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Quella corsa all’ultima azione in Stellantis tra Exor, i Peugeot e la Francia. E che effetti può avere sull’auto in Italia
Orsi & Tori Leggi dopo

Quella corsa all’ultima azione in Stellantis tra Exor, i Peugeot e la Francia. E che effetti può avere sull’auto in Italia

02 febbraio 2024, 20:00

Il ruolo di Parigi nell’azionariato nel colosso dell’auto può influenzarne le scelte in termini di produzione nei vari Paesi. E il nostro rischia di trovarsi con gli stabilimenti chiusi, ha minacciato il ceo Carlos Tavares. John Elkann dovrebbe ricordarsi dell’insegnamento dell’Avvocato: la Fiat deve essere importante per l’Italia e per il lavoro italiano

Nella vita di Stellantis è in corso un risiko che non riguarda solo il numero di auto prodotte nei vari paesi e in particolare quello minimo in Italia, con la polemica fra la presidente del consiglio Giorgia Meloni e Repubblica, il quotidiano controllato dal presidente di Stellantis, John Elkann. La critica di Meloni, come è ampiamente noto, è stata sul fatto che Repubblica aveva attaccato il governo preoccupato perché in Italia, dove ai tempi della Fiat si producevano 3 milioni di auto all’anno e ora se ne producono 600 mila. La scorsa settimana la polemica da industriale è diventata giornalistica, con il bravo direttore di Repubblica Maurizio Molinari, che ha tentato un’arrampicata di settimo grado senza corda sostenendo che Repubblica è un giornale indipendente, pur essendo posseduto da Exor e quindi da Elkann. Ma poi è arrivata la minaccia di Stellantis da Parigi: senza aiuti pubblici per le auto elettriche usciamo dall’Italia, ha detto il ceo Carlo Tavares.

Stellantis sempre più francese

E le critiche o meglio le paure dei sindacati si sono subito manifestate, credo legittimamente, su un ulteriore passo avanti nella completa, minacciata, francesizzazione di Stellantis. Giustificate perché anche se formalmente, cioè in termini di diritti di voto Exor risulta ancora il numero uno, sono avvenuti movimenti che hanno messo a nudo il diritto della famiglia Peugeot di salire in percentuale delle azioni dal 7,13% al 8,5%. Se la famiglia parigina esercitasse questo diritto (almeno che analogo diritto non lo abbia anche Exor) e una volta esercitato, come è avvenuto, da tutti e tre gli azionisti (il terzo è lo Stato francese) il diritto a crescere in termini di voti, la differenza che determina la maggioranza dei voti di Exor si ridurrebbe moltissimo.

In termini più precisi, essendo trascorsi i tre anni di possesso continuato delle azioni tutti e tre, appunto, sono saliti rispettivamente al 9,6% dei voti lo Stato francese che ha il 6,1% del capitale azionario; la famiglia Peugeot è passata dal 7,13% di azioni all’11,1% dei voti; ed Exor, per primo a esercitare il diritto di accrescere i voti, è arrivato con gli stessi al attorno al 23%, avendo in azioni il 14,9%. Il fatto è, come detto, che la famiglia francese ha un’opzione per poter salire nel capitale fino all’8,5%. Quindi, se esercitasse l’opzione lo Stato e la famiglia francese arriverebbero al 14,6%, cioè appena lo 0,3% in meno di Exor in termini di capitale.

Non sono noti i vincoli reciproci assunti dai tre azionisti, ma non è difficile comprendere che essendo Stellantis una società francese a tutti gli effetti, con in più all’interno lo Stato francese, il potere di primo azionista di Exor è alquanto precario. Ma per John Elkann, come ho scritto la scorsa settimana, molto probabilmente questo non è un problema, essendo al 50% francese e con un posizionamento al più alto livello Oltralpe, grazie al nonno paterno prima rabbino capo di Parigi e poi della Francia. Insomma, a Parigi John è a casa sua come a Torino.

La preoccupazione dei sindacati

Per questo i sindacati italiani, come ha riportato MF-Milano Finanza di giovedì 1 febbraio, si erano già molto preoccupati prima delle minacce di Tavares poiché uniscono la possibile evoluzione degli assetti azionari a quanto materialmente sta avvenendo in Italia. «La messa in chiaro che nei patti fra soci è previsto che la famiglia Peugeot possa salire all’8,5% del capitale, che sommato a quello dello stato crea un vantaggio solo dello 0,3% per Exor», ha detto a MF-Milano Finanza Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom-Cgil, «evidenzia che dal punto di vista delle strategie tutto ciò non può andare certo a vantaggio degli stabilimenti italiani». Anche perché, aggiunge Lodi, la quota dello Stato francese in molti casi è un valore aggiunto, visto che l’ultima parola ce l’ha sempre lo stato.

Sono sicuro che Elkann contesterà questa interpretazione, ma contano i fatti e soprattutto la sua opinione, che mi aveva esposto in chiaro all’inaugurazione del Cern in ottobre e che regolarmente Tavares ha confermato con le dichiarazioni di giovedì 1 febbraio: «Sono gli stati che devono creare le condizioni perché un impresa scelga dove produrre», mi aveva detto John. Amen!, che in ebraico vuol dire «certamente» ma anche «in verità».

Quegli sms sugli incentivi statali

Che cosa dovrebbe fare il governo italiano per rispondere all’affermazione di Elkann ribadita ora in maniera ancora più esplicita da Tavares? Gli incentivi all’acquisto di auto da parte dei cittadini? Se la richiesta era questa, è perché gli incentivi sono finiti o stanno per finire. Molti cittadini, compreso il sottoscritto, stanno ricevendo sms o mail targati con il brand nazionale Fiat che dicono: «Approfitta degli inventivi statali sulla gamma Fiat, ma affrettati, stanno per finire!».

Cliccando su questi indirizzi contenuti nell’sms, si scopre che viene offerto un finanziamento per la Panda al prezzo di 9.450 euro anziché 10.950, oppure si può prendere a noleggio con 35 canoni da 249 euro e un massimo di 35 mila km. «Offerta valida fino al 31.01.24». Ma l’sms mi è arrivato alle 9.47 del 1 febbraio!!!

C’è poi l’offerta per la nuova 600 e poi la 500 e la Tipo. Ci fosse un’auto che non richiama il passato, certo glorioso, ma così viene codificato che il marchio Fiat è solo per quelle che un tempo si chiamavano utilitarie. Una delle quali, la Tipo, fu quasi un fallimento fin dal primo lancio.

Ma MF-Milano Finanza non vuole entrare nel merito del prodotto. Constata solo che anche con le utilitarie, i numeri di produzione del 2023 sono appunto pari a 600 mila vetture e giovedì 1 febbraio Tavares ha minacciato l’uscita dall’Italia.

La storia della famiglia Agnelli non va dimenticata

Caro John, sai con quanta attenzione e simpatia personale sei stato accolto al vertice del gruppo italiano. Non credi che oltre a lamentarti del governo italiano che non avrebbe creato le condizioni per una grande produzione in Italia, dovresti non dimenticarti della storia dell’Italia e della tua famiglia? Tuo Nonno Giovanni ha fatto forse degli errori, ma ha sempre pensato che la Fiat dovesse essere importante per l’Italia e per il lavoro italiano. Lo sai bene che fermò il presidente da lui scelto, Paolo Fresco, quando lui aveva raggiunto l’accordo per una fusione con la Mercedes. Poi Sergio Marchionne fece il miracolo americano di prendere il controllo per Torino della Chrysler, riuscendo a far resuscitare anche la Fiat. Non credi che con tutto quello che la Fiat ha avuto dall’Italia, non meriti di aver preso il posto della Spagna di Paese non automobilistico prima che un altro uomo di Marchionne, Luca de Meo, portasse la Seat a produzioni elevatissime tanto da guadagnare la credibilità per diventare ed essere ora l’amministratore delegato di Renault.? Sembra quasi un paradosso che il miglior allievo di Marchionne, anche se aveva lasciato la Fiat per l’eccesso di impegno che richiedeva Sergio approdando al Gruppo Volkswagen, oggi sia a Parigi a fare concorrenza a Stellantis.

Non ti pare il caso, caro John, che per quello che hai avuto in Italia, tu ti debba far valere come presidente di Stellantis con poteri e ricreare posti di lavoro nel Paese dove hai potuto diventare un grande capo azienda? Pensi che tuo Nonno Giovanni sia contento di vedere quanti posti di lavoro l’Italia ha perso con la nascita di Stellantis?

La minaccia di Tavares

Specialmente ora che il ceo di Stellantis, Carlos Tavares, ha addirittura minacciato il ritiro completo dall’Italia. Una provocazione alla quale il ministro Adolfo Urso non ha esitato a rispondere che il governo è pronto a entrare nel capitale di Stellantis come ha fatto la Francia. Come dire che si sta ipotizzando esattamente l’opposto di quanto è storicamente avvenuto per il settore auto in Italia e cioè che la Fiat comprò l’Alfa Romeo, che era totalmente delle partecipazioni statali, dopo aver prima acquistato la Lancia, condotta quasi al fallimento dalla testardaggine del cementiere Carlo Pesenti. Giovanni Agnelli mostrò tale disprezzo verso la pessima gestione di Pesenti, che si presentò alla firma della transazione volutamente con qualche minuto di ritardo: Pesenti era seduto al tavolo nella sede della Fiat, in via Marconi e aveva accanto il presidente della Lancia Massimo Spada, ex-segretario dello Ior, la banca del Vaticano. Il grande Massimo Spada non voleva, ma un giorno il Papa di allora Giovanni XXIII, bergamasco come Pesenti (ma di Sotto il Monte), lo prese a braccetto per una passeggiata nei giardini del Vaticano. Arrestando la passeggiata disse a Spada: «Caro Massimo, come facciamo a dire di no al Signor Carlo». Era il buonissimo e rispettoso Papa di Bergamo di Sotto che nonostante fosse diventato Sua Santità, guardava sempre con rispetto il grande cementiere Pesenti. Spada si convinse, cercò finanziamenti facendo accettare la formula del formaggio Parmigiano Reggiano, cioè dando in garanzia le auto prodotte invece delle forme di Grana Padano. Con una differenza, mi spiegò, con la consueta ironia, il dottor Spada: Mentre le forme di formaggio col tempo migliorano, col tempo sui piazzali le automobili arrugginiscono. Dopo aver tentato di vendere a Mercedes, Pesenti dovette cedere per una lira ad azione proposta da Agnelli, il quale entrato nella sala si avvicinò al tavolo e lasciò il prezzo in contanti, firmò e girò i tacchi: giunto sulla porta si voltò verso Pesenti e con il gesto classico della mano gli sibilò «Ciao Carletto».

Quel «ciao» di Agnelli

Quel ciao di Agnelli, ora lo ripete Tavares al governo italiano e sta per avvenire il percorso opposto rispetto a quando Fiat acquistò dall’Iri l’Alfa Romeo. Tutto sotto gli occhi del nipote di Agnelli. Agnelli che certo dallo Stato italiano ha sempre ottenuto non poco, ma con uno stile diverso, visto che Elkann è anche presidente di Stellantis, la quale per bocca di Tavares lancia minacce. Fa bene Urso a ipotizzare di invertire l’epoca delle privatizzazioni? È difficile respingere il ricatto. Ma il contrappasso può essere in agguato per Elkann. Che un giorno sia lo Stato a mettergli sul tavolo un po’ di euro contanti?

Certo, l’industria automobilistica non è solo Fiat e l’indotto automobilistico italiano non è in crisi. Ci sono esperienza e tecnologia da salvare, mentre Elkann si gode il record di capitalizzazione della Ferrari raggiunto giovedì 1 febbraio, grazie anche al lavoro che aveva fatto Luca Montezemolo riuscendo a riportare il 100% della casa del Cavallino in Italia con il riacquisto della quota della finanziaria degli Emirati Arabi riuniti.

Premessa per poter quotare Ferrari, che giovedì 1 febbraio, dopo la notizia dell’arrivo prossimo del pilota numero uno al mondo, Lewis Hamilton, è diventata il n. 1 per capitalizzazione della borsa italiana (68 miliardi, con un fatturato di 6 miliardi). E che a Elkann non venga l’idea di conferire Ferrari in Stellantis per conquistare sì il comando, ma sempre da Parigi.

II caso Vision Pro di Apple

Duecentomila Vision Pro già prenotati, quando Apple se ne aspettava 80 mila. Vision Pro è un nuovo gadget per la realtà aumentata. Un prezzo robusto: 3.499 dollari, ma ormai le novità tecnologiche di uso possibile da parte dei cittadini generano un’attrazione irresistibile.

Prima di Apple aveva realizzato uno straordinario occhiale intelligente Meta, insieme a Ray-Ban, la società controllata da Luxottica. L’occhiale può essere comandato con la voce e consente di far ascoltare musica, inviare messaggi e fare le funzioni di una cinepresa o di uno smart phone. Ma la tendenza è forte perché anche ex-dipendenti di Apple, con la società Humane hanno lanciato una spilla (il nome è Pin) con cui si può interloquire a voce o a gesti con altri che hanno Pin. E la tendenza è così forte che la startup Rabbit ha venduto in poche settimane un gadget chiamato R1 che consente vocalmente di operare su Chat Gpt. Presentato a Las Vegas al Consumer electronics show ha avuto grande successo e in poco tempo ne sono stati venduti 100 mila.

Tutti questi dispositivi di fatto eliminano l’uso dei componenti finora tradizionali del mondo digitale e cioè le tastiere, il mouse e gli schermi…

Non c’è bisogno di molti commenti per ciò che sta accadendo nell’era della AI. Uno particolare segnalato è che alcuni primi utilizzatori di Vision Pro hanno lamentato mal di testa e che la batteria aveva una durata limitata di due ore. Per forza, che a coloro è venuto un po’ di mal di testa. (riproduzione riservata)



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