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Quel tentativo di tirare Intesa Sanpaolo per la giacchetta
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Quel tentativo di tirare Intesa Sanpaolo per la giacchetta

21 marzo 2025, 19:30 Ultimo aggiornamento: 24 marzo 2025, 17:23

MF pubblica per prima la notizia di una linea di credito concessa dalla prima banca italiana a Francesco Gaetano Caltagirone: 500 milioni che serviranno verosimilmente come munizioni per le contese su Mediobanca e Generali. Ma chi pensa che il gruppo guidato da Carlo Messina con questo si sia schierato, si sbaglia. Per questi ottimi motivi

E il nome, almeno, di Sergio Marchionne? E il nome di Luca de Meo? E quello di Alfredo Altavilla, il più stretto collaboratore di Marchionne?

Nella lunga e compiacente audizione che il presidente di Stellantis, John Elkann, ha avuto in parlamento, mercoledì 19, non ha mai citato un nome di coloro che salvarono la Fiat e quindi anche il patrimonio della sua famiglia, oltre che di decine di migliaia di lavoratori. Ha esaltato con orgoglio che Stellantis è il quarto produttore al mondo con un fatturato di 157 miliardi di euro, ma si è guardato bene, oltre a non ricordare chi ha salvato la Fiat dal disastro, di dire che nel 2024 la casa automobilistica italiana ha prodotto in Italia soltanto 473 mila auto con un calo del 45,7% rispetto all’anno prima.

Più francese che italiano

Già, ma non è che non si sappia, che in realtà il nipote dell’Avvocato si sente e si comporta più da francese che italiano. A Parigi il suo cognome conta assai più, ormai, di quello di Agnelli, visto anche il ruolo importantissimo che ha avuto il suo nonno paterno, essendo stato prima rabbino capo di Parigi e poi di tutta la Francia. E i Rothschild, per dire un nome che conta moltissimo in Francia, erano inevitabilmente ma anche amichevolmente legati al nonno fraterno e al padre di John, Alain. Lo posso affermare con certezza perché quando Alain si fidanzò con la madre di John, Margherita Agnelli, e decise di trasferirsi a Torino, città della madre, Carla Ovazza, venne a Panorama accompagnato dall’allora capo dell’ufficio stampa della Fiat, Marco Benedetto, per chiedermi di farlo scrivere, volendo fare il giornalista, mi propose un’inchiesta fondamentale sui Rothschild di cui sapeva tutto e dalla quale ho attinto molto quando sono entrato in rapporti, per ragioni vinicole, con Edmond e poi Eric de Rothschild.

Quindi radici francesi, quelle di John, che oggi pesano assai di più, in tutti i sensi, di quelle del nome Agnelli e dell’Italia, considerata anche la disputa eterna con la madre Margherita.

Cosa c’entra con la crisi della ex-Fiat?

Si potrebbe dire: cosa c’entra tutto questo con la crisi in Italia della ex-Fiat? C’entra eccome perché, se le scelte fossero state altre, sia pure nelle difficoltà del mercato, per lo straordinario lavoro che aveva fatto Marchionne con due collaboratori come Luca de Meo e Alfredo Altavilla l’industria automobilistica italiana non sarebbe caduta così in basso e i posti di lavoro non si sarebbero dissolti. Non a caso de Meo, dopo essere stato a capo di Audi e poi di Seat in Spagna, ora è il capo di Renault, che sta andando decisamente meglio di Stellantis; e Altavilla che, lasciata per un errore fondamentale del governo italiano la presidenza di Ita dove rappresentava la possibilità di mantenere italiana la compagnia aerea nazionale grazie alla disponibilità del gruppo Aponte a investire, è ora il primo consulente per l’Europa di BYD, la grande fabbrica di auto elettriche cinesi alla conquista del vecchio continente che in questi giorni ha annunciato l’introduzione nei nuovi modelli in Cina di nuove batterie che in 5 minuti ricaricano un’autonomia di 400 km.

Che errore, Caro John, il non avere recuperato i migliori collaboratori di Marchionne e l’aver fatto decadere l’industria automobilistica italiana a questi livelli a tutto vantaggio di un gruppo con sede a Parigi. Si dirà, sempre Ue è, è vero, ma quanto ha concesso l’Italia alla Francia per non meritare che tutti i programmi siano al massimo concentrati sulla 500 (straordinaria, lo dico per esperienza diretta) e la Panda? Io credo che l’Avvocato si rigiri nella tomba e non tanto per l’incredibile guerra in famiglia con sua figlia Margherita, ma proprio per la attuale desolazione delle fabbriche di Torino e del resto d’Italia. Erano un simbolo di un’Italia vigorosa; sono il simbolo di una disfatta a tutto vantaggio di altre capitali.

In Parlamento, Caro John, hai detto che Fiat (Stellantis) risorgerà. Saremo tutti felici, specialmente se le ipotesi del nuovo ad di Stellantis riguardassero uno degli allievi di Marchionne, che, non va dimenticato, salvò la Fiat andando a prendere in Usa la Chrysler, ma solo appunto a vantaggio di un futuribile positivo delle fabbriche e quindi dei posti di lavoro in Italia. E sento già: ma Parigi è Ue e l’Italia è nell’Ue. Vero, verissimo, ma i lavoratori in cassa integrazione sono in Italia. Mentre Marchionne con la Chrysler aveva fatto risorgere anche le fabbriche italiane. Amen!

A lezione di AI con il professor Mario Rasetti

Che fortuna poter fare il punto sull’AI con il professor Mario Rasetti, che i lettori e i telespettatori dei media di Class Editori hanno avuto modo di conoscere e apprezzare in varie occasioni.

Caro Professore, Caro Mario, a che punto siamo?

«Siamo al punto», risponde il Professore tornato da tempo nella sua Torino, ma in contatto con tutti i più avanzati centri ricerche del mondo, «che di recente ho fatto una videocall con Brad Smith, president e vice chair di Microsoft: non conosce l’italiano ma parlava in italiano perfettamente, anche con il labiale perfetto per le parole italiane che diceva; stava usando il livello 5 del software di Open AI, di cui Microsoft è il principale azionista. Ha impressionato anche me».

Ma si sente dire che la AI consuma quantità enormi di energia…

«È più che vero, per addestrare ChatGtp sono stati spesi centinaia e centinaia di milioni di dollari per 520 megawatt e un’enorme quantità di acqua. L’AI rischia di schiantarsi contro il muro dell’energia se non saranno trovate soluzioni alternative».

E la competizione fra Stati Uniti e Cina come sta andando?

«La Cina ha avuto una difficoltà in partenza legata alla lingua. Noi abbiamo l’alfabeto. Gli ideogrammi cinesi descrivono parole e concetti, quindi loro sono partiti con difficoltà, ma hanno rapidamente chiuso il gap. Una delle loro mosse chiave è stata quella di offrire ai docenti cinesi delle università americane la possibilità di tornare in patria mantenendo le retribuzioni americane. Per i più bravi, tra i 250 e i 300 mila dollari all’anno. Quindi oggi tanti miei colleghi cinesi negli Stati Uniti sono tornati nel loro Paese e stanno spingendo la AI di Pechino verso la leadership».

Qual è il segreto del successo di GPT?

«La rivoluzione GPT sta nella T di Transformer. Il Transformer fa due operazioni. Una è l’interpolazione. Immaginate di avere miliardi di fotografie di volti di persone. E di ritagliare nasi, bocche, occhi ecc. mettendoli in tante scatole. Il Transformer è in grado di interpolare i singoli frammenti e creare come un collage volti di persone che non esistono. Se alcune delle persone originali soffrivano di una malattia riconoscibile, il Transformer consente di identificare le caratteristiche di questa malattia, o di classificare le nuove immagini in base a caratteri etnici, sesso ecc. Sul linguaggio il Transformer fa lo stesso. Prende un vocabolario, e misura la distanza che separa una singola parola dalle altre, nel senso di quanto le due parole vengono accostate. La minima distanza gli dà il messaggio che c’è una relazione tra le due parole, e il Large Language Model costruisce una frase in base alle probabilità che le due parole possano essere quelle giuste da accostare. Poi è servita una funzione che si chiama “attenzione”, ovvero verifica che la relazione sia coerente con la domanda».

E l’Europa?

«Occorre fare una cosa che faccia crescere la partecipazione europea all’intelligenza artificiale. L’Europa ad oggi sull’AI non c’è. Ha deciso di fare l’arbitro. Ha fatto bellissime regole, ma in partita ci sono Usa e Cina. All’Europa serve un Cern dell’intelligenza artificiale».

Ce la farà?

«Dipende dalle università. E l’Europa dovrebbe scegliere la via delle università per fare il Cern dell’AI, perché l’Università è di tutti e serve a preservare e aumentare il sapere dei cittadini. Perché il sapere deve essere dei cittadini, è di tutti, mentre oggi è di alcune potentissime aziende private».

Grazie Professore, aspettiamo novità.

Il vero ruolo di Intesa Sanpaolo 

Dunque, come ha rivelato in esclusiva MF di ieri venerdì 20, Francesco Gaetano Caltagirone, il primo protagonista della cementificazione di Roma nonché re del cemento, editore non professionale ma di interesse personale con la catena che ha al centro il Messaggero di Roma e a sud il Mattino di Napoli arriva in Puglia e verso nord, passando per Ancona, raggiunge Venezia con Il Gazzettino, ha chiesto un finanziamento di 500 milioni a Intesa Sanpaolo. E lo ha ottenuto perché Intesa Sanpaolo di mestiere fa prestiti e se chi li chiede è dotato di risorse e quindi è finanziariamente affidabile non fa distinzione. E infatti chi pensasse, come sicuramente molti hanno pensato, che con questo prestito la Banca si è schierata con Caltagirone e Delfin nella battaglia che hanno ingaggiato per conquistare Mediobanca e conseguentemente Generali, si sbaglia.

Gli uomini del ceo della Banca, Carlo Messina, e in particolare Mauro Micillo, capo di Imi Corporate & Investment Banking, hanno operato con i criteri che hanno fatto dell’istituto la prima banca in Europa per capitalizzazione e redditività. Del resto, quando è partito da parte di Caltagirone e Delfin (famiglia Del Vecchio) l’assalto a Mediobanca, la prima banca di affari italiana, attraverso l’Ops lanciata sorprendentemente da Mps, risanato dal duo Lovaglio-Bai e dove sono azionisti rilevantissimi proprio Caltagirone e Delfin, il ceo di Intesa ha preso subito la parola: in quanto prima banca italiana (ed europea) ha detto chiaramente che non si schiera con nessuno in questo affollamento di ops, comprendendo anche quella su Banco Bpm di Milano da parte di Unicredit, guidato dal banchiere d’affari Andrea Orcel.

La chiarezza del ceo Carlo Messina

Il vicedirettore di MF-Milano Finanza, Fabrizio Massaro, è un bravissimo cacciatore di notizie esclusive ed è stato il primo a scovare il finanziamento da parte di Intesa Sanpaolo a Caltagirone. Ma prima di pubblicarla, abbiamo svolto ogni controllo perché proprio dal fronte Caltagirone-Delfin si è verificata una immediata apertura al contatto con i nostri giornalisti. Non vi è dubbio, infatti, che da chi è schierato a supporto della manovra di ops lanciate negli ultimi mesi, si voglia far credere che Intesa Sanpaolo si è schierata.

In realtà e non solo per quanto accertato dalla redazione di MF-Milano Finanza e da me stesso direttamente, la scelta di Messina, di cui nessuno può mettere in dubbio la trasparenza, l’ha definita per tempo affermando che la banca è solo «spettatore» nel risiko in corso e di voler «restare lontano dalla confusione che c’è sul mercato». Ma naturalmente a Caltagirone e Delfin fa gioco che si possa pensare il contrario, vista l’autorevolezza di Intesa Sanpaolo e di Messina. E proprio per questo c’è più di un elemento che indica, al di là della capacità dei giornalisti di questo giornale, che la notizia sia stata fatta scappare volentieri proprio perché si pensasse che Messina si è schierato.

Le prossime mosse

Proprio dalla sede di comando di Caltagirone nei giorni scorsi era stato smentito che Caltagirone avesse messo in portafoglio un altro 1% di Generali, oltre la quota che già possiede. L’1% corrisponde a 500 milioni circa di costo. Ma invece dell’acquisto di azioni è assai probabile che si ricorra a strumenti derivati, imitando l’abilità di Orcel che ha dichiarato di avere appunto derivati che gli danno il diritto di voto nella prossima assemblea di Generali per il 5%. È anche possibile, nonostante la visione più semplicistica che lo accompagna, che Caltagirone possa avere usato una parte dei 500 milioni per rafforzare la sua partecipazione in Mps, che ha lanciato l’Ops su Mediobanca e che proprio nei giorni scorsi ha visto crescere significativamente la capitalizzazione in borsa, fin quasi ad avvicinarsi a quella di Mediobanca stessa. Ma una parte dei 500 milioni sarà stata sicuramente usata se non per comprare direttamente azioni di Generali per acquisire derivati con diritto di voto all’assemblea.

Al di là di com’è e come sarà l’esito delle ops sul mercato, resta più che saggia la dichiarazione di Messina che Intesa Sanpaolo vuole «restare lontano dalla confusione che c’è sul mercato». (riproduzione riservata)I



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