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Perché Lovaglio non è più nelle grazie di Caltagirone
Orsi & Tori Leggi dopo

Perché Lovaglio non è più nelle grazie di Caltagirone

23 gennaio 2026, 19:30

Rinviata la riunione del cda di Mps che doveva approvare le regole per la determinazione della lista del consiglio per le prossime nomine. In cui Lovaglio è in bilico, verosimilmente per la sua determinazione di voler incorporare Mediobanca

Che frenata, quella sul professore e sottosegretario Federico Freni, legato alla Lega, ma con preparazione indiscussa per fare il presidente della Consob nel momento, prossimo, in cui il professor Paolo Savona terminerà il mandato! Nessuno ha potuto e può mettere in discussione la preparazione del professor Freni.

La frenata allora perché è avvenuta? Sicuramente per questioni di potere fra i partiti della maggioranza, ma anche, a parere di autorevoli esponenti della Repubblica, per una ragione oggettiva, ancorché senza colpe da parte di Freni: il passaggio di un politico schierato (nella Lega) direttamente dal governo a una carica istituzionale di regolamentazione dei mercati borsistici. Anche il professor Savona ha fatto il ministro, ma oltre alla sua totale indipendenza e preparazione, c’è il dettaglio che non è affatto passato dal governo (ministro) alla Commissione per il controllo delle società e la Borsa.

Perché Savona divenne ministro

Savona divenne ministro non per la sua appartenenza a un partito, che non c’è mai stata, ma per la sua competenza in un momento drammatico per il Paese, che vedeva come sottosegretario alla presidenza del consiglio l’attuale ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, con il quale Savona ebbe un’ottima relazione per la preparazione e la moderazione dello stesso Giorgetti. Il passaggio direttamente dal governo, dove in più il ministro dell’economia appartiene allo stesso suo partito, la Lega, è stato l’elemento su cui hanno fatto leva gli altri partiti al governo per congelare e forse escludere la nomina di Freni. Ma se alla fine la nomina non avvenisse, l’importante è che il professor Freni non lasci il ruolo di sottosegretario per i mercati finanziari, per i quali finora ha operato bene e il lavoro non è terminato.

Luigi Lovaglio merita rispetto

Come si può non avere rispetto per un uomo come Luigi Lovaglio, che ha salvato la più antica banca italiana, il Montepaschi, e di conseguenza anche l’investimento di chi, come Francesco Gaetano Caltagirone, ha sempre girato attorno alla banca senese fino a esserne vicepresidente e significativo azionista già dal 2007?

Eppure, basta rileggere il comunicato che pochi giorni fa Caltagirone ha diramato sulla banca senese e quindi sul suo salvatore Lovaglio, per capire che oggi Lovaglio non gli piace più tanto: «Non ho contatti con l’amministratore delegato da diverse settimane…», dice nel comunicato lo stesso Caltagirone, sottolineando che lui non fa più parte del consiglio, ma evidentemente e paradossalmente non parla neppure con il figlio, una brava persona, che è a lui subentrato prima che la procura di Milano rendesse nota l’indagine conseguente all’ipotesi di concerto (ovviamente non di musica classica) fra i due maggiori azionisti (lo stesso Caltagirone, Francesco Milleri per conto di Delfin, e come direttore d’orchestra Lovaglio).

Un’interpretazione strumentale

Il comunicato di Caltagirone, che è bene rileggere integralmente, è in risposta a un articolo del FT scritto dalla brava Silvia Sciorilli Borrelli pubblicato dal Financial Times del 16 gennaio. Sostiene il comunicato di Caltagirone: «In merito all’articolo di Silvia Sciorilli Borrelli pubblicato oggi dal Financial Times e intitolato “Monte dei Paschi chief at odds with billionaire investor over Mediobanca”, si precisa che il Cav. Francesco Gaetano Caltagirone non ha contatti con l’Amministratore Delegato di Mps, Luigi Lovaglio, da diverse settimane.

Al contrario, quanto emerso in questi giorni sulla stampa evidenzia una fase di confronto interna al Consiglio di amministrazione di Mps, chiamato a deliberare in tempi brevi su due snodi cruciali: il piano industriale richiesto dalla Bce entro sei mesi dalla chiusura dell’Ops su Mediobanca e la definizione della lista del Cda in vista del suo rinnovo.

Accostare questo confronto consiliare al ruolo di un azionista rilevante o alla quota detenuta da Mediobanca in Generali è un’interpretazione strumentale, utile solo a confondere le dinamiche fisiologiche del Consiglio di Mps – di cui, peraltro, il Cav. Caltagirone non fa parte – insinuando un presunto contrasto fra l’ad della banca e un suo azionista.

Tutto questo giova solo a Caltagirone

A chi giova tutto ciò?».

Giova solo a Caltagirone, perché tutto nasce dal programma di Lovaglio di far diventare un brand e non più una società Mediobanca, pagando agli azionisti residui (15%) quanto dovuto ma in questo modo semplificando la struttura e facendo passare le partecipazioni attuali di Mediobanca direttamente a Mps.

Una razionalizzazione più che logica, ma a Caltagirone non va bene perché non potrebbe più influenzare come sperato la partecipazione del 13% di Generali ora di Mediobanca, per sommarla alla sua partecipazione diretta. Infatti, probabilmente, nella divisione dei poteri la sua intenzione era quella di avere un ruolo principale in Mediobanca o direttamente (quando decadesse l’azione legale a cui è sottoposto) o ricevendo una delega di fatto per gestire la partecipazione di Mediobanca in Generali, in una logica di spartizione dei poteri con gli altri azionisti. Ma appunto, un’ipotesi del genere contrasta con la razionalità insita nel programma dell’ad della banca Lovaglio, di gestire direttamente la partecipazione in Generali.

La chiara posizione di Milleri

Per contrasto evidente a questo programma, pur non avendo mai detto Caltagirone una parola negativa su Lovaglio, c’è stata la chiara posizione di Milleri, che ha espresso tutta la sua stima e riconoscenza all’amministratore delegato che ha salvato Mps, naturalmente con il loro concorso e che legittimamente mira a che Mps sia la terza banca italiana come in effetti ora è.

In questo, ampiamente ricambiato da Lovaglio, che infatti considera legittimamente azionista di riferimento Delfin, guidata da Milleri e proprietaria del 17,5% della banca, cioè la quota largamente più importante fra tutti gli azionisti. E infatti Milleri ha subito fatto un comunicato di stima e solidarietà verso Lovaglio.

Per capire che l’idea di Lovaglio di incorporare Mediobanca per farne una divisione di Mps è tutt’altro che peregrina, basta osservare che cosa ha fatto a suo tempo Banca Intesa quando, per la fusione con il Sanpaolo, che ha dato vita a Intesa Sanpaolo, si è trovata dentro la struttura e il mercato di Banca Imi, l’istituto paragonabile, con solo alcune differenze, a Mediobanca. Banca Imi era infatti il braccio dedicato agli affari del Sanpaolo, che l’allora ad della banca torinese aveva di fatto acquistato dallo Stato.

La divisione Imi Cib di Intesa Sanpaolo

Oggi la divisione Imi Cib è il massimo dell’efficienza in tutte le attività, e non solo, di una banca d’affari, avendo di fatto un presidente (il bravissimo Gaetano Miccichè) e un amministratore delegato, Mauro Micillo. Ma l’avere Intesa Sanpaolo, grazie alla competenza e alla razionalità dell’ad Carlo Messina, reso divisione e non società autonoma la struttura Imi, ha permesso non solo molti risparmi ma anche di sfruttare tutte le sinergie che una spa sola garantisce, anche in termini di risparmi gestionali e di collegamenti perfetti perché interni.

L’idea di Lovaglio di fare altrettanto con Mediobanca non può quindi che essere apprezzata dal mercato, anche per i risparmi gestionali che si ottengono, oltre alla possibilità di avere un facile interscambio di servizi per i clienti e per la gestione delle partecipazioni che Mediobanca ha portato in dote. Senza contare la crescita di professionalità e di interscambi che una struttura unitaria con varie divisioni non socializzate determina.

D’altra parte, non sorprende che Lovaglio, attento come pochi altri banchieri ai risparmi e all’efficienza, abbia concepito di fondere la struttura di Mediobanca in Mps; e infatti ci sono già precise indicazioni dei risparmi per varie centinaia di milioni.

Quel 13% delle Generali

Certo, quel 13% di Generali che passa in gestione diretta della struttura di Mps e questo probabilmente non piace a chi ha sempre mirato ad avere un ruolo primario nel Leone di Trieste e quindi ha coltivato la speranza, in quanto azionista di rilievo di Mps, di poter avere una maggiore influenza diretta o indiretta nel consiglio di Generali e soprattutto di poter gestire quella che è oggi la maggiore partecipazione di Mediobanca e quindi del gruppo Mps.

È questa la conferma che il progetto di Lovaglio di semplificare, con il taglio di vari consiglieri oggi presenti in Mediobanca, la struttura di comando e quindi di avere efficienze e risparmi per varie centinaia di milioni non ha altro effetto positivo per chi, essendo azionista di Mps, mira autenticamente ad avere il miglior rendimento dall’investimento fatto. Del resto, che senso avrebbe mantenere quotata in borsa una Mediobanca con un flottante che si aggira intorno al 15%?

Due situazioni diverse

È quindi auspicabile che tutti i soci di Mps, risanato da Lovaglio e dal suo braccio destro Maurizio Bai, apprezzino il disegno dell’integrazione di Mediobanca nel corpo della banca senese. Diversa sarebbe la situazione se invece di circa il 15% fosse rimasto un flottante del 35% o meglio del 45% in mano ad altri investitori: dovrebbe esserci rispetto nei loro confronti, anche tenendo conto che se avessero preferito mantenere l’investimento in Mediobanca lo avrebbero potuto fare, mentre il mercato ha apprezzato il disegno di scambiare le azioni di Mediobanca con quelle di Mps per le sinergie che possono derivare fra una banca ordinaria e una divisione, specialmente se di banca d’affari come è sempre stata Mediobanca, di cui comunque si conserverà il nome come è avvenuto in Intesa per Banca Imi.

Chi ha investito in Mps lo ha fatto recentemente due volte: facendo salire con acquisti i titoli della banca senese e determinando che solo una piccola minoranza del 15% circa non è stata capace di afferrare il valore dell’integrazione.

La posizione dell’ad di Mediobanca Melzi d’Eril

È auspicabile che, se ci ragiona e non viene deviato da altri interessi, lo stesso secondo azionista privato di Mps, e cioè Caltagirone, approvi le scelte razionali di Lovaglio e del suo staff. Infatti, l’eventuale finale adesione a questa linea da pare di Caltagirone non farebbe altro che produrre un miglior rendimento per la sua partecipazione e per tutti gli azionisti di Mps.

Del resto, una chiara adesione al progetto di Lovaglio è venuta dallo stesso attuale ad di Mediobanca, Alessandro Melzi d’Eril. In occasione del Global outlook 2026 di Mediobanca egli ha detto chiaramente, come ha opportunamente sottolineato fin dal titolo il concorrente diretto di MF-Milano Finanza. Il giornale della Confindustria ha infatti titolato: «Melzi d’Eril: Mediobanca punta sulle pmi», quindi quel tipo di società che abbondano nei portafogli d’affari di Mps, anche per la sua forza massima nell’Italia centrale che è territorio ricchissimo di pmi.

Una filosofia che vale per tutta l’Italia

Ma la filosofia di servire e aiutare in primo luogo le pmi, pur avendo come clienti anche i maggiori gruppi italiani, vale naturalmente per tutta l’Italia e per tutte le taglie aziendali. L’affermazione di Melzi è significativa perché programma di allargare funzionalmente al vastissimo tessuto delle pmi italiane la grande competenza di Mediobanca, maturata in passato soprattutto al servizio delle grandi famiglie controllori delle maggiori aziende italiane. Un processo di democratizzazione dei servizi finanziari, pur non abbandonando le aziende top, che potrà fare molto bene al Paese Italia.

Ma la fronda per cercare di non includere nella lista dei nuovi membri del Consiglio di amministrazione il ceo Lovaglio è emersa chiara nella riunione del Consiglio d’amministrazione di giovedì 22, che ha esaminato le proposte delle regole fissate dal Comitato nomine. Comitato di cui fa parte il bravo figlio di Caltagirone.

Ma mentre il capo di Delfin, Milleri, che è l’azionista di riferimento, nonché anch’egli avvisato di reato, si è pronunciato apertamente con un comunicato per la riconferma in ogni caso del bravissimo Lovaglio, un piccoletto dai nervi d’acciaio e da una determinazione senza la quale l’opa di scambio su Mediobanca non sarebbe andata in porto, né Caltagirone padre né Caltagirone figlio (oggettivamente molto riservato) hanno detto una parola a favore del risanatore di Mps.

L’opinione del presidente Nicola Maione

Nella riunione ha però pesato l’opinione del presidente Nicola Maione, espressione del serio e preparato ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, che, visto l’incredibile pericolo di esclusione di Lovaglio, ha spinto per rinviare ogni decisione a una nuova riunione del consiglio d’amministrazione.

Il ministro Giorgetti non ha dubbi che si debba fare in modo da non perdere la professionalità e la determinazione di chi ha salvato Mps e conquistato Mediobanca, anche se per l’ops hanno collaborato tutti, incluso Caltagirone. E Maione ha ottenuto che si faccia un ulteriore approfondimento con una nuova riunione del consiglio d’amministrazione mercoledì 28, cioè sette giorni prima dell’assemblea del 4 febbraio.

Un gioco che Lovaglio non merita

Normalmente chi è stato avvisato di reato come Lovaglio (oltre a Caltagirone e Milleri, che però non sono nel cda) non può essere escluso dalla vita di una società anche se bancaria fino a quando, almeno, non c’è una sentenza di condanna. Insomma, un gioco non gradevole che Lovaglio non merita. Sarebbe equo che nel consiglio del 28 si decidesse che chi è solo avvisato di reato e non condannato, se lo desidera, venga riconfermato.

Con piena consapevolezza del suo ruolo, del resto, Lovaglio ha giustamente deciso di non uscire dal consiglio. E tutti sono consapevoli che senza Lovaglio, Mps sarebbe finito in amministrazione controllata, mentre è rinato e ha conquistato Mediobanca. Certo, con il contributo degli azionisti Delfin (Milleri) e Caltagirone. Ma la professionalità e l’indipendenza di Lovaglio piace a Milleri e forse non più, per pura convenienza, a Caltagirone, che mira a poter indirizzare quel 13% di Generali nella sua rivincita contro il management della più grande compagnia di assicurazioni d’Italia e ai vertici dell’Europa. Per Milleri e Lovaglio, invece, valgono la professionalità e la serietà di chi gestisce Generali. Chi volesse escludere Lovaglio dal consiglio di Mps, commetterebbe un gesto inqualificabile e alla fine veramente dannoso per lo stesso Mps. (riproduzione riservata)



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