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Quell'errore della Lagarde, quel tentativo di Caltagirone
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Quell'errore della Lagarde, quel tentativo di Caltagirone

30 giugno 2023, 20:00 Ultimo aggiornamento: 14 luglio 2023, 19:26

La settimana caratterizzata dall'ostinazione del presidente della Bce sui tassi e dall'audizione in Parlamento di chi non vuole applicata una regola in Italia perché contrasta i suoi molteplici interessi

Nella classifica dei buoni e dei cattivi della settimana, a parte gli inevitabili protagonisti della guerra in Ucraina, ci sono due eccellenze assolutamente negative anche se di dimensione e ruolo ben diverso.

La prima si chiama Christine Lagarde. Non si capisce perché la immeritata erede del grande Mario Draghi al vertice della Bce abbia quasi un perverso godimento quando annuncia notizie negative come la comunicazione che, anche a luglio, il tasso di sconto subirà un altro rialzo. Forse pensa di imitare Draghi, che aveva colto l’occasione di una importante conferenza a Londra per pronunciare, il 26 luglio 2012, la famosa frase «Whatever it takes» (in italiano Tutto ciò che è necessario), che ha salvato l’Europa dalla drammatica e stagnante recessione di quegli anni. Invece, non solo la Lagarde fa arrabbiare non pochi governanti europei, ma ottiene un effetto recessivo su una economia continentale che da mesi non brilla. Anzi vede addirittura la Germania in recessione.

L’epopea di Lagarde

Il primo annuncio del rialzo dei tassi è stato più che legittimo quando, a causa in primo luogo della crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina, l’inflazione è schizzata in alto. Draghi era presidente del consiglio e non si è neppure sognato di dire una parola negativa sull’iniziativa non solo perché è un uomo che rispetta i ruoli ma perché proprio lui, che quasi azzerò i tassi, sapeva bene che l’inflazione doveva essere frenata. Ma oggi l’inflazione non è più provocata dalla crisi energetica da guerra della Russia all’Ucraina. In vari modi gli stati europei, visto che per gli Usa l’energia non è mai stato un problema, hanno trovato diverse strade per avere forniture regolari e a costi accettabili. L’inflazione, oggi, è provocata essenzialmente da chi sta approfittando di quanto era successo per non abbassare i prezzi e quindi, in definitiva, avere margini più alti del passato. Con ciò non voglio dire che non ci siano anche altre cause collaterali, ma invece sottolineare che con le dichiarazioni quasi stizzite della presidente Lagarde, la stessa non faccia altro che rendere strutturali i costi finanziari delle aziende per i tassi sempre più inevitabilmente alti da parte di chi presta denaro o chi, come l’Italia, è costretto a tenere alto il rendimento dei titoli di stato per poterli collocare, creando così una combinazione micidiale di inflazione.

I trend economici finanziari iniziano sempre da ragioni reali, ma possono essere allungati se chi ha il governo delle economie attraverso la determinazione della catena dei tassi di interesse non si rende conto che il trend va interrotto. E una recessione della Germania dovrebbe essere una motivazione più che valida per fare almeno quanto ha fatto la Fed in Usa, che pur essendo stata la banca centrale che per prima ha aumentato i tassi, nella riunione del 15 giugno ha tenuto fermo il tasso di riferimento fra il 5 e il 5,25%.

Il ruolo di Isabel Schnabel

Il paradosso, se vogliamo, è che istigatrice della Lagarde è la rappresentante tedesca nel comitato esecutivo, Isabel Schnabel, che è stata scelta dalla Bundesbank nel 2020 per il vertice della Bce e che è teorica dura della politica antinflazionistica attraverso l’aumento continuo dei tassi, evidentemente insensibile al fatto che il suo paese dopo anni e anni sia in recessione. Il rigore per il rigore. Se ci fosse ancora Draghi fra le due donne, sono quasi sicuro che quantomeno userebbe un tono diverso negli annunci, che giova ripeterlo sono il pane quotidiano dei mercati. E se uno accentua la voce, reagiscono con altrettanta drasticità.

Non sono quindi campate in aria le critiche di più ministri del governo Meloni nei confronti della Bce, pur nella sacralità della banca centrale europea, che con la gestione Draghi è assurta a vera e reale istituzione dell’Europa.

L’audizione di Caltagirone

Su ben altra lunghezza d’onda, ma certamente con effetti non limitati sul mercato dei capitali italiani, che è uno dei problemi centrali del paese, è la richiesta audizione di Francesco Gaetano Caltagirone alla commissione finanze del senato, che sta esaminando il decreto capitali elaborato dal sottosegretario Federico Freni, con il sostegno del ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, esponenti razionali e preparati della Lega. Era arcinoto che colui che ha fatto più fortuna fra i palazzinari romani (definizione storica de L’Espresso) era riuscito, grazie alla pressione politica che può esercitare con la catena di giornali che possiede e in particolare con il Messaggero di Roma, a far presentare un emendamento al decreto in cui si escludeva che il consiglio d’amministrazione in scadenza potesse presentare suoi candidati per il nuovo consiglio come avviene in tutti i paesi dove il mercato dei capitali è consistente. L’emendamento non è stato presentato, ma Caltagirone è stato incluso fra coloro che la commissione ha ascoltato.

Il primo programma prevedeva che a parlare alla commissione fosse l’avvocato Andrea Zoppini, legale di fiducia di Caltagirone. Invece ha voluto andare personalmente lui, il più ricco dei ricchi romani e non solo, con partecipazioni in Generali, dove all’ultima assemblea aveva tentato di bloccare la lista suggerita dal consiglio con una sua lista, e in Mediobanca, dove ha raccolto ultimamente quasi il 10%, visto che Generali di fatto è governata proprio da Mediobanca. Il testo è stato un po’ ammorbidito, ma in parlamento tutti sanno che a parte le parole usate, Caltagirone mira duramente a far passare nel decreto capitali la definizione di azionista rilevante oltre il 9%, con il diritto a voto plurimo. E nonostante i suoi giornali non abbiano mai considerato la Lega con particolare favore, potrebbe essere proprio qualche leghista a proporre un emendamento in linea con le richieste di Caltagirone sulla definizione di azionisti rilevanti. Tuttavia, se anche fossero assegnate particolari prerogative a chi ha più del 9%, la normativa non potrebbe riguardare materialmente Mediobanca, che in quanto banca risponde alle regole della Bce. Lo dimostra il fatto che l’alleato di Caltagirone, il defunto Leonardo del Vecchio, si è visto vietare in Mediobanca qualsiasi ruolo attivo dalla banca centrale europea, nonostante fosse arrivato quasi al 20% (esattamente il 19,4%).

È evidente che Caltagirone cerca di imporre la forza del suo denaro e della catena di giornali che controlla. Se riuscisse ad allontanare la normativa italiana da quella dei Paesi con reale mercato dei capitali, diventerebbe sempre più difficile tentare di far crescere il mercato italiano, dove come è noto solo il 25% dell’enorme risparmio italiano (secondo solo a quello giapponese) viene investito in titoli italiani. L’Italia ha bisogno di essere sempre di più omologa alle regole dei mercati internazionali, dove la possibilità del consiglio in scadenza di indicare una lista non è come sostiene Caltagirone un modo per perpetuare se stessi, ma piuttosto la via di seguire la best practice dei maggiori mercati dove finisce il 75% del risparmio italiano. Del resto, proprio in Generali c’è stato l’esempio che le regole seguite hanno prodotto risultati positivi: l’arrivo come ceo del francese Philippe Donnet ne è la conferma. È arrivato infatti dal gruppo concorrente Axa occupandosi prima dell’Italia per diventare numero uno operativo nel 2016 quando Mario Greco accetto l’offerta di Zurich. E il rinnovo del consiglio d’amministrazione attuato con il criterio della segnalazione del consiglio uscente ha portato alla presidenza un uomo di livello superiore, qual è Andrea Sironi, che è contemporaneamente presidente dell’Università Bocconi dopo essere stato per anni presidente di Borsa italiana. E i risultati economici ottenuti da Generali nell’ultimo anno sono superiori al piano presentato da Donnet e approvato dal consiglio in cui Caltagirone è riuscito a far entrare essenzialmente Flavio Cattaneo, oggi ad di Enel. Quindi come azionista di Generali, Caltagirone non può certo lamentarsi.

Il contrappasso di Mediobanca

Del resto è la cronaca parlamentare a indicare lo zampino di Caltagirone. Infatti a presentare un emendamento a favore di chi possiede il 9% (e Caltagirone lo possiede in Mediobanca, che gestisce Generali), ma non al decreto capitali bensì al decreto Fintech sono stati quattro parlamentari di FdI. L’emendamento è stato però ritirato perché il ministro Giorgetti lo ha bocciato, ben conoscendo le regole della Bce già sperimentate da Del Vecchio. Ecco allora che Caltagirone si è scatenato sul decreto capitali. E la partita non è chiusa nonostante ci siano regole e principi internazionali che dovrebbero suggerire al parlamento di non farsi condizionare dal potere di Caltagirone.

Piuttosto, per Mediobanca quanto sta accadendo è una sorte di contrappasso, visto che fu proprio il fondatore Enrico Cuccia a decidere di far passare a Caltagirone la proprietà del Messaggero nel momento in cui ci fu il crollo di Montedison, che aveva rilevato il quotidiano leader della capitale dalla famiglia Perrone. Il presidente di Banca di Roma, Pellegrino Cataldo, e l’ad, Cesare Geronzi, avevano altre idee ma Cuccia scelse Caltagirone.

Il caso è esemplificativo di quale deformazione generi in democrazia la proprietà dei media e in particolare dei quotidiani ma anche delle televisioni da parte di soggetti che hanno altre attività imprenditoriali prevalenti, concependo gli stessi media come strumento di potere e di pressione politica. L’Italia è disseminata di queste situazioni sia a livello nazionale che locale e per fortuna che il coraggio di Urbano Cairo e la saggezza di Carlo Messina e di Gaetano Miccichè, al vertice di Intesa Sanpaolo, hanno evitato che si prolungasse il controllo del Corriere della Sera e degli altri media di Rcs in mano alla famiglia Agnelli.

Agnelli, Moratti e la storia dell’editoria

Giovanni Agnelli era stato socio decisivo dell’Editoriale Corriere della Sera quando la proprietaria, Giulia Maria Crespi, si trovò in difficoltà e fece entrare la Fiat e i petrolieri Moratti. Poi, l’Avvocato era dovuto uscire, perché Giulia Maria Crespi e i Moratti avevano venduto alla famiglia Rizzoli. In realtà Andrea Rizzoli, in un sussulto di orgoglio inutile, volle comprare anche la quota di Agnelli che era diventato minoranza assoluta. Con una sorta di revanchismo, quando la P2 mise all’angolo i Rizzoli e il controllo finanziario passò al Banco Ambrosiano e alla controllata finanziaria La Centrale, Agnelli guidò la cordata che riprese il controllo del gruppo Rcs. E la sua frase fu storica, non certo a suo vantaggio: «Siamo tornati per bonificare». C’era da bonificare la P2 ma in realtà la gestione Fiat fu disastrosa e così potè intervenire Intesa Sanpaolo che appoggiò la scalata del giovane Cairo.

Dopo il regalo di Cuccia per Il Messaggero, Caltagirone non si è fermato e oggi controlla una catena che comprende Il Mattino di Napoli, Il Gazzettino di Venezia e quotidiani in Puglia, nelle Marche e Leggo. Insomma mezza Italia.

Gli Usa e gli editori puri

Una situazione che non esisteva in altri paesi democratici, dove l’esempio migliore erano gli Stati Uniti. I tre grandi quotidiani, The New York Times, The Washington Post e The Wall Street Journal, erano in mano a editori puri (definizione coniata da Piero Ottone) e lo stesso anche le catene di giornali locali. Resistono ancora posseduti da editori puri, cioè che hanno come attività fondamentale quella editoriale, The NYT e WSJ, mentre lo strapotere di Jeff Bezos di Amazon ha fatto cadere nelle sue mani il Post alla morte della mitica Katharine Graham, che aveva appoggiato i suoi giornalisti nella rivelazione dello scandalo Watergate e nella caduta di Richard Nixon. Ancor prima del Watergate, la grande editrice aveva consentito la rivelazione del Pentagon Papers sulla guerra in Vietnam. E non a caso Steven Spielberg ha dedicato alla Graham lo stupendo film The Post. Come non è un caso che anche la democrazia americana, indebolita l’informazione autonoma e professionale, abbia dovuto subire le violenze di un presidente come Donald Trump: e durante il suo potere si è ingigantita la violenza derivante dalla possibilità per i cittadini di comprare liberamente armi: il numero dei morti per arma privata è salito verticalmente, arrivando a 1,5 milioni da quando, dopo il Far West, fu fatta la legge. Il record di morti è nettamente superiore al numero di morti americani nelle varie guerre.

L’Italia non corre certo questo pericolo ma la caduta in mani impure come quelle di Bezos del più deciso quotidiano americano contro i nemici della democrazia, ha certamente favorito l’assalto a Capitol Hill da parte dei facinorosi di Trump, creando un vulnus inusuale e pericoloso nella democrazia americana.

Poiché in Italia la grande parte dei mezzi di informazione sono già in mano di editori impuri come Caltagirone, sarebbe grave se il loro potere crescesse fino a controllare due dei capisaldi del sistema finanziario e bancario italiano come Generali e Mediobanca.

Non sottovalutate Adriano Galliani

P.S. Mentre cresce la curiosità e l’interesse per l’apertura del testamento di Silvio Berlusconi, c’è chi si esercita a sminuire il ruolo di Adriano Galliani, definendolo Signor sì. Nessuno ha detto una parola di verità. Quando Berlusconi era nelle sabbie mobili della mancanza di una normativa per le televisioni private, Galliani, con la sua Elettronica Industriale produttrici di antenne, aveva consentito agli italiani del Nord Italia di non morire di Rai. Aveva inventato il sistema per captare, con una antenna speciale, il segnale della televisione della Svizzera e Telemontecarlo. Berlusconi lo scoprì e lo invitò a cena, anticipandogli che non si sarebbero alzati fino a quando lui non fosse diventato socio al 50% di Elettronica Industriale. L’offerta fu irrinunciabile e dopo non molto tempo centinaia di migliaia di utenti, senza nessuna violazione delle legge, cominciarono a vedere Canale 5… Se è decollato, con Canale 5, Berlusconi lo deve a Galliani in primo luogo. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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