Nel primo semestre del 2025 la raccolta totale (di mercato e captive) nel mercato italiano del private debt si è attestata a 464 milioni di euro, in calo del 21% su base annua.
Di contro, gli investimenti balzano del 66% a quota 2.112 milioni di euro, spalmati su 94 società contro le 80 del primo semestre 2024. Questa la fotografia scattata dall'ultimo rapporto elaborato da Aifi in collaborazione con Cdp.
La raccolta degli operatori italiani «resta piccola e, come per il private equity, servono più operatori domestici», sostiene il direttore generale Aifi, Anna Gervasoni.
Il 2025 si presenta comunque come «un anno significativo, in cui il private debt è giunto a una certa maturità anche se c'è spazio per crescere» alla luce della complementarietà tra private debt e private equity, che «lavorano insieme non solo nelle operazioni di buyout ma anche in quelle di sviluppo e di clusterizzazione».
Un quadro che, a detta del presidente dell'associazione Innocenzo Cipolletta, chiama per «un'azione di sistema per aumentare la dimensione degli operatori italiani».
Sul fronte degli investimenti, i soggetti domestici hanno realizzato il 61% del numero di operazioni, mentre il 78% dell'ammontare è stato investito da operatori internazionali.
Analizzando il ruolo nella strutturazione dei finanziamenti, emerge che nel 40% dei casi l'operatore ha agito nell'ambito di un club deal (numero contenuto di soggetti che ha strutturato l'operazione), nel 25% in qualità di arranger unico (operazione strutturata da un solo operatore di private debt) e nel 20% come partecipante a una sindacazione (adesione ad una operazione strutturata da altri soggetti).
Agli investitori esteri piace l'Italia. Gervasoni infatti spiega che: «i flussi paneuropei sono rimasti importanti, a testimonianza del fatto che la percezione del rischio dell'Italia è considerata più che accettabile dagli operatori internazionali».
I dati relativi alla struttura delle operazioni mostrano una prevalenza di finanziamenti senior sia in termini di numero di operazioni (56%) che di ammontare investito (73%), seguiti dall'unitranche (12% dell'ammontare investito e 29% del numero di operazioni). Mediamente, la durata delle operazioni è pari a quasi sei anni, mentre il tasso di interesse applicato consiste in uno spread medio del 4,9% sopra l'Euribor, che nella maggior parte dei casi è quello a 6 mesi. infine in un terzo dei casi i finanziamenti sono legati a criteri Esg.
In termini di obiettivo, il 48% dell'ammontare investito ha riguardato operazioni per lo sviluppo, all'interno delle quali la crescita esterna ha rappresentato la componente principale con il 39%, mentre il finanziamento dei buyout ha attratto il 27% del totale. Guardando poi al numero di operazioni, hanno prevalso i buyout (42%), seguiti dai progetti di sviluppo (37%). (riproduzione riservata)