
Chi sa se questa volta, andando a prendere un caffè al bar di fronte alla sua casa di campagna in Umbria, la moglie di Mario Draghi, risponderebbe sconsolata come quando suo marito era candidato alla presidenza della Repubblica. «Sì, sì, mi ha detto che se glielo propongono lo farà». Questa volta non è in ballo la presidenza della Repubblica italiana, ma la presidenza dell’Unione o della Commissione europea. La signora Maria Serena Cappello mostrerebbe lo stesso sconforto se il marito diventasse capo del governo europeo? Ovviamente per un ulteriore impegno molto gravoso.
Il Professore e Presidente Mario Draghi è nato il 3 settembre 1947, quindi deve ancora compiere 77 anni. Il mandato di presidente della Ue viene nominato sei mesi dopo l’elezione del nuovo parlamento, a giugno, e dura in carica 5 anni. Nel caso terminerebbe a 82 anni. Il presidente Joe Biden, che pure non mostra la vitalità di Draghi, è stato eletto nel gennaio 2021 quando aveva 78 anni e tre mesi e se verrà rieletto per altri 4 anni alla presidenza degli Stati Uniti, entrerà in carica a 82 anni compiuti, essendo nato il 20 novembre 1942, finendo a 86.
Per Draghi sicuramente l’età non ha influenza. Può darsi che si sia preso l’incarico di redigere il Rapporto sulla competitività europea perché comunque è un lavoro di breve durata, ma anche di grande prestigio. Ed ha ricevuto l’incarico dalla attuale presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che si ritiene candidata per una riconferma. Questo dettaglio lascia far pensare che casomai Draghi sia candidato a presidente del Consiglio europeo, al posto del belga Charles Michel. Il presidente del Consiglio europeo coordina i lavori dello stesso Consiglio, composto dai Capi di Stato o di governo dei paesi membri della Ue e ha la funzione di dettare gli orientamenti generali ai quali gli organi dell’Unione europea devono uniformarsi.
Non che il presidente del Consiglio europeo comporti meno impegno, ma certo è meno stressante della presidenza della Commissione Ue. Quindi, forse, anche la signora Serenella potrebbe essere meno scettica che in occasione della scelta del Presidente della Repubblica.
Fuor di analisi familiare, che è sempre un’area privata, martedì 16 aprile Draghi ha già anticipato i tre filoni fondamentali del rapporto per rilanciare l’Europa che presenterà fra qualche settimana. E sono punti penetranti, radicali, e che ogni cittadino che si sente europeo non può non condividere, perché sono indispensabili per salvare l’Unione europea.
Draghi, prima di illustrare i tre punti chiave, non ha esitato ad affrontare il tema della politica delle proibizioni che gli Usa stanno provando a usare per mettere fuori gioco la concorrenza. Problema che si somma alla linea della Cina assolutamente pericolosa per l’Europa, mirando a portare in Cina tutte le parti della catena del valore nelle tecnologie avanzate e pulite, garantendosi le risorse necessarie, per rendere dipendente l’economia europea. E il commento è stato fortissimo: «Non è la competitività a essere viziata come concetto, è l’Europa che si concentra sulle cose sbagliate».
Ecco il coraggio dell’onestà intellettuale, fuori dal finto europeismo. Cioè, per esempio, nel settore fondamentale dell’energia, dove i vari Paesi hanno operato in maniera concorrenziale, guardando all’interno dell’Europa piuttosto che fuori. Per questo, sostiene Draghi:
1) Deve essere realizzato l’uso più efficace delle economie di scala a livello continentale, cioè in tutti i Paesi membri, superando la frammentazione del mercato in vari campi a cominciare appunto da quello dell’energia e delle telecomunicazioni. In altri termini, per questi due e altri settori si devono mettere le risorse a fattor comune perché ci sia una struttura europea che eroghi i servizi, il che naturalmente può avvenire attraverso precisi accordi di cooperazione fra le varie aziende europee. Per esempio, nel digitale solo quattro dei 50 competitor al mondo sono europei. E per poter competere è chiave il costo dell’energia, che è più alto di quello dei concorrenti, che spesso sono sovvenzionati dalla stato. Risultato: varie aziende decidono di non operare in Europa. E Draghi è ancora più preciso: «Dobbiamo contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti, su un sistema di difesa integrato a livello Ue, una posizione di leadership nell’innovazione deep-tech e digitale».
2) C’è urgenza di finanziare beni pubblici europei. Ma soprattutto Draghi indica i 10 macrosettori che richiedono di decidere quelli che devono essere sviluppati insieme e quelli da mantenere a livello nazionale. La raccomandazione è di favorire le economie di scala per il settore difesa e le telecomunicazioni «perché non è possibile che in Europa ci siano 34 gruppi di reti mobili». Oltre all’energia, occorre che si operi insieme anche per il settore dei computer. E tutto ciò può essere realizzato insieme solo se si realizza il progresso dell’Unione dei mercati dei capitali. Che senso ha che vi sia una borsa che ha il suffisso Euro (intendeva dire Draghi anche se non lo ha esplicitato) cioè Euronext, che però non comprende non solo la Borsa di Francoforte ma anche di altri Paesi importanti, mentre ci sono, a parte Parigi, solo le borse dei Paesi più piccoli, come quello di Amsterdam che garantiscono regole privilegiate con il voto multiplo alle stelle e tasse per le aziende che trasferiscono la residenza nettamente inferiori a quelli dei paesi di origine delle aziende lì quotate?
3) E la terza raccomandazione è quella più pesante ma più utile e perché si realizzi completamente Draghi non scarta la possibilità che riguardi solo alcuni stati. Si tratta di garantire l’approvvigionamento di risorse essenziali nel settore delle materie prime critiche, ma fondamentali per la transizione verde e digitale. Per questo Draghi propone un nuovo strumento che definisce strategico, capace di coordinare le politiche economiche. Se non si riuscisse a crearlo con l’adesione di tutti i Paesi, Draghi arriva a consigliare di valutare almeno l’obiettivo di un sottosistema di stati. Ovviamente non è questo l’obiettivo, ma solo una provocazione, più che una extrema ratio, perché la premessa di tutto è che, se l’Europa vuole essere competitiva non potrà esserlo che «con la piena coesione politica». Non vi è dubbio che l’obiettivo sia ambizioso, tenuto conto dei rapporti difficili fra molti stati membri, ma anche per la loro storia assolutamente diversa. Fu un grande atto di coraggio con un grande afflato quello che spinse Romano Prodi, quando fu presidente dell’Unione europea, di decidere di allargare a molti altri stati l’Unione. Romano è un sognatore realista e nessuno lo può criticare per questo, ma certo la conclusione a cui giunge Draghi, di ipotizzare nel caso anche solo un sottosistema, è una mossa realistica, la sola, forse che potrebbe spingere i paesi riluttanti ad adeguarsi.
Fra i tanti spunti interessanti, se non addirittura decisivi, che il Professor Draghi ha incluso nelle anticipazioni del suo rapporto, ne ha escluso uno particolarmente importante per il momento che il mondo finanziario e il mondo delle borse sta subendo. E forse Draghi lo ha omesso perché è certamente più un problema delle due grandi borse del mondo (New York e Londra), più che delle piccole o medie borse della Ue.
L’emissione di nuove azioni nei primi mesi dell’anno è stato di importo inferiore addirittura a quello del 1999. E molte delle società più attrattive del momento, come quelle tecnologiche, a cominciare da OpenAI, ma anche Stripe e SpaceX, si sono tenute lontane dalle borse, pur avendo un valore enorme. Che cosa sta succedendo?
Secondo McKinsey ma anche altre importanti società di consulenza e di analisi, per quanto riguarda le società tecnologiche un elemento di freno alla quotazione è il fatto che per arrivare sul listino occorre offrire al pubblico una grande quantità di informazioni che per società che si basano sul digitale e sul software può costituire un fattore di indebolimento della propria tecnologia a vantaggio della concorrenza.
Ma il fattore più importante va ricercato nel boom del private equity: sempre McKinsey indica che fino a poco più di 10 mesi fa i fondi di private equity avevano in portafoglio oltre 8,2 trilioni di dollari, come dire più del doppio di quanto avevano soltanto cinque anni fa. E se le società principalmente tecnologiche non si vogliono sottoporre all’iter informativo richiesto dal mercato, ci sono per loro appunto un numero notevole di fondi pronti a investire sostanzialmente in silenzio.
Per queste ragioni, visto che le società tecnologiche oggi prevalenti sono fatte di proprietà intellettuali, software, diritti d’autore; quindi, di beni immateriali che possono essere anche copiati o sottratti se solo diventano informazioni pubbliche, i fondi di private equity hanno buon gioco a vincere sulle borse.
Diverso è il discorso delle società immobiliari o altri beni materiali, che infatti continuano ad andare in quotazione. Con altra controindicazione a quotarsi per le società tecnologiche: se solo si limitassero a rendere noto l’essenziale, anche senza violare gli obblighi di trasparenza, sicuramente raggiungerebbero quotazioni più basse del loro valore. È insomma in po’ come il cane o il gatto che si mordono la coda.
In realtà sono anche gli investitori istituzionali che sono sempre più attratti dal private equity. Una statistica di fonte attendibile indica che la presenza di azioni non quotate nei loro portafogli in cinque anni, arrivando all’anno scorso, sono salite dal 6 al 10%.
Di fronte a questa situazione, c’è chi ricorda che gli investitori tradizionali, incluse le famiglie, in realtà finiscono per essere essi stessi investitori di private equity attraverso i fondi pensione e perché no, anche dei fondi comuni, che hanno statuti in cui possono investire fuori dalla borsa.
C’è una borsa importante che, vedendo il calo delle società che si quotano, ha immaginato che le autorità di controllo potessero rendere la vita più pesante ai fondi di private equity. È tuttavia difficile che una iniziativa di questa natura abbia successo. Così, c’è anche chi ha pensato di proporre che le informazioni da dare da parte delle società che si vogliono quotare possano essere minori e meno dettagliate. E in realtà una iniziativa simile all’inizio dell’altro decennio è stata presa negli Usa con il Business startups Act americano proprio per cercare di far crescere le Ipo. In prima battuta le nuove quotazioni sono salite del 25%. Ma un’analisi accurata delle società che avevano approfittato di questo abbassamento di rigore conoscitivo ha dopo pochi anni dimostrato che ciò aveva favorito l’offerta al mercato di società di bassa qualità.
Probabilmente l’unica via per cercare di riattrarre in borsa le società che oggi finiscono nei portafogli dei private equity potrebbe essere quella di evidenziare quanto i fondi siano esosi nel loro desiderio di guadagno e che ciò non faccia bene alle società che sono entrate in un fondo di private equity. Soprattutto per quanto riguarda la possibilità di liquidare l’investimento in caso di bisogno o per il solo fatto di voler rientrare del proprio investimento. E poiché è stato calcolato da un’autorevole società esperta di mercato quale è Bain, che oggi i fondi di private equity possiedono ben 3,2 trilioni di dollari di asset invenduti, se gli investitori li vorranno indietro nasceranno problemi seri. Emergerà allora che i mercati borsistici sono in fin dei conti il luogo dove si può realizzare la liquidità del proprio investimento.
Ma i trend in atto sono a sfavore delle borse, e non si parla di quelle minori. Sembra quindi arrivato il tempo, specialmente in Europa che venga condotta una profonda analisi di come i mercati borsistici possano essere modernizzati per raccogliere quanto sta finendo nei portafogli dei private equity. Ma purtroppo ciò difficilmente riguarderà le pseudo borse che hanno il prefisso Euro.
Proprio per la rivoluzione in atto con lo sviluppo di AI, è il caso che lo stesso concetto di mercato pubblico venga ripensato. Altrimenti le preoccupazioni sul calante peso delle Borse darà spazio crescente ai fondi di private equity, per i quali comunque si impone una normativa più rigida e più estesa di quanto non sia ora. (riproduzione riservata)