà. 2) l’alternativa opzionale è rifare il Patto di stabilità per consentire di perseguire tutti gli stati le sfide condivise.
Dice Draghi che la Commissione Ue ha presentato nuove regole per il Patto di stabilità e a giudizio dell’ex-presidente del consiglio, i programmi di allargamento della Unione, possono consentire di scrivere nuove regole riguardanti il debito pubblico. Come è arcinoto, in particolare ai lettori di queste pagine, l’Italia è il paese messo peggio, molto peggio, per il debito pubblico, di gran lunga il più alto fra i maggiori paesi. Quindi l’Italia dovrebbe presentarsi ai cambiamenti del Patto con iniziative del taglio del debito. Draghi lo dice con la parola «scelte rigorose», ma subito diventa «Mister Punta e Tacco» come si autodefiniva il suo mentore Guido Carli, perché aggiunge che le decisioni oltre che rigorose devono essere «flessibili», per consentire ai governi di reagire allo shock.
Evidentemente Draghi conosceva i suoi polli, cioè la situazione alla Bce che proprio a seguire all’incarico ricevuto da Draghi ha deciso, guarda caso, un altro funesto rialzo dei tassi. E la critica di Draghi, ancor prima dell’ultima decisione di Francoforte, è feroce: l’attuale insieme delle regole non è né rigoroso né flessibile e porta a politiche troppo flessibili durante i periodi di espansione e troppo rigide durante i periodi di recessione. Ci vorrebbe una proposta della Commissione Ue che contribuisse ad affrontare tale prociclicità. «Ma anche se pienamente attuata, una tale scelta non risolverebbe del tutto il compromesso tra regole rigide, che devono essere automatiche per essere credibili, e flessibili». La soluzione? Fare come negli Usa, dove il governo federale ha potere libero di spesa, mentre gli Stati membri non possono avere il bilancio altro che in pareggio. Se la Ue si assumesse l’onore di federalizzare le spese per gli investimenti necessari agli obbiettivi condivisi e necessari, potrebbe far raggiungere l’equilibrio al suo interno. Ma Draghi ammonisce che, mentre si va verso le elezioni europee del 2024, la prospettiva di una spesa federale è irrealistica perché molti cittadini e governi non vogliono rinunciare alla loro sovranità che oltretutto imporrebbe la revisione dei trattati europei.
E a questo punto la visione di Draghi diventa fulminante. Finora la sicurezza dell’Europa è stata garantita dagli Stati Uniti, la crescita delle esportazioni dalla domanda della Cina e le risorse energetiche dalla Russia. L’America, l’americano Draghi non lo dice, non si adempierà probabilmente più a garantire la sicurezza europea visto cosa sta accadendo in vista delle elezioni statunitensi; e la politica americana verso la Cina crea difficoltà all’Europa sulle esportazioni al punto, come ho riportato, che il cancelliere Scholz ha chiesto alla VW di non investire più in Cina, con la risposta dell’amministratore delegato della più grande industria automobilistica che è impossibile, visto che il 40% del fatturato del gruppo proviene da lì. Mentre la guerra russa contro l’Ucraina e le relative sanzioni non faranno certo scendere il costo dell’energia dalla Russia. La conclusione di Draghi è che solo una Unione Europea più stretta può garantire la sicurezza e la prosperità.
La presidente von der Leyen gli ha assegnato il compito di elaborare una strategia per difendere la competitività europea. Un compito impossibile, come appariva quello di poter far avere dalla Bce tutto quello che serve. Draghi farà un altro miracolo? Bastano le sue idee? E chi le attuerebbe, non essendo lui più al vertice dell’unica istituzione vera europea, la Bce, che se la fa sotto per l’inflazione e non cessa di innalzare il costo del denaro, mentre gli Usa si sono già fermati?
Lo spettacolo, anche tragico, è sugli schermi dell’Europa e mai elezioni europee come quelle del 2024 sono senza precedenti per la loro importanza. Draghi ha un coniglio nel cilindro? La sua serenità al ristorante Da Vittorio era invidiabile. Vediamo cosà tirerà fuori per aumentare, ma di molto, la competitività europea. (riproduzione riservata)