
Non è probabilmente il più alto guadagno annuale assoluto di un manager, ma l’annuncio che l’ad di Unicredit, Andrea Orcel, ha guadagnato per l’anno 2023, ben 9,75 milioni di euro non è passato naturalmente inosservato, specialmente perché MF di mercoledì 13 lo ha messo in prima pagina.
Ma non per fare scandalo, bensì per poter spiegare, come ha fatto Il Quotidiano dei mercati Finanziari vicino al compimento dei 35 anni di vita, che, quando un capo azienda fa guadagnare molto bene gli azionisti e fa decidere dal consiglio trattamenti speciali per i dipendenti, è equo che anche il suo emolumento salga fino ai livelli massimi.
Scrive infatti Luca Gualtieri nell’articolo di mercoledì 13 su MF: «Nel 2023 il Ceo Andrea Orcel ha raggiunto tutti gli obiettivi che i soci di Unicredito gli avevano posto. Per questo in base alle decisioni prese dal cda dell’anno scorso riceverà 9,75 milioni, rispetto ai 7,5 incassati per l’esercizio 2022».
Era stato nella primavera del 2023 che il consiglio d’amministrazione aveva alzato l’asticella delle remunerazioni per premiare il superamento di alcuni target già avvenuto e appunto facendo salire la possibile remunerazione di 2 milioni di euro rispetto a quella maturata nell’esercizio ’22.
E i target sono stati tutti raggiunti: ricavi per 23,8 miliardi (+17% anno su anno), risultato lordo di gestione per 14,3 miliardi (+33% sul ’22), utile netto 9,507 miliardi (+47,2%) mentre gli analisti prevedevano al massimo 7,9 miliardi.
Bella forza, si potrebbe dire: con i tassi che sono andati alle stelle, per tutte le banche è stata una cuccagna. E non a caso appunto anche Unicredit ha elaborato un piano anche per tutti i dipendenti.
Non che nella prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, le cose siano andate in maniera insoddisfacente. Anzi. Nel 2022 il compenso del ceo, il bravissimo Carlo Messina era stato di 7,2 milioni. E nel 2023 la banca ha realizzato 7,7 miliardi di utile, +76%, il miglior anno di sempre.
Il fatto è che la gestione da parte di Orcel di Unicredit e la sua personale attitudine hanno un approccio più anglosassone e quasi da banca d’affari, il tipo di banca nel quale Orcel è stato protagonista per una parte importante della carriera.
Come Messina, che vi è nato, Orcel ha vissuto a Roma prima che in giro per il mondo anche se è nato in Sicilia e ha 61 anni (Messina 62). Messina ha cominciato alla Banca Nazionale del Lavoro per passare nel 1996 al Banco Ambrosiano dove ha incontrato il professor Giovanni Bazoli, con il quale ha collaborato per la fusione con la Cariplo prima e poi per la nascita di Banca Intesa attraverso la fusione con la Banca Commerciale italiana, non gradita a chi la dirigeva (con profitto) come ha spiegato recentemente l’ad di allora Pier Francesco Saviotti, ma voluta da Mediobanca, e infine con la nascita di Intesa Sanpaolo per volontà di Bazoli e di Enrico Salza per il torinese Sanpaolo.
Orcel, invece, dal 2014 al 2018 è stato presidente di UBS Investment Bank e prima, per 20 anni, ha lavorato ai vertici del dipartimento M&A di Merrill Lynch a Londra.
La grande occasione di uscire dalle banche d’affari l’aveva avuta firmando il contratto per fare l’ad della spagnola Banca Santander, ma non se ne fece di nulla perché l’Ubs, che Orcel lasciava per la Spagna, si rifiutò di pagargli la liquidazione e nello stesso tempo gli spagnoli non vollero surrogare Ubs.
Anni prima, Orcel aveva ottenuto da Merrill Lynch uno stipendio di 35 milioni di dollari avendo portato 550 milioni di provvigioni, inclusa quella per la valutazione (sciagurata) di Banca Antonveneta che fu venduta a Mps dal Santander al prezzo folle di 7,5 miliardi di dollari, pari ad almeno 2,85 miliardi di dollari in più del valore reale. Fu quella l’operazione che avviò la crisi della banca senese, non certo per colpa di Orcel, ma per il desiderio degli enti locali di Siena di rifiutare tutte le occasioni di fusione, nella presunzione che la più antica Banca Italia e del mondo potesse schivare il processo di integrazione ormai in ampio sviluppo.
Ma come si è visto, Orcel, origini di Gela ma con madre francese, ha sempre vissuto in un vortice di miliardi con guadagni milionari; quindi, l’approdo a Unicredit può rappresentare una sorta di stabilizzazione su una banca ordinaria e il guadagno di quest’anno, se è un record per le banche italiane, non lo è per lui.
Del resto, che Orcel sia un’eccezione nel felpato mondo bancario italiano è confermato anche dalla sua vita privata: la sua residenza ufficiale è infatti in Portogallo, il paese di sua moglie Clara Batalim. E in Portogallo va spessissimo, per fare sull’oceano il suo sport preferito, il windsurf.
Proprio mercoledì 13 nella European financial conference a Londra organizzata da Morgan Stanley, un po’ in controtendenza con quanto aveva sempre dichiarato a proposito del risiko bancario italiano, ha detto che sarebbe un peccato non usare il surplus di capitale di oltre 10 miliardi che Unicredit ha per non fare un rafforzamento, quindi un’acquisizione. Magari nel campo assicurativo e al massimo livello.
Tenuto conto dell’eclettismo dell’uomo, non ci sarebbe da sorprendersi se avesse già in tasca un’importante opzione.
Ma il ciclone Orcel non offusca il grande, meticoloso e intelligente lavoro di Messina in Intesa Sanpaolo. Come è nel suo curriculum, non ha mai fatto attività di banca d’affari, se non per acquisizioni, fusioni e accordi a favore delle tre banche dove ha lavorato prima della grande fusione con il Sanpaolo, facendone la prima banca italiana.
In sostanziale silenzio, ha creato il più grande raggruppamento di gestione di patrimoni con l’acquisizione di Fideuram e ha creato una grande attività nel campo assicurativo che dà molta stabilità all’andamento della Banca.
Due banchieri dei due gruppi al vertice italiano con carriera, carattere e approccio diverso. Quindi un bel duello, che potrebbe anche interrompersi presto se si avvereranno le ultime indiscrezioni che riguardano il futuro di Orcel: un clamoroso ritorno a fare il banchiere d’investimento per sostituire il ceo di Ubs, Sergio Ermotti.
Vada come vada, in ogni caso il banchiere Orcel lascia sempre il segno.
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È un vero circolo vizioso, come ha spiegato limpidamente su MF di venerdì 8 marzo il professor Paolo Savona (nonchè presidente di Consob), quello fra la stabilità monetaria che, se alterata, crea problemi alla stabilità finanziaria e le cure che vengono adottate causano conseguenze sulla crescita reale, chiudendo appunto il circolo vizioso. Come se ne esce?
«I tempi di intervento per garantire la stabilità monetaria sono determinanti e una delle cause principali dei ritardi è stata individuata negli errori commessi dai modelli econometrico usati», spiega il professor Savona e aggiunge: «Lord King, prestigioso ex governatore della Banca d’Inghilterra, ha sostenuto questa tesi nel suo importante lavoro, evidenziando che una ripetizione di questi errori contribuisce alle incertezze esistenti, da lui definite “radicali”, che prevalgono in questa fase storica dell’economia e influenzano negativamente la credibilità delle banche centrali, indebolendo il loro importante ruolo nella formazione delle aspettative».
Come se ne esce? L’analisi del professor Savona è molto dettagliata, citando l’opinione dei maggiori economisti che si dedicano a questo fondamentale problema. E non evita un tono critico nei confronti di Philip Lane, capo economista della Bce, che il 1° febbraio ha affermato di aver migliorato le previsioni sull’inflazione facendo uso di un modello AI «di apprendimento automatico, che utilizza circa 60 variabili per catturare i cambiamenti che gli algoritmi tradizionali non riescono a individuare».
«Noi ce lo auguriamo per il bene di tutti», commenta Savona, «forse avendo presente la reale debolezza della Banca centrale europea in questo campo, ma affinché il metodo restituisca fiducia nelle previsioni usate e nelle scelte monetarie occorre trasparenza, ossia conoscere con più precisione il modello usato per porlo al servizio di tutti, policy maker e analisti di mercato. È ciò che fece la Banca d’Italia nel 1970 quando rese pubblico l’M1BI, come modello previsivo delle interazioni tra andamenti del mercato e stimoli della politica monetaria e fiscale, che essa usava per le sue scelte».
Con la delicatezza e il rispetto che sa usare, ma anche in maniera ferma il professor Savona mette al muro la Bce e le sue previsioni, che a giudizio di molti, non solo per la riservatezza del modello, non hanno certo favorito l’andamento del sistema composto da inflazione, base monetaria, tassi di interesse e tasso di inflazione. Una lezione per Francoforte. Speriamo che la intrepida presidente Christine Lagarde legga la lezione, che è assai più ampia della mia trascrizione, impartita ai monetaristi di Francoforte dal lucidissimo professor Savona. Troppo, in peggio, è cambiato alla Banca centrale europea da quando non la guida più il professor Mario Draghi.
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C’è una città cinese, Ningbo, che sta diventando il più serio osservatorio di come va non soltanto l’economia cinese ma anche quella americana e di altri paesi del mondo occidentale. Per una semplice ragione: Ningbo, che ha oltre 7,6 milioni di abitanti, è anche il porto da cui partono e arrivano i prodotti di migliaia di aziende lungo la costa. E la particolarità è che le aziende sfornano di tutto: dai tessuti all’elettronica, ai componenti di automobili, di macchine per produrre.
Anche la tipologia delle aziende è significativa: sono aziende simili a quelle familiari italiane, anche se di dimensioni nettamente superiori. Larga parte dei prodotti che escono dalle fabbriche lungo tutta la costa sono destinate all’export e in particolare negli Stati Uniti. Quindi, se dal porto partono meno navi da carico si possono catturare anche i primi segnali di cambiamento negativo del trend negli Stati Uniti.
Per ora, le spedizioni sono ad alto ritmo, specialmente verso gli Usa e ciò fa capire che almeno al momento l’economia del primo paese più industrializzato del mondo va bene. E del resto, dopo mesi di crisi soprattutto a causa dei disastri immobiliari, le esportazioni cinesi vengono indicate per la prima parte dell’anno in crescita di circa il 7%, un risultato nettamente superiore a quello di molti previsioni anche di centri congiunturali accreditati.
Anche la crescita delle esportazioni in Usa è stata marcata, qualcosa di più del 5%. Non vuol dire che i dati delle esportazioni da Ningbo siano uguali a quelle di molte aree della Cina. Anche perché c’è una ragione precisa di questo molto positivo andamento del sistema porto-aziende a conduzione familiare di Ningbo.
A differenza di quasi tutte le grandi città della Cina, il Covid non ha impedito alla città portuale e al suo entroterra industriale di rimanere aperti e quindi di non interrompere l’attività produttiva. Una conferma che, oltre alla crisi davvero grave del settore immobiliare, la chiusura di molte grandi città cinesi per Covid è la causa più evidente del rallentamento, anche forte, che l’economia cinese ha subito.
Ningbo è anche la città che sta sperimentando di più la via di vendere attraverso Amazon, anche se continua il lavoro per conto terzi. Ci sono anche siti cinesi che vendono i prodotti della costa di Ningbo, e ciò sembra delineare un nuovo trend cinese, in cui le aziende cercano uno sbocco diretto all’export dal produttore al consumatore.
Si tratterà di vedere quale sarà la reazione soprattutto dai paesi dove da Ningbo si attua una vendita diretta. Ci sarà un blocco da parte degli Usa? Se lo domandano gli stessi imprenditori della costa di Ningbo, ma la risposta arriverà solo dopo l’esito delle elezioni americane di fine anno. Intanto, Ningbo è un modello che molti ricercatori del mondo occidentale stanno studiando. (riproduzione riservata)