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Quel clamoroso autogol in Germania che l’Italia deve evitare
Orsi & Tori Leggi dopo

Quel clamoroso autogol in Germania che l’Italia deve evitare

06 settembre 2024, 19:30

Una coalizione di governo che non tiene, date le differenze ideologiche, e un atteggiamento miope nei confronti della Cina sono tra le cause della debacle economica dell’ex locomotiva d’Europa, testimoniata dalla crisi della Volkswagen. E l’Europa stia a sentire le parole di Mario Draghi per evitare una marginalizzazione definitiva

Vi ricordate quando il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva quasi ingiunto ai vertici della Volkswagen di cessare di investire in Cina? La risposta dei vertici della prima casa automobilistica al mondo fu secca e immediata: «Il governo è consapevole che in Cina realizziamo il 40% del fatturato e degli utili?». Non ci fu replica, tale era il peso della Cina nel fatturato e negli utili della casa il cui nome tradotto vuol dire automobile del popolo. Da mercoledì 4 settembre è chiarissimo perché il cancelliere Scholz aveva fatto quella richiesta: sapeva che sarebbe esplosa la crisi in Germania ed Europa. Infatti, come ha dichiarato mercoledì 4 il direttore finanziario della casa, Arno Antlitz, prima del Covid si vendevano in Europa 16 milioni di auto, dopo si era scesi a 12 per risalire a 14. Poiché la VW ha il 25% del mercato europeo, vuol dire, ha affermato Antlitz, che la prima fabbrica di auto al mondo ha perso stabilmente in Europa circa 500 mila auto all’anno. E ha aggiunto: «Abbiamo un anno, massimo due di tempo per raddrizzare la situazione». Conseguenza: la società, come ha annunciato il ceo Oliver Blume, toglierà la garanzia del posto di lavoro per 110 mila dipendenti.

E se la Volkswagen non facesse il 40% del fatturato in Cina il disastro sarebbe ben maggiore.

Il tramonto del mito tedesco

Circoscrivendo il ragionamento in prima battuta solo alla Germania, dove da 90 anni non è avvenuto un licenziamento, la prospettiva è che siano chiusi gli stabilimenti di Osnabrück in Bassa Sassonia e di Dresda in Sassonia. È il tramonto del mito tedesco e se alcuni evocano come causa soprattutto l’introduzione delle auto elettriche (Bmw ha dovuto richiamare 140 mila Mini Cooper elettriche per il rischio di incendi), in realtà è il fallimento di un governo composto da tre partiti con idee e posizioni scarsamente convergenti: se infatti il cancelliere è il capo del partito socialista, quindi progressista almeno sulla carta, gli altri due componenti sono i liberali, che sono nel migliore dei casi centrodestra, e il terzo i verdi, che hanno molti indirizzi difficilmente conciliabili sia con il partito di Scholz che con i liberali.

Quindi, in primo luogo, quella che è diventata la prima grave crisi economica tedesca dalla riunificazione e dagli anni floridi dell’alleanza fra Angela Merkel, capo dei cristiani democratici, e della Spd, il partito socialdemocratico di Willy Brandt, è una crisi di impossibile piena convergenza fra i tre partiti che compongono l’attuale governo. E se si guarda la realtà economica, il grande benessere è stato creato dalla Merkel con una scelta radicale di diventare il primo partner mondiale della Cina, come comprova quel 40% di fatturato della VW nell’immenso mercato cinese.

Le ragioni della crisi di Berlino

Per anni la Merkel ha condotto missioni con jumbo jet carichi di imprenditori e capi azienda e la Cina è diventata il primo partner commerciale di Berlino. L’ultimo dato annuale è ovviamente del 2023 e l’interscambio è stato di 250 miliardi di euro, comunque con già un calo del 15%. E a maggio di quest’anno le esportazioni tedesche verso la Cina sono scese su base annua di un altro 14%.

In primo luogo, quindi, la crisi economica tedesca, che è la più grave fra i maggiori paesi europei, è dovuta alla mancanza di un’azione del governo coerente con quanto aveva scelto verso la Cina la cancelliera Merkel, che forse anche per questo viene descritta intenta a scrivere le sue memorie. Da tedesca dell’est, quindi sotto il giogo dell’Unione sovietica, la Merkel aveva avuto l’intelligenza di fare governi con il partito politicamente più vicino alla linea dell’Unione cristiano-democratica, di cui dopo la caduta del muro di Berlino era diventata progressivamente leader. E il partito più vicino è stato la Spd, cioè i socialisti ora condotti al fallimento da Scholz.

Un fallimento che ha ridato fiato alle ultime elezioni, nei giorni scorsi, in alcuni lander all’estremismo di destra e addirittura a rigurgiti nazisti.

Quali lezioni si possono apprendere

Le lezioni che arrivano dalla Germania sono più di una: 1) i governi di coalizione con partiti che non hanno gli stessi valori, inevitabilmente conducono anche a crisi economiche; 2) questi governi, neppure opportunisticamente, hanno voluto tener conto che parte rilevante del grande successo economico era dovuto anche, se non principalmente, alla scelta di essere il primo partner economico commerciale del paese più grande del mondo, cioè la Cina, indipendentemente da ogni valutazione ideologica; aver interrotto questa linea per arrivare fino all’indicazione da parte del cancelliere Scholtz di chiedere alla VW di disinvestire dalla Cina dovrebbe essere, visti i risultati, una lezione per tutti i paesi del mondo occidentale, inclusa l’Italia.

Il paese con il più grande mercato del mondo in termini di abitanti e non solo è la Cina, con 1,5 miliardi di cittadini. Alla Cina si era chiesto di entrare nel Wto per il rispetto delle regole del commercio internazionale. Oggi gli Usa sono lì per cercare di annullare il ruolo dell’Organizzazione mondiale del commercio. Ed è la Cina che tenta di difenderne il ruolo. Un paradosso che si traduce in situazioni paradossali: la Cina, per esempio, è stata per decenni la più grande fabbrica per i prodotti della Apple. Come non poteva non pensare che, realizzandoli, la Cina acquisisse negli anni anche una competenza nel settore, capace di diventare sua concorrente nei device? E questo è soltanto un caso, ma la incoerenza politica verso la Cina è la maggiore minaccia per l’economia mondiale.

Il ruolo della Cina

È vero, il presidente Xi Jinping non è esattamente della stessa idea di chi ha determinato la crescita prorompente dell’economia del paese, cioè Deng Xiao Ping, che aveva teorizzato e realizzato «un Paese socialista con strumenti capitalistici». Cioè, il presidente Xi, anche nella postura, è assai diverso dal minuto vicepresidente Deng, ma persegue con costanza gli stessi obbiettivi, cioè, migliorare le condizioni di un popolo di 1,5 miliardi di persone. E che la linea cinese sia aperta alla collaborazione, ne ha avuto conferma anche la presidente Giorgia Meloni, durante il suo recente viaggio a Pechino e Shanghai, pur essendo lontana mille miglia dalla ideologia socialista.

E gli errori che ha fatto l’attuale governo tedesco verso la Cina, nel chiedere che la maggiore azienda automobilistica al mondo disinvestisse da lì, danno spazio all’Italia proprio nel settore dell’auto elettrica. E prontissimo a coglierne l’opportunità è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, aprendo le porte per una fabbrica in Italia di Dongfeng Motors; una fabbrica che fungerà da hub produttivo per tutta l’Europa. È questo un grande segno di saggezza, proprio mentre si celebrano i 700 anni di Marco Polo che per primo intuì i vantaggi di relazioni con la Cina, allora impero. Fare sviluppo economico in partnership non vuol dire doverne condividere le ideologie, ma certamente produrre ricchezza insieme fa bene anche sul piano politico. Occorre dare atto al governo Meloni, che non può avere certo simpatie per l’ideologia socialista, di aver compreso come l’organizzazione mondiale della produzione e quindi della creazione di ricchezza sta cambiando e quindi come la Cina sia una grande opportunità per L’Italia per un forte interscambio economico e commerciale. E per quanto ho potuto constatare personalmente proprio durante la recente visita in Cina della Presidente Meloni, con in testa il Quotidiano del Popolo che è l’organo del partito oltre che un sistema multimediale con oltre 3 mila giornalisti e corrispondenti in tutto il mondo, non solo per Marco Polo ma per storie millenarie, la Cina ha molta voglia di sviluppare i rapporti, anche finanziari, borsistici e industriali, come quello sulle auto elettriche in Italia e la partecipazione nell’Industria Italiana autobus (Iia). Anche quest’ultima operazione sotto l’egida del ministro Urso, per rilanciare un’azienda che era entrata in crisi.

I due volti di Mario Draghi

Che differenza c’è fra il Mario Draghi presidente della Bce, che nel famoso discorso a Londra a ridosso della riunione del consiglio della Banca centrale europea, disse duro: «Faremo tutto quello che serve» di capitali per far uscire l’Europa dalla grave recessione in cui si trovava e il Mario Draghi autore del Rapporto sulla competitività europea, commissionatogli alcuni mesi fa dalla presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, ora di nuovo al vertice del governo europeo?

Una prima differenza è che quello di Londra era un annuncio della determinazione di quanto avrebbe fatto nonostante la scontata opposizione del governatore della Bundesbank, Jens Weidmann. Comunque, la notizia che il rappresentante della banca centrale tedesca aveva votato contro il quantitative easing ebbe il suo effetto e i mercati non reagirono subito bene alla scelta decisa di Draghi. Tanto è vero che gli telefonai nella tarda mattinata per capire e lui deciso mi rispose: «Non c’è da preoccuparsi. Aspettiamo l’apertura dei mercati americani e si vedrà che la notizia dei fondi che la Bce immetterà nel sistema sarà accolta con rialzi». Ebbe ragione, anche perché aveva ben preparato la spiegazione del suo piano agli amici americani, essi stessi alle prese da una pesante recessione.

Draghi e l’Europa

In sostanza aveva concepito il piano, che in effetti rilanciò lo sviluppo non solo europeo, ma era anche nelle condizioni di attuarlo, avendo i poteri necessari e il consenso di tutto il consiglio meno uno, Weidmann. E la sua credibilità sui mercati salì alle stelle.

Ora la situazione è diversa, quando all’inizio della prossima settimana illustrerà ufficialmente le 400 pagine del piano per salvare l’Europa accanto alla presidente della Commissione Ue, sarà, semplicemente, anche se al massimo livello, er consulente, come direbbero a Roma.

Si era parlato, quando ricevette l’incarico, di un possibile ruolo ufficiale nella Ue, in particolare della presidenza del consiglio europeo, ma credo, al di là di altri fatti, che questa volta abbia vinto sua moglie, la quale, quando il parlamento italiano doveva eleggere il Presidente della Repubblica confidò sconsolata al barista, di fronte alla casa di campagna in Umbria che gli chiedeva se il Presidente avrebbe accettato di andare al Quirinale, «temo che accetterebbe».

Sta di fatto che di un ruolo a Bruxelles non si è più parlato e anzi si è saputo che il desiderio di Draghi è di non avere impegni fissi. Conoscendolo fin da quando fu nominato in rappresentanza dell’Italia, con la benedizione di Guido Carli, nel board della Banca mondiale a Washington, non sono sicuro che rifiuterebbe di essere una sorta di commissario straordinario per il coordinamento dell’attuazione del Rapporto sulla competitività europea.

In ogni modo, quanto scrive nel Rapporto è più che condivisibile. Ed è significativo che ancora una volta a scuotere l’Ue sia proprio lui, che non la manda mai a dire.

La massima integrazione

La raccomandazione fondamentale del Rapporto è l’integrazione; se i paesi della Ue non cercheranno e attueranno la massima integrazione, quello che è già un gap pesante rispetto agli Usa ma anche alla Cina diventerà tale da marginalizzare l’Europa sulla scena globale. E purtroppo molti paesi fra i quali in primo luogo quelli entrati nella Ue più di recente, provenienti magari da esperienze comuniste, sono contrari alla totale integrazione anche, e in primo luogo, sul piano militare. Poi, dall’inizio degli anni 2000 il pil per cittadino europeo, a parità di potere d’acquisto, ovviamente aggiustato in base ai prezzi di ogni paese, è stato inferiore di circa 1/3 rispetto a quello degli Usa. Ma ciò che sorprenderà di più è l’analisi di Draghi, da economista ma anche da politico, sul fronte della difesa militare. Devono essere destinate molte risorse alle armi, altrimenti l’Europa sarà in pericolo reale. Rispetto a questa esigenza peserà non poco l’atteggiamento di alcuni paesi dell’ex-blocco comunista; basta pensare all’atteggiamento dell’Ungheria, che fra l’altro ha ora la presidenza di turno dell’Europa, nei confronti del sostegno del mondo occidentale all’Ucraina. Mentre, secondo Draghi, l’integrazione, la cooperazione, e il coordinamento di tutti gli stati europei deve essere di livello enormemente superiore a quanto è stato finora per poter tenere il passo dello sviluppo non solo degli Usa ma anche della Cina e della Russia. E questa battaglia campale la si vince solo se l’integrazione avverrà con un salto fondamentale nel campo della tecnologia. Occorre pareggiare se non superare sia gli Usa che la Cina nello sviluppo di tutte le nuove tecnologie. La via è quella ancora una volta dell’integrazione, nel senso di un progetto di crescita tecnologica comune.

I padri fondatori di quella che è oggi la Ue abbraccerebbero forte Draghi per questa analisi spietata e cruda per dare un futuro vero all’Europa; se, sia pure con le storiche alleanze occidentali, l’Europa vorrà essere non solo l’erede delle più antiche civiltà ma anche in grado di garantire un futuro adeguato e di pace ai suoi cittadini, le parole di Draghi non potranno essere disattese. E rientrando nel suo campo più naturale, Draghi pone in maniera categorica anche la questione di un vero mercato europeo dei capitali. È ridicolo e soprattutto antieuropeo che ci sia oggi un mercato dei capitali, una borsa chiamata Euronext e di cui non fa parte il Paese che finora è stato economicamente più forte, la Germania, e per contro ne facciano parte piccoli paesi come l’Olanda, che offrono alla borsa di Amsterdam trattamenti fiscali e normativi tali da spiazzare e marginalizzare le altre borse. Un mercato dei capitali vero europeo è fondamentale per finanziare, pena la marginalizzazione della Ue, sia la transizione verde che quella digitale.

In fin dei conti, l’unica istituzione finanziaria che ha assunto un vero ruolo europeo è la Bce, ma da quando (e con quale opposizione tedesca) l’ha gestita Draghi. Non è quindi insignificante che la presidente della Commissione (cioè, il governo) Ue, la tedesca von der Leyen abbia scelto Draghi, un italiano speciale, per tentare la svolta. (riproduzione riservata)



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