Per ora a sostenere la ripartenza dei Piani Individuali di Risparmio (Pir) sono stati di fatto solo i comparti a reddito fisso. Ma d’ora in avanti potrebbe tornare un certo interesse anche per l’azionario, soprattutto grazie alle valutazioni molto interessanti della pmi quotate. Questo il nocciolo di uno studio di Equita, condotto dal capo dell’Ufficio Studi Luigi de Bellis, in cui si tirano le somme di questi strumenti pensati per avvicinare i risparmiatori all'economia reale.
Dopo tre anni con deflussi superiori ai 4 miliardi, calcola la sim, nel 2025 i Pir sono tornati in territorio positivo, con una raccolta di 1,9 miliardi: ma la quasi totalità degli afflussi (1,6 miliardi) viene dai comparti a reddito fisso. Una fotografia, in piccolo, di quanto sta accadendo anche nella più vasta industria dei fondi comuni. Tra le società di gestione che si spartiscono i 20,8 miliardi di masse dei Pir ordinari (Equita stima per fine anno quota 21,5 miliardi) la metà del mercato è in mano a due società di gestione: Intesa Sanpaolo, che ne detiene il 26%, e Mediolanum al 24%.
Il punto ora è capire se anche sulla parte azionaria torneranno gli afflussi. De Bellis mostra un certo ottimismo, per tre motivi. Primo, un contesto macroeconomico favorevole alle pmi. Secondo, il sostegno istituzionale: citando MF-Milano Finanza, Equita ricorda che la Consob ha recentemente approvato il primo veicolo di investimento del Fondo Nazionale Strategico Indiretto (Fnsi), gestito da Cdp e istituito dal Mef, che punta «a mobilitare risorse per almeno 1 miliardo a partire dal 2026, e si propone di rilanciare sia il mercato delle ipo sia quello secondario delle pmi».
Terzo, ma non per importanza, le valutazioni. Secondo i calcoli di Equita la medie capitalizzazioni trattano oggi a 13,9 volte gli utili attesi nel 2025 e 12,7 quelli stimati per il 2026, «con uno sconto di circa il 15% rispetto alla media degli ultimi cinque anni». Nel confronto con il mercato italiano nel suo complesso, prosegue De Bellis, le mid cap presentano «un premio del 17% in termini di rapporto prezzo-utili attesi nel 2026». Le small cap trattano invece, rispetto ai competitor europei, a sconto del 10% in merito agli utili attesi nel 2025. (riproduzione riservata)